25/04/1926 – #1030
Il nervo ch’ho di giungere al piano superiore e ridurre ‘n frammenti ‘l grammofono dell’inquilina dissopra. Ch’il cielo m’aqquieti. Sarà pur ch’oi e dimani necessito solo mutismo e nulla più, ma quanto m’adira ‘n aver pieno controllo sulli chiassi di torno. Non attendo nulla più ch’aver d’eligere una nuova dimora ‘n Powles. Debbo contattare ‘l signor Paulson al più presto. Frattanto, profitto del tempo ch’or Lilian si concede un tiepido bagno pe’ nerire ‘l gianco d’un’altra paginetta. V’è poco di che cronacare oggidì, ‘n un giorno ‘n cui entrambi abbiamo lassato ‘l contorno e l’obbligazioni fuori dell’uscio; nella mane, tuttavia, ho lassato ch’il cogito mio vagabondasse p’alcuni stagni ch’han di che mormorarmi alcuni recenti disagi. Tento d’esplicarmi, piute p’una riformulazione ch’abbia ch’essermi utile che p’aver di che iscrivere un qualché davvero. Solgo pormi mire a breve e lunga visione, ben è noto fra le genti che m’esperiscono sovente, talune han vaghe immagini di tale pratica, talaltre ben sanno quant’in dettaglio tùffomi nella stilazione d’un percorso; al revisionare codeste, tra l’ierdì ell’oggi, ho incipito un dibattito meco sull’effettiva concretezza lungimirante d’ogni una d’esse, ommeglio, sullo che direziona la scelta ch’effettuo allo scadere dell’arbitrari periodi temporali che m’assegno pe’ definire ulteriori scalini e traguardi di che perseguire. V’è molto di pianificato, molto ch’ho di che fare, ma, quissà, mai bene m’ho soffermato sull’astratte mire ch’ho di che cacciare: tutto lo ch’appongo a tali liste su carta ha poco di che vedere coll’individuo che vorrei essere. Per chiaro, vero è ch’ogni una dell’attività che stabiliscomi qual mira diviene propedeutica e cesella fisiologicamente ch’ho di che divenire, ma chi bramo d’essere, ad un decennio d’ora? Non m’ho mai posto sitto allo scrittoio o ritto col muso fuor dell’appannate ragionando sullo ch’in fondo ho di che caratterizzarmi: ch’ì sia scrittore, ch’ì sia figurante, venditore, musico, orbene non paiono allietarmi codeste insegne fondate sullo che faccio e non sullo che sono. Son eremita, ricercato e studioso. Oppure bramo esserlo, colla speme d’aver di che divenirlo un dì innanzi sin aver mosso nulla riguardo? Codesta serie di lune ch’avrà di che finire ‘n dicembre, tra poco piute d’otto mesi ancora, è un turbinìo di cangiamenti di rotta, pe’ quanto divinabili e pianificati, ch’ha di che comprendere ogni minima incrinatura dello che sono, ed orora ch’il quieto rimuginare tetro inquinato dal malumore mi trascina verso lunghi dialoghi meco, ho di che frontare anche codesto aspetto ‘sì astratto e detestabile quant’importante. Aborro le mire ch’han di ch’evitare misura e temporalità, manovalanza e programmazione. E pure, quissà, proprio pe’ tale mia avversione all’esplorazione dell’ambito astratto debbo trovare pace sul mio ‘n aver ancor definito qual umano avrò di ch’essere, qual umano anelo a divenire. E non lo ch’ho di che fare, mostrare, vantare. Pare un disteso campo arato innanzi, solcato dall’olio di gomito ch’ho impiegato fino ad oi, ed ì sperso a mirarlo d’un colle vicino dimandando qual seme ficcare ne’ garbi.