Marco Delrio

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20/03/1926 – #994

Rimàngonmi sei monete d’argento fino al primo dì del prossimo mese. Non mi raccapezzo su com’arrìa di che gestirle considerati i tragitti ch’ho di che fare e le spese per le vettovaglie pe’ Lilian quan avrà di che condividere meco ‘l fine di settimana. Il tempo sta cangiando, ben lo so, m’attendono mesi prosperi ov’il travaglio continuo che sto effettuando avrà di che fruttare non poco, e la dimora d’April Street sarà ceduta entro fine dell’anno – perlomeno ci conto parecchio – ma orora debbo contare ogni pricciola a mia disposizione. Quissà il venticinquesimo dì del mese riceverò un accredito pe’ alcuni rimborsi del mese antecedente e avranno di che donarmi un poco d’ossigeno. Ho di che grapparmi allo che possiedo ora, tenendo a bada qualsivoglia digressione o smania – non che ne sia fitto, in fondo, e ciò m’allieta. Le tabulazioni odierne presso Augustine mi frutteranno più di due monete d’oro, un’altra ottima giornata di cui vedrò lo sboccio nel mese innanzi; per vero, ogniddì paio raggiungere la retribuzione di due ori e quanto n’abbisognerei già ‘n quest’istante ben sol’ì ed Annie ne comprendiamo. Ella, di fatto, è un poco nella medesma barca forellata, or che Lilian esige un circondario cheto e ben fornito pe’ continuare ‘l suo stradone educativo, ed ì ed Annie ben siamo disposti a privarci della qualsiasi pur che la siorina abbia di che ‘n anelare i beni primari. Dimani, di contro, è il dì dello spettacolo in Bolinthos, presso il Neighborhood Theatre, nella periferia settentrionale. Detesto rimuginarci: dimani sarebbe stato un sabato sin frette o urgenze ch’avrei speso con Ada nel rassetto minuzioso de’ quarti, avrei potuto anticipare molti delli scritti ch’intendo pubblicare nell’anni ch’han di che venire, avrei potuto concedermi l’immobilità che marzo pare ‘n donarmi. Orbene, pare sia l’ultimo spettacolo programmato finora pei mesi a venire, sebbene avrò di che dialogare molto col circolo sulle prospettive che l’anno in corso ha pei progetti artistici inerenti. Già ne ho accennato un qualché ‘n qualch’entrata antecedente. Or mi trovo ‘n April Street. Per vero, v’è luce difuori ancora e molte sono l’ore che mi separano dal giaciglio, e già ho travagliato dieci ore lungo le calli rurali d’Augustine. Eppure percepisco un’immonda sete di tempo sin voci o passi, un limbo_ov’ì possa non contare i tocchi delle lancette e i piccioli ‘n la bisaccia. È distante un tale miraggio, ben lo so: colla primavera ne vengono urgenze ch’hanno di che spremermi fino ‘l limite ed ì, su tale spremitura, un poco ci guazzo, col guato ‘n sifda di contro a me medesmo pe’ vedere s’in fondo li assiomi ch’ho sgomitolato ‘n codeste paginette hanno ben attecchito. Ho perduto il grippo dalla scalata molte volte addietro, ben lo so, troppe volte oso dire, e ‘n cadauna m’ho veduto rituffare ‘l tartufo sul gianco della carta p’esorcizzare l’ennesimo dimonio ch’ancora aveo di che comprendere a gestire. Ecco, ve ne saranno ben altri, omai lo so, ma sittanti n’ho purgati ch’or la pesa clina piute verso la parte mia, ed ì debbo – ommeglio voglio – dimostrarmelo. D’altronde, a chi altri o che altro debbo rendere conto se non all’unico muso ch’ogni mane mi fissa giudicante al riflettente? Lasso l’interrogativo sol perch’é retorica.