Marco Delrio

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04/02/1926 – #950

La missiva di ritorno di Amanda m’ha lassato piuttosto incerto sul replicare onnò; i toni difensivi e l’assenza d’un qualsivoglia accenno familiare hanno fatto sì che posassi lo stilo e cessassi ogni attività di corrispondenza. Le scrissi ierdì ad un’ora tarda p’anticipare ‘l genetliaco dello che p’il sottoscritto fu avo e p’ella fu padre, di modo ch’il dì pesasse meno sulle spalle d’entrambi. Tento di non darvi peso; posso solo immaginare l’implicazioni d’una ricorrenza di tale portata. Dìcomi sovente ch’almeno ì mantengo i rapporti con ella, poscia lo scisma col resto dei Parker e dei Treeper. Sicuramente porrìa fare un qualché ‘n più, come sittant’altre volte mi promisi, e riverà un dì ‘n cui avrò di che compensare tant’anni d’assenze e silenzi. Quissà ch’anche un’epistola estemporanea ed inaspettata, talvolta, possa suturare alcuni dei graffi che dressiamo ogniddì. Credo d’aver già discorso nell’anni addietro del dì odierno e dell’implicazioni ch’ha tale data sulle mie stabilità psicologiche; se non l’ho fatto, ebbene, non ho di che ciarlarne ora ché la scura sbocciata qualch’ora fa orora fermenta d’in tra i cogiti e le memorie, e non bramo discuterne ulteriormente. Porrìa sciorinare dell’obbligazioni effettuate ‘n Wedgeville pur oi, de’ progressi del mio scribacchiare, dell’eccelso autocontrollo che mostro dinnanzi ai mie’ vizi ‘n codesto periodo instabile. Orsù, che diamine vado blaterando. Se v’è un minimo granello dell’uomo ch’oi posso vantare ‘n è per certo pe’ le compagini o l’istruzioni riservatemi nell’anni quando nemmeno i baffi aveano di che mostrarsi: Francis e Adelaide hanno ‘l merito d’avere ‘l loro stampo sull’uniche frazioni del sottoscritto che ‘n sono ancora da gittare all’ortiche. Non so ch’altro dire. Il cor langue. Duole. Piange. L’assecondo cheto.