Marco Delrio

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30/01/1926 – #945

Gersburg sfoggia un climamite nonostante la mascara di nubi grigiastre che indossa sin piagnucolare. Sono fori dell’edificio del teatro ove Lilian frequenta la settimanale lezione. Attenderò su codesta panchina gelata finocché non giungerà pe’ tornare giunti verso Lylcoin. Stamane, il tragitto che d’Hillfoot m’ha portato ‘n Lakelike è stato piuttosto burrascoso pe’ le nebbie, la congestione mattutina e una fatica d’occhi ch’ho a malapena tenuto a bada. La notte m’ha portato vivide immagini di Valerie ch’avrei preferito farne a meno; non riesco a rammentare ‘l filo logico di trama, com’ogni fuga onirica detta, ma ben so che lo strascico emotivo che ne deriva làssami sempre decimato all’incipire del dì. Fortunatamente pare ch’ì abbia appreso ‘n maniera eccellente come tenere al laccio tali derive bramose e nostalgiche, e non vi sono stati ulteriori passi falsi durante ‘l corso dell’obbligazioni presso l’Activa Corp. con Andrew. Tuttavia, debbo dissotterrare un qualché or che pòngomi a scribacchiare quivi. V’è un’assenza percepita nelle mie giornate, talvolta, ch’attribuisco al divinabile istinto ch’ha l’individuo di scovare e mantenere una relazione con un altro individuo della propria spece, per chiaro per fini riproduttivi e aborro della solitudine. Tale mancanza è oggetto principale dell’allenamento della mia disciplina ov’ì tento disperatamente di tenere ‘n scacco le pulsioni primordiali e razionalizzare ‘l tutto colla visione panoramica che mal s’addice al cogito rettile e primitivo. In questo trattenere v’è una repulsione pei contatti sociali, quasi di contro allo che ci s’aspetterebbe, e una tenace tendenza, perlomeno da parte mia, allo sfocio ‘n carta d’un’idealizzazione ‘n rima delli stessi impulsi. Ben se ne legge ne’ mie’ scritti vari e se ne può delineare un percorso altalenante di tale brama appuntando i dì ch’il discorrere punta verso un romanticismo esasperato. Scopro non poca creatività ‘n tale pratica di resistenza e conspevolezza sebben i temi frontati non siano un caleidoscopio quanto una lente d’ingrandimento sullo che celo didentro. Tendo a non biasimarmi pe’ lo suddetto, qual poeta debbo reggere la responsabilità d’ogni decisione presa e attuata nel momento della creazione; vi sono però, talvolta, echi che mi titillano quel tanto che s’abbisogna pe’ maginare quant’altro avrei di che creare se ‘l mio attrito verso l’istinti animali mi spingessero verso altri orizzonti tematici. Chessìa un processo mutevole, or che ne discorro un poco? S’avrà di che vedere. Or mi cullo ‘n l’agro recidere l’eccessive memorie della notte ita, colla speme ch’il minimo d’ella possa permanere ne’ dì ch’han di che giungere. Ben lo so, alma adorata, ch’a metà s’esperisce metà di tutto. ‘Sì è; v’è di che accettarlo.