18/07/1925 – #749
Desto che l’alba ancor non avea preso pieno possesso del cielo, e già il corpo, sin consultare l’animo, s’era disposto al levarsi come obbedendo a un comando impartito ‘l dì innanzi. Poco v’è stato di meditato in tale risveglio, piuttosto un moto già consumato altre volte addietro, delli che precedeno ‘l pensiero e lo costringono poi ad adeguarsi. Ho preso la via di Greenrice con quell’aria dimessa che m’accompagna quan so d’aver davanti ore tutte simili, e tuttavia necessarie, poiché il venir meno a esse m’apporterebbe più turbamento che sollievo. La fabbrica, di ridotta grandezza e sin ambizione alcuna di parer altro da ciò ch’è, era già ‘n funzione da un’ora. Vi si sente un ordine asciutto, privo di quella teatralità che certi luoghi di lavoro ostentano qual màscara. Quivi le cose procedono perché debbono procedere, e ciò, per qualche ragione, m’è sempre parso più tollerabile. Nel corso della mattinata mi son trovato a confabulare con uno dell’addetti del loco, ‘n discorso nato per bisogna e poi scivolato d’oltre, sin ch’alcuno dei due vi ponesse argine. Ciarlava dell’impiego, de’ tempi che s’allungano, d’un macchinario che richiede più attenzioni del dovuto, e, come se nulla fosse, ha lasciato trapelare notizie della propria dimora, d’una figliola infante che lo priva del sonno, d’una stanchezza che non trova requie nemmeno ne’ rari momenti di quiete. Io assentivo, pronunciando quelle formule brevi che simulano ascolto e che adopero con perizia ormai consumata e invidiabile. Solo più tardi, mentre già m’ero ricollocato alle mie mansioni inventariali e solitarie, mi son accorto d’aver ricevuto que’ motti come si riceve un resoconto estraneo, utile a colmare un intervallo ma privo di reale peso. È singolare quanto spesso ì dimentichi che l’omino che stàmmi dinnanzi non s’esaurisce nel tempo che gli concedo, che la sua esistenza non resta sospesa quan ì rivolgo altrove il pensiero o ‘l guardo. Pure, tale oblio m’è ‘sì consueto che la sua scoperta non sboccia ‘n stupore, bensì una sorta d’irritazione sommessa, qual se qualcuno avesse messo ‘l dito a piagiare su una consuetudine che preferivo non nominare. Rimuginando su quanto accaduto, ho dovuto riconoscere una volta di più la scarsezza d’empatia che caratterizza il mio modo di stare d’in fra l’altri. Come sovente occorre, mi son affrettato a rivestire tale mancanza d’una spiegazione che mi risultasse sopportabile. Mi sono narrato ch’essa discende d’una particolare individualità che m’è propria, d’un’esigenza di conservare integro un nucleo che reputo distinto e che temo di veder eroso qualora m’abbandonassi con eccessivo sollazzo e sollecitudine all’altrui faccende. In tal modo, tale distacco assume ai mie’ occhi una parvenza di bisogno, e la sordità selettiva verso le vite altrui si traveste da tutela di sé. D’ogni modo, nel mentre che l’ore scorreano e l’obbligazione procedea sin inciampi, tale giustificazione ha pittato una debolezza che ‘n ho potuto del tutto inniorare. Nulla che mi spingesse a un mutamento immediato, né a un gesto riparatorio verso l’uomo altro d’oggi, bensì una fessura minuta, sufficiente a lassar filtrare ‘l dubbio che tale presunta singolarità sia divenuta col tempo un rifugio più ch’una verità. Ho continuato ‘l dì come d’uso e d’uopo, traendo in dosso questo pensiero sin frontarlo, ben sapendo che tornerà a presentarsi, quissà ‘n un altro mattino incerto, dimandandomi ancora conto d’una distanza che difendo zelamente, pur sin essere più certo ch’essa mi appartenga.