16/07/1925 – #747
Fronte al gianco dell’esiger motti, il cogito va’ dimandando s’un qualché di fatto ho di ch’iscrivere o s’è solamente 'n spargere fiocchi di sale sulle rocche del mare. Or ch’anche i dì che temevo o attendevo s’han iti, or ch’i dì che bramo o che detesto han di che venire, ove mi trovo_ora? A farfugliar dell’echi del silenzio che d’un calcinaccio all’altro sponda e mira. Dicomi sovente ch’il dì ha di che cangiare e 'n enunciarlo un poco va calcando i contorni dello ch’è lo che deve ser il fine ultimo. E poscia un celere crezzare 'l soffice traguardo, ne vengono le spire dell’ogniddì. Or col fresiato in lo stomaco anelo urlare, fuggire, tornar d’ella. Codesta è l’ebbrezza diavolo d’un cielo.
Ore 22:01
S’erge 'nche dell’aleo, tuttavia, dì com’oi, l’inesplicabile rimugino riguardo lo che solgo poetare, 'sì piute 'n versi or ch’in prose e scritti, e lo ch’in fondo una ticchia temo enunciare, vuolsi casi scaramantico. Suffice l’omonomia talvolta delle genti di torno ch’acclaman canoscenti ed altri col nome d’ella ed ì ch’impreco alle nubi quomo s’aver di che menzionarne l’alone ne cangiasse li strascichi o l’ancor sentito, seppur morente. M’adira piute cotanta mia reazione che lo avvenimento qualtale. Ch’avrei di ch’esclamare, or che vi ragiono sopra, dello che fu, che 'n fu e che 'n sarà? Orbene chessìa l’ultimo lo ch’ancora distilla mesto speme e sogno, 'sì com’avvenne addietro volte e volte. Debbo coltivare ripugnanza e malevolenza, debbo tesorare pur l’ira che di rado si palesa alle rimembranze. Paremi che 'l capitolo di spurgo 'n sia finito aimè. Sbrattami d’ella, corpo, orsù.