15/07/1925 – #746
Avrei di che perdonarmi piute dello ch’in fine fo’ per vero, al terminare del dì, s’ì meramente contassi ‘l compiuto già dell’ore preste, vedonsi ‘n li scritti qual tale quivi o l’insaziabile traversata de’ roveti fin dalle primissime note dell’arabiche antecedenti all’albe. Vespri sciatti e furenti giungono sovente, colle violente reprimande ch’ho di ch’ingoiare involente ed ì a menarli pe’i quarti spergiurando e bestemmiandone l’alme sì crude e vere quant’ormai futili e detestabili. Vero è che com’istruisco spesso all’altri cotale è la pratica che s’abbisogna pe’ l’ultima gradinata da passare e ‘sì parecchio talvolta m’altera doverne_esperire i dardi su me medesimo pe’ comprendere dello che maestro. Cuccio lagrimando ‘n tanti crepuscoli, pe’ sfinimento piute ch’infelicità, e cotanto struggermi e bracciare il filo dello stiletto nel ventre è lo che cotidianamente m’avulge dell’ombre.