11/07/1925 – #742
In tal fatidico e minaccioso periodo di nubi grigiastre che sento in dosso pure col cielo ceruleo di questo luglio, v’è un’associazione mentale ch’ancora non so s’apprezzare o maledire. Il signor Shores, l’individuo più simile a un mentore ch’ho avuto nell’ultimo decennio, del quale so d’aver già cronacato un poco addietro, s’avvinghia ai ricorrenti malesseri che profumano di Valerie. Posseggo due consunte istantanee che ritràggonci sollevati dall’attuali, parlo pe’ me, perlomeno, tormenti e per qualsivoglia cagione ‘n è raro che tali immagini scorrano pei mie’ palmi di tant’in quando. Ne aborro un poco ‘l risultato poiché, salvo la mano proattiva ch’avea trascinato la signorina Bush presso ‘l Moore Shop ove travagliavo al tempo col signor Shores, quest’ultimo indossa medaglie che ‘n stento a lucidare, piccicate ‘n dosso p’ogni decisione ne’ mie’ riguardi ch’ha avuto esito positivo. Non ne biasimo le conseguenze dell’aver avuto ruolo di collante nel fato del sottoscritto e dell’altra metà dell’alma ch’ormai ha reciso ogni contatto colla che serbo in petto, ma v’è un velo d’amaro che m’inonda l’interno delle gote al ciarlare con egli. Ben chiaro m’è ch’il tormento resta ‘n grembo mio e di niunaltro e che vi sarà modo d’alleviare pure cotale, in qualche maniera, nell’anni a venire, ‘sì come m’è sempre un poco più naturale riuscire a razionalizzare ogni timore reverenziale o angoscia ch’ancora s’incatena all’ombra della mia musa inquinata. V’è anche un qualché d’ingrato, probabilmente, nel mio avulgermi dalle ripetute missive che mi prometto d’inviare al signor Shores dimandandone nuove e discutendo l’argomenti inerenti all’obbligazioni pe’ fabbriche ch’ho di che mancare ne’ giorni di colloquio coi colleghi attuali. Ch’il mio latitare ne venga dell’associazione inferma ch’ha aperto codesta entrata? Non v’era bisogno dell’interrogativo.