10/07/1925 – #741
All’occhi, poscia ‘l dio che si corca, casi paio brullo e scarno in fori, qual che ne vengan munte le parvenze dal disotto della carne. Che ‘n vero ‘n ella poso piute le brame dell’inarrivabile ch’un ver agogno, simile di succo all’onirico vorticare pe’ magioni e sesterzi e destarsi sin sete di materie ma d’aulico, effimero, incommensurabile. Per vero, conto almeno l’albe de’ tre vite ch’or mi lividano: la quivi in cima de’ mie’ spiri come l’anelli del fusto, la del sangue mio ch’in altro corpo scorre, e la del core mio che 'n altro petto batte.[31]
Ore 20:25
V’è 'n quadro ch’ha rovinato in fra le mie palme, oggidì, dell’occhi cui lassai ‘l fato que’ tant’anni addietro ormai. Smorfiato dalla chete forzata che 'sì tanto riuscivo a scorger didietro l’oceani imbellettati, spento dal mezzo astratto che 'n mi lassa sfiorare per vero ogn’anfratto che ‘sì tanto aveo reso continuo del mio tangere. Or ch’anche l’aleatorio mormorio squittito de’ venti mi trafigge le recchie coll’assonanze del suo nome, gocciola imperterrito 'l rassegnarmi a una fame che tutto 'l pane del globo giammai porrìa pagare.