Marco Delrio

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05/07/1925 – #736

Sì mi par ch’abbia diseo pur lo spirito, lo ch’or traggo in le carni macilente, de’ taluni cangiamenti ch’a tempo addietro venian ben divinati e pretesi. Andossene leco la di me nebbia e in essa le millanta mascare che facean del poeta nulla più che anonimo ciotto di vico ’sì simile all’altri. Qual che sian codeste mute, che grevi o lasche s’intrino ai dì, ancora mi procuro del conseguirle nello di oramai perenne cimento cotidiano, d’un poco savio e rinfrancato a cada vespro novo. Che pur non m’abbia convertito né redento né tirato for d’alcova alcuna, e che le scosse sian più d’una guazza e meno d’un terremoto, ben noto m’è. Si discioglie ’n me lo bracere delle pretese vetuste, e que’ rigurgiti d’altri stili che più pareano zazzere d’altrui gettate a coprire lo mio capo d’incertezze. Ho decomposto pe’ bene lo manichino, tolto l’ossature imposte, e di ciò che resta, fo tutt’ora un commisto d’ossame sparso d’in tra le nervature posticce, ché non m’è ancor dato sapere che forma indosserà ‘l mio statuto, né che voce s’aggiusterà a la gola, ogni dì un poco piute scortichiante. Or, ciò ch’è novo in me, più che ‘l dire o lo sapere, pare ser la flemma del ritento, la poco sonante fermezza che ‘n chiede di piacere. Onde, se pure ricasco ne’ vezzi d’un giorno, se me stesso derido pe’l foglio incolonnato di sùbito e dappoi disfatto, piute ‘n flagèllomi. La cera mia s’è fatta molle ma ‘n cieca, e di ‘sittàle sgretolarsi consapevole m’acqueto. Pàremi d’esser anco ora quel ch’ero, ma sotto v’è un gorgo che m’è proprio e non imitato. E se mai verrà chi me ne dimandi, porgeròlli non risposte ma rottamaglie, ché son questi brandelli, e non sentenze, bàdisi, lo verace sedimento di ciò ch’oggi sono tentato di chiamar, senza speme né scherno, mutamento.