Marco Delrio

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03/07/1925 – #734

La signor Roisin dell’apoteca di Naught Port è un donnino ch’ha sorpassato i dieci lustri sebbene il viso e ‘l corpo si rifiutino di mostrarlo. Ho avuto a che fare con ella_alla prima obbligazione del dì che m’ha visto allestire una serie di scaffalature presso la succitata rivendita tentando d’esser più celere possibile poiché ‘l resto della giornata m’avrebbe trascinato lontano e lungi da me voler rientrare ‘n April Street nella seconda parte del meriggio. La signora Roisin è rimasta soddisfatta dell’operato e non nego, senza falsa modestia, d’esser di fatto uno de’ pochi addetti dell’intera Frontprice in grado di fornire un servizio d’assemblamento di tali strutture in maniera perfetta, celere e tutto sommato invidiabile. Ne vien dell’anni spesi tra le fabbriche e l’empori e ne vado ancor palesemente fiero. La iella di tale attività pe’ la Frontprice è la retribuzione decisamente insufficiente pe’ completar tali lavori col riso in volto. Sortito dell’apoteca, col solleone di Naught Port a ricordarmi che nulla pare ser semplice ‘n codesti mesi, mi son lassato trascinare dalla carrozza fino alla contea di Augustine. Solitamente tale tragitto lo preferisco osservare di là d’un vetro della locomotiva o, addirittura, cavalcare la mia vettura, di modo da non scialacquare troppe ore d’in tra le valli ch’orpellano la regione. Oi, di contro, la brama d’aver di che mirare quel verde poco corrotto dall’aviità metallica ha trionfato sin tante fatiche sulla fretta che tasco a manciate uscendo dell’appartamento all’alba. Ben fanno tali panorami pe’ le mie vene creative e non pochi versi e rime han fatto capolino d’in tra un tornante scosceso e una baita appesa a un crinale. Non comprendo, tuttavia, se siano per vero l’alte temperature che la Britannia sta riservando ‘n questi mesi o s’invece ho di che attenzionare un qualché d’altro, ma le mie energie vanno scemando ineluttabilmente durante le prime ore del meriggio, in una maniera a dir poco preoccupante, tal qual oi ch’ho dovuto lassare la contea di Augustine a lavori ancor incompleti pe’ raggiungere il giaciglio ‘l prima possibile e serrare l’occhi quel tanto ch’abbisognavo pe’ ser in grado d’utilizzare le mie facoltà cognitive pe’l resto del meriggio. E ciò par accadere nonostante le dovute precauzioni medicicinali ch’ho inserito nel mio solitare appena desto. Che sia ch’ho di che attendere prima che ‘l mio ammasso fragilotto di membra s’accostumi a tali tonici stagionali. Ho tardato a cronacare della notte poiché l’immagini ch’han avuto l’audacia di mostrarsi non rientrano sovente ne’ mie’ argomenti preferiti e, di più, col passar dell’ore i dettagli si fan fumosi e sgranati e poco mi resta di che dire e, soprattutto, di che arrovellarmici in dosso. Ben chiaro mi fu che fosse Ella, e ben qualsivoglia avventore di codeste pagine già conosce pe’ chi serbo la maiuscola. E poc’altro, a ser onesto, salvo uno scorcio su Lakelike e una remissiva rassegnazione epifanica didentro dell’onirico ov’ì mi vidi ammettere di sapere che tutto fosse null’altro ch’il mio tribolar di crucci, l’irrisolti, l’amarognoli e li che van giustificando casi ogniddì l’intero mio corpo d’arti e musiche. Ch’Ella stessa abbia sgraffignato la vollia di rimanere vispo e attivo oggidì? Orbene, v’è poco di che dire ancora e sì che porrìa inchiostrare mille fogli ancora. S’han di che chiamare contraddizioni per un motivo, nevvero?