Marco Delrio

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02/04/1925 – #642

Eran molte lune che ‘n m’occorreva di lassarmi concedermi all’emozioni ‘sì com’oi, quissà sospinto dell’inquisitorio mio recente questionare filosofico, li strabordi del nichilismo alquanto cinico ch’un poco sottende ‘n ogni mio dì e, tuttavia, l’insperata vena zuccherina ch’ancor pare tendere a non abbandonare il mio fianco. Vedasi com’un’epurazione, l’ennesima mi vien di che pensare, e, quasi per certo, non l’ultima. Cada frangente in cui tale consapevolezza mi sovviene, sovente al termine d’un tale vortice d’in tra ‘l distruttivo e l’epifanico, ebbene, mi vien di che perusare d’un anfratto l’altro se vi sia la maniera pe’ trascinare codeste rivelazioni e lucidità improvvise lungo il correre de’ mesi. E sì che già tentai addietro coll’addizione di mementi, dalli semplici e schietti alli variopinti e cagneschi, eppur paremi che vadino scemando collo scorrere de’ meriggi, col venire dell’anni e colle tempeste d’avvenimenti cui debbo attendere ‘n quanto essere. Questionabile, talvolta, la mia brama per un qualché di perenne, ben lo so, eppure tale pare ser ogniddì la mia missione intrinseca, d’un voltar l’angolo in lo crocicchio della via quivi sotto allo spulciare i tomi della Tworlds casi rabbioso alla ricerca d’un assioma che tutto faccia e tutto comprenda ch’ispieghi lo ch’ho di che fare, dire, essere, anelare. Tangenzialmente a tale insoddisfacimento, ne viene codesto essenzialismo materiale che tende ad amplificarsi nell’ambiti dell’esistere, casi ossimoricamente mi vien di che pensare a volte, e casi qual velo creato a modo pe’ tale scopo, ch’in fondo, già n’han scorse notti e mani dal lampo che rivelommi che lo ch’ì vo’ cercando non ha forma materiale. Capita ch’abbia un profumo, ch’abbia una temperatura, e capita perfino ch’abbia un sapore; ben so che già nome mai portò, però, e pure dirne riguardo dello ch’è non avrebbe senso nelli motti che solgo usare. Chi sa che ‘n sia la ragione per cui tanta speme ripongo nell’arti, esse custodi e pittrici dell’intangibile, esse che san favellare sin suoni o idiomi e non sperperare fiato in affari non giusti. Oi passeggia ‘sì di tal maniera, il mio ego affannato e confuso, desto a malapena e coerente quel tanto ch’ha servito pe’ lassarmi lagrimare sull’ultime novelle su cui ho posato le mani, storielle di nulla e, in fondo, di tutto lo ch’invero credevo d’avere, ch’ancor non comprendo, ch’ancor mi manca.