13/03/1925 – #622
Chetamente cullato dalli rumori inconsuetamenti leggiadri for dell’appannate, mi vedo rimuginare un poco sullo ch’in fondo mi pote parere codesto periodo ultimo, signato di milliaia di piccoli attimi poco consoni allo che vorrei fossero di fatto, al finir del dì, intrisi di ‘sì tanto procrastino e malcontento nella completezza delle mire diarie o de’ passi compiuti ‘n direzione de’ traguardi distanti ch’ho apposto tempo addietro. V’è un’eco di frustrazione nella rassegnazione che sovente mi vedo mostrare contro la vittoria e ‘l giubilo della spossatezza che giunge fin troppo presto durante le prime ore del meriggio e mi viene di dimandarmi se ‘n vi sia ancora qualcosa di pendente e fondamentale ch’ho di che frontare prima di potermi liberamente disporre in prima linea e attaccare i dì a venire. Per chiaro, pare ch’il mio turbolento riposo notturno si sia placato in maniera ottimale ma, s’or vi penso, ancor tanti sono gli strascichi onirici e le intere opere cui mi par di presenziare durante l’ore notturne. Ove fugge la mia mente in codeste ore di buio e, sopra di tutto, per quale ragione non riesco a tenerla catenata al mio volere come soleo fare un tempo non lontano? Ove, di fondo, ben lo so, poiché tante dell’immagini ch’appaiono all’occhi mie’ chiusi ‘n tali ore di tenebre restano ben grappate ai fianchi della mia coscienza nappena la luce dell’appartamento s’apre ‘l varco oltre le mie palpebre, per quanto collo scorrere de’ minuti si faccian fumose e dimenticabili. Ancor occorre talvolta che ‘l cogito si soffermi sulle parvenze ormai mistifiche e passite della che chiamare Valerie, quasi, non porta più senso ché di fatto tanto dello che n’occupa la rappresentazione è idealizzazione e falsa memoria. Che vi sia ‘ncor una qualche parte del mio essere che pende d’ella, ebbene, qual ragione d’isconderne la realtà, or che confabulo sovente meco dell’enormi risultati raggiunti pe’ superarne le spire velenose e ammirarne finalmente la presenza in maniera relativamente oggettiva. Vi sarà, con ogni probabilità, ogniddì un brandello del conscio od inconscio ch’ancor tenterà d’orbitare di torno d’ella e non vi debbo apporre alcuna vergogna o biasimo in quanto, se ‘l rimando oggettivo succitato è analizzato, ebbene, è solo per cagione d’ella ch’intrapresi codesto percorsi di ‘sì tant’alti come ‘sì tanti bassi. Sicché, pe’ tornare alle constatazioni di partenza, m’è arduo individuare ‘n ella un qualché ancor di rimanente ch’influenzi ‘sì tanto il mio reposo e ‘l flusso di coscienza ‘n immagini ch’esperisco ‘sì chiaro. Qual che sia l’eventuale cangiamento fisico nella distribuzione dell’oggetti nel quarto ancor mi questiono e mi dimando s’in fondo vi sia un qualché ch’ho di che fare. Ne posso vedere il contrario quand’ì mi trovo distante a passare l’ore di buio in locande e ostelli ben dissimili del mio giaciglio in April Street ed ecco che quasi nulla, se non nulla per certo, muta nel mio trascorrere le notti. Oibò, par che tale vicenda resti irrisposta anch’oi.