Marco Delrio

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20/07/1924 – #387

Sfiatava da fanghìna lattescente una rasciuga schiumosa, rattoppata d’acquetta che già non ristagna ma tracima, e 'n essa l’affondo non facea da specchio ma da ribattuta, ché quel ch’ivi tralucea parea reliquia viscida d’un abbozzo disusato, scevro di naspo e cigliatura, sbollito qual corna d’icneumone ‘n dissoluzione. Dallo lastricato, zampillava l’incartamento roco d’una slitta balestrata, le cui ruote s’appiattivano pe’ stroppio e confittéa scagliosi vapori che mulinavano tra borra e strusciamento. Lìvi, ciò che fu forma s’abbassava ‘n polvere_umorale, ell’urto, sin rintocco, parea già scarico, ché ‘l viavai ‘n vi corrispondea pe’ compimento, massì pe’ una scorza d’urgenza: il tracollo che s’annida tra tallone e dovere. In quel riboccolo, tra sgorbî e svirgole, s’appianò la retinatura d’un mento già sbocciato: ed ei, pur sin peso, parve essersi disciolto. Bastò lo sfrigolio.[27]