Marco Delrio

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19/07/1924 – #386

Nel sedime sgualcito d’una soglia sfiancata, sedeo, non mosso se non dal protrarsi molle d’un’inclinazione che fiaccava al garrese, l’arto proteso in scomposta renitenza, col fiato che s’imprigionava nel torace, sospeso d’in tra costole e ressa diaframmatica; il poggiolo scabroso faceasi sella d’una percezione di penombra, calata in membranule d’ombra tra il palastro e l’antico battente, ove s’annidava l’umidume d’una pioggina abortita, stillicidî rinsecchiti che scioglieano in tondi intrisi d’inedia. Dal fondo, nell’incavo del bricòlo arsiccio, filava un chiacchierìo di rocchetti inceppati, ché l’ingranaggio, spento e malvissuto, non offriva rotazione ma solo spasmo, replicando medesma torsione senza svolgersi mai, sfinendo in polverume d’attimi abortiti. Sulle piastre d’impiantito, l’asilo delle scarpe tracciava calcico acquitrino, strinato dallo scivolar vano d’un passaggio che non avvenne, ché la maniglia, ossidata e inchiodata in ruggine, offriva il moversi soltanto alla mente, e ‘l braccio, pur accennando, ricadeva in gesto privo di peso. Nella fenditura incardinata, pertugio in fasìa d’aria morta, rifrangeva un brusìo soffocato, monito che dicea senza suono: “n’esci, ché fuori t’attende la sfoglia in condensa d’un tempo strinato”; e stavo, sì, sittato, incistato ‘n febbre d’attesa, che claudicante invadea lombi e spina, facendone mezzorottame d’una tensione irrisolta. Ne’ pori del battente, conficcatosi ormai suono di gomitolo spento, quissà barrito strinato, quissà sol un nulla, ché l’orecchio, piegatosi al senza, più non sceglieva ma tratteneva; ed ì, trattenendo, sapevo che trattenere, come piovere, non prometteva mai fine.