Marco Delrio

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16/04/1924 – #292

Sbrinava colla scopa l’orlatura d’un battente a mezzo chiuso, ché l’andito non schiudea verso ma ricacciava in giacitura, e l’abrasivo d’un setolato stanco spingea salivazzi di scorza sin cantuccio, dove ‘l fango si grattava co’ bottoni d’una giacca appesa sin scusa. D’in traverso, sguainata tra la cornice e ‘l traversone, la foggiatura d’un altoparlante girava ‘l rombo d’una litania già scalza, ch’intonava col flusso la stessa nenia. L’orlo del grembiale, chiazzato di zolfo, stazionava su d’una pedagna franata, e la tunica, che si tenea su com’una vesta, non parea scelta, ma lascito d’un corpo che più ‘n anela vestimento. S’udiva l’arsura del vetusto percolare, come ‘l rimbombo d’un fiasco mai levato. Cada folata che pigliava la mente, la piegava per vagheggiamento appena e per svuotamento. E il recipiente d’oppio su la credenza restava dove ‘l dito l’avea scartato.[21]


[21] Nota all’entrata #739 - Il frammento si apre con un’ammissione di cedimento e si chiude con una rivendicazione di quel cedimento. La traiettoria è breve ma non scontata, e merita attenzione perché rappresenta uno dei rari momenti negli sparsi in cui Arthur non si limita a registrare uno stato, ma lo nomina e, nominandolo, lo riconosce come proprio.

L’attacco è confessionale in senso quasi liturgico: il chino e il fumo del mattino presto contraddicono i voti fatti a se stesso nei giorni precedenti. Arthur lo sa, lo dichiara, e non tenta di giustificarlo. Tuttavia, anziché sprofondare nella spirale di autoaccusa che caratterizza tanti altri sparsi del periodo, il testo compie una deviazione inaspettata. Quel «di contro» non è retorico: segna davvero un cambio di direzione. Dalla pece delle strade dove ancora cammina, spuntano «gaudio e nove spemi», e il lessico si alleggerisce percettibilmente. La «giubba cremisi» che scende «soave dissulla groppa» è un’immagine quasi cavalleresca, inconsueta nella tavolozza degli sparsi, dove il corpo è di norma qualcosa che si trascina, non qualcosa che viene rivestito con dolcezza.

Il momento di svolta è il riflettente, lo specchio. Arthur si guarda e non si riconosce, o meglio, si riconosce come nuovo, «casi abbeano scorso lustri del vespro passato». Il tempo percepito è enorme, sproporzionato: un pomeriggio equivale a lustri. È una distorsione tipica della scrittura a caldo di Arthur, ma qui non produce angoscia. Produce, al contrario, una sorta di stupore pacato.

La seconda metà del frammento abbandona del tutto il registro sensoriale e diventa riflessiva, con una lucidità che negli sparsi è rara e, quando appare, va presa sul serio. Le promesse antiche che «giacciono qual carte piegate volte su volte» sono un’immagine di straordinaria precisione materiale: Arthur non dice che le promesse sono infrante, dice che sono ancora leggibili ma hanno perso la capacità di reggere la forza delle cose. La differenza è sottile e importante. Non c’è tradimento, c’è usura. E l’ultimo periodo chiude con quella che mi pare una delle formulazioni più oneste dell’intero corpus: «una stanca miseria ch’ha imparato il proprio nome». L’atto di nominare la propria condizione non la riscatta, non la guarisce, non la trasforma. La rende semplicemente pronunciabile. E per Arthur, che negli sparsi precedenti lotta costantemente con l’informe, con ciò che «non si fa stringere», questo è già moltissimo. (Solbourne, 1997)