27/12/1923 – #181 · 05/01/1924 – #190
Ricostruzione congetturale del periodo #181–#190
(27 dicembre 1923 – 5 gennaio 1924)
Tratto da: Theodore Brooke, The Quiet Machinery, Vol. I (Hillfoot University Press, 1998)
I. Un silenzio differente
Fra la #180 del 26 dicembre 1923, un appunto sparso scritto alle 08:30 del mattino, e la #191 del 6 gennaio 1924, il corpus presenta un vuoto di dieci entrate. È la più breve delle tre lacune del Libro Primo, limitata a undici giorni, ma per due ragioni è la più significativa dal punto di vista dell’intenzione. La prima: Arthur, alla ripresa, non si limita a riconoscere il vuoto, come aveva fatto con parsimonia nella #165 di dicembre, ma dichiara espressamente di non volerlo colmare. La seconda: la ragione che adduce per il silenzio non è la pigrizia, la malattia o l’inerzia, ma una scelta deliberata di omissione, fondata su un principio che formula con chiarezza inequivocabile.
“Non andrò a narrar l’ultime settimane che mancan a questo diario poiché se d’importante ‘n effetti qualcosa vi fu, sicuramente rimostrerà il suo aspetto ne’ mesi o quissà anni a venire.” Fin qui, potrebbe trattarsi di un espediente retorico per giustificare l’ennesima interruzione. Ma la frase successiva chiude ogni margine di ambiguità: “E l’ignorare, come sempre fui ripetendo, allevia, alleggerisce e schiarisce, nel momento 'n cui s’ignora lo che, per quanto si faccia, non andrà mai a cambiare.”
Arthur non sta dicendo di non aver nulla da raccontare. Sta dicendo che c’è qualcosa da raccontare, qualcosa che non può essere cambiato, e che sceglie di ignorarlo perché l’ignorare è l’unica strategia che possiede per alleggerirne il peso. Le lacune precedenti, la estiva e la novembrina, potevano essere attribuite a una combinazione di inerzia e crisi. Questa è un atto volontario di cancellazione.
II. Ciò che precede
I giorni che conducono alla lacuna sono fra i più documentati del dicembre 1923, il che rende il contrasto col vuoto ancora più marcato. Arthur è malato dalla #176 (22 dicembre) in avanti: influenza, emicrania, costipazione respiratoria, un fisico che “non rispondeva ai comandi”. Il medico lo visita. Ada gli porta frutta e pane. Arthur è confinato fra il letto e la poltrona, “un bozzolo di flanelle sballottato tra divano e letto” come si definisce nella #176. Nonostante la malattia, il calendario festivo lo strappa dall’isolamento. La #178 (24 dicembre) lo trova in preparazione per le celebrazioni natalizie: acquisti dell’ultimo momento alla bottega di Lylcoin, una bottiglia di clante, dolci da portare alla cena di Juliet. La #179 (25 dicembre) è scritta alle 09:37, con le encefalee ancora in corso, prima della partenza per le celebrazioni del giorno: la sera precedente è stata “impeccabile”, con Stewart e Juliet presenti. Arthur è diretto a West Sixth, un borgo nei pressi di Gersburg, per un secondo giorno di festeggiamenti.
Poi, la #180. Il giorno dopo Natale, alle otto e trenta del mattino. Un appunto sparso di una desolazione che Solbourne, nella sua nota, ha analizzato con la consueta minuziosità. Il frammento non contiene un solo nome, una sola voce, un solo cenno alla festività appena trascorsa. Arthur si alza su uno scendibotta viscido, afferra qualcosa di caldo che non riesce a bere, si muove in un ambiente che non gli appartiene, fra un “mobilìo d’altri” cinto di rovina e ragnatele.[19] Solbourne nota che “la solitudine dell’entrata non è dichiarata: è inscritta nella sintassi stessa, nell’assenza totale di un tu, di un nome, di una voce” (Solbourne, 2003). L’ultima frase del frammento, “solo il lasciarsi reggere da cosa calda bastava a fingere un principio”, è una dichiarazione di non-inizio: l’ultimo giorno scritto del 1923 si chiude con la parola “principio”, ma un principio finto, simulato, impossibile.
Dopo questa frase, undici giorni di nulla.
III. Il luogo e la cronologia
Un dettaglio della #180 che merita attenzione è il “mobilìo d’altri”. Arthur non si trova nel proprio appartamento di April Street, dove il mobilio è il suo e dove l’ordine minimalista che la #22 descrive con precisione lascia poco spazio all’aracnia e al roviname. L’ambiente della #180 è un luogo estraneo, sporco, trascurato, con una soglia che “non si porge a passo” e una luce che filtra attraverso tessuti logori. Se Arthur è partito per West Sixth il 25 dicembre, come annunciava nella #179, è plausibile che il 26 si trovi ancora nella zona di Gersburg, forse in un alloggio provvisorio, forse presso qualcuno che il frammento si rifiuta di nominare. L’alternativa è che sia rientrato a Lylcoin nella notte e che il “mobilìo d’altri” sia una percezione alienata del proprio ambiente domestico, il che sarebbe coerente con la dissoluzione del soggetto che Solbourne segnala nel frammento. In entrambi i casi, Arthur è in un luogo che non riconosce come proprio, e questo, il giorno dopo Natale, ha un peso che non va sottovalutato.
Per la cronologia dei giorni successivi, disponiamo di un solo dato concreto. Nella #193, scritta l’8 gennaio 1924, Arthur menziona “le lunghe liste dell’ambiziosi arrivi cui mi impegnai qualche settimana fa”. Le mire annuali, dunque, sono state scritte durante il vuoto, probabilmente a ridosso del capodanno. Nella stessa entrata Arthur scrive di essersi “concessomi la prima settimana dell’anno per calibrare la bussola”, il che indica che i primi cinque o sei giorni di gennaio sono stati dedicati alla pianificazione, non al lavoro nelle fabbriche. La #191 del 6 gennaio conferma: Arthur è in April Street, non ha obbligazioni esterne, riceve Claudette e Ada, lavora su archivi e agende. La ripresa è domestica, non lavorativa.
IV. Ciò che non può essere cambiato
La frase chiave della #191, “lo che, per quanto si faccia, non andrà mai a cambiare”, è il centro gravitazionale di questa lacuna. Arthur non sta parlando di lavoro, di salute o di logistica. Sta parlando di qualcosa di irreversibile che è accaduto, o che è stato compreso come irreversibile, durante le undici giornate mancanti.
Il candidato più probabile, alla luce dell’intero primo anno di corpus, è Valerie. Non perché il nome compaia nel vuoto, dove per definizione nulla compare, ma perché il capodanno è una soglia, e le soglie nel sistema parkeriano sono i momenti in cui il pensiero di Valerie diventa più acuto. La #1, scritta il 30 giugno 1923, colloca l’inizio dell’intera impresa diaristica nel contesto di una separazione: “solo adesso, solo il giorno primo di tanti avanti 'n cui converserò meco, comprendo lo che con 'sì poca fatica ho gettato alle ortiche”. Il capodanno fra il 1923 e il 1924 segna la fine del primo anno civile senza Valerie, e il passaggio a un secondo anno che consolida l’assenza come condizione permanente.
Ma non è possibile escludere altre cause. Il periodo festivo ha messo Arthur in contatto con figure, Juliet, Stewart, la famiglia a Gersburg, che il resto dell’anno vede di rado. Il contrasto fra la socialità natalizia e il ritorno alla solitudine di April Street è un meccanismo che il corpus documenta anche in altre occasioni: ogni visita di Lily, ogni incontro con Florence, ogni serata alla Fox Reprise produce un ritorno a casa che Arthur vive come una piccola perdita. Il capodanno, con il suo carico simbolico e la sua inevitabile contabilità dei bilanci personali, potrebbe aver amplificato questo meccanismo fino a renderlo insostenibile.
Vi è poi la questione finanziaria. La #193 fornisce il consuntivo dell’anno: circa 600 monete d’oro in entrata, circa 550 in uscita, con una mezza dozzina di spese ancora da affrontare. Arthur lo definisce “non un anno stellare”. La ristrettezza economica, combinata con la malattia delle settimane precedenti e con lo stallo lavorativo di fine anno documentato nelle entrate di dicembre, potrebbe aver contribuito a un senso di fallimento che il capodanno ha cristallizzato.[20]
V. Il tono della ripresa
La #191 non è un’entrata depressa. È stanca, meditativa, ma non prostrata. Arthur scrive di un’“aurora rosata e gelida” che lo desta “quasi sin voglia, quasi per pena”, ma nel meriggio la giornata si è riempita: Claudette per questioni d’impiego, Ada per le faccende domestiche, l’archiviazione, la pianificazione. La chiusa è addirittura ottimista, con una formula insolita per un uomo che riprende il diario dopo undici giorni di silenzio: “V’è ottimismo come forse mai prima, ché ne’ piccoli passi, ne’ brevi scatti, ne’ frustranti scivolate, m’accorgo che mi son abituato alle salite ch’ormai salite più non paiono ma lunghi viali sconnessi”.
L’ottimismo, qui, non è euforia. È il sollievo di chi ha attraversato qualcosa e ne è uscito, non intatto ma funzionante. Arthur ha scelto di non raccontare ciò che è successo, ma non ha scelto di restare dentro il vuoto. La differenza con le lacune precedenti è che qui il ritorno al diario è accompagnato da una dichiarazione programmatica: le “lunghe liste” di mire annuali sono già scritte, la prima settimana è stata spesa a “calibrare la bussola”, gli archivi e le agende sono sul tavolo pronti per essere compilati. Arthur non ricomincia da zero. Ricomincia da un punto che ha scelto durante il silenzio, anche se non ci racconta come vi è arrivato.
VI. Lo che resta nel vuoto
Dieci entrate mancanti in undici giorni. È il vuoto più denso e più deliberato del Libro Primo. Non è l’inerzia dell’estate, dove Arthur smette di scrivere perché non ne ha la forza. Non è la spirale di novembre, dove la crisi lo travolge e lo stakanovismo lo assorbe. È una decisione. Arthur sa cosa è successo, sa che non può cambiarlo, e sceglie di non scriverlo. Il diario, che fino a quel punto aveva ricevuto tutto, le vanvere, i lamenti, le epifanie, i sogni di Valerie, le cronache delle fabbriche, le emicranie e le pinte di chiara, per la prima volta viene escluso da qualcosa. C’è un confine che Arthur pone fra sé e il foglio, e quel confine è il capodanno del 1924.
Ciò che possiamo dire con certezza è poco. Arthur ha trascorso il 26 dicembre in un luogo che non era il suo, in una condizione di solitudine che la #180 documenta con un’efficacia che il resto del corpus raramente raggiunge. Ha attraversato il passaggio d’anno. Ha scritto le proprie mire per il 1924. Ha calibrato la bussola durante la prima settimana di gennaio. Ha ripreso a scrivere il 6 gennaio con un tono che, se non è sereno, è quantomeno operativo.
Ciò che non possiamo dire è il contenuto del vuoto. Sappiamo solo che c’è qualcosa che Arthur ha visto, compreso, o subito, e che ha giudicato irreversibile. E che ha deciso che il modo migliore di portarselo addosso era non scriverlo. Per un uomo che nel Preambolo dichiarerà di aver scritto “tutto sul niente e niente sul tutto”, questa è forse la confessione più eloquente dell’intero primo anno: che vi sono cose che nemmeno il niente e il tutto riescono a contenere.
[19] Nota all’entrata #387 - L’entrata si colloca il giorno dopo la #386, anch’essa sparso, e la prossimità non è casuale. La #386 è una scena di stasi totale: Arthur seduto su una soglia, il braccio che «pur accennando, ricadeva in gesto privo di peso», la maniglia ossidata che «offriva il moversi soltanto alla mente». Il corpo era inchiodato, incapace perfino del gesto elementare di aprire una porta. Il trattenersi, osserva Arthur in chiusa, «come piovere, non prometteva mai fine». La #387 porta il corpo fuori, nella strada, ma non lo libera. Lo immerge in un altro tipo di paralisi: quella della materia che si disfa.
L’intero frammento è costruito su un lessico della dissoluzione. La «fanghìna lattescente» da cui «sfiatava» una «rasciuga schiumosa» è un paesaggio liquido già in stato di decomposizione: l’acqua «non ristagna ma tracima», il fondo «non facea da specchio ma da ribattuta». Ogni elemento ha perso la sua funzione primaria: l’acqua non riflette, non si ferma, non serve. Ciò che vi traluce è «reliquia viscida d’un abbozzo disusato, scevro di naspo e cigliatura, sbollito qual corna d’icneumone 'n dissoluzione». La similitudine è straordinaria per la sua estraneità: le corna d’icneumone in dissoluzione introducono un’immagine quasi naturalistica, da tassidermia o da laboratorio di scienze, che non ha paralleli evidenti nel corpus. L’icneumone, animale associato fin dall’antichità alla capacità di uccidere i serpenti, compare qui non come agente ma come residuo, ridotto alle sue appendici in disfacimento. La forma dell’animale è già perduta: ne resta soltanto la materia che si scompone.
Nella seconda sezione del frammento, il paesaggio si popola: una slitta «balestrata» il cui passaggio produce «scagliosi vapori che mulinavano tra borra e strusciamento». La slitta è un veicolo industriale le cui ruote «s’appiattivano pe’ stroppio», cioè si deformano per l’usura. I vapori non salgono, mulinano: la strada è un sistema di forze che girano su sé stesse senza direzione. «Ciò che fu forma s’abbassava 'n polvere_umorale», scrive Arthur, e il composto «polvere_umorale», con il suo trattino basso che fonde il concreto e il fisiologico, è uno di quei momenti in cui la lingua parkeriana inventa un concetto che la lingua corrente non possiede. La polvere non è minerale, è umorale: appartiene al corpo, ai suoi umori, alla sua chimica interna.
L’accelerazione del frammento avviene nella frase centrale: «il tracollo che s’annida tra tallone e dovere». La formulazione è tra le più dense dell’intero Libro Secondo. Il tracollo non è un evento, è una condizione che «s’annida», cioè si acquatta, si insedia in uno spazio ristretto, precisamente nel punto in cui il gesto fisico del camminare (il tallone) incontra l’obbligo astratto di farlo (il dovere). Il corpo cammina non perché vuole ma perché deve, e in quel «tra» si nasconde il crollo. La #382, cinque giorni prima, descriveva lo stesso meccanismo con diversa immagine: «ogni piede ch’ì movo ne’ dì che cronaco dressa casi fiero un pulviscolo d’allora, invisibile e greve, che si piccica alle suole e ne scompensa l’andatura». L’andatura, in entrambi gli sparsi, è compromessa non dall’esterno ma dall’interno, dal peso che il passo porta con sé.
La chiusa è la scena più breve e più densa del frammento. «In quel riboccolo, tra sgorbî e svirgole, s’appianò la retinatura d’un mento già sbocciato: ed ei, pur sin peso, parve essersi disciolto. Bastò lo sfrigolio.» Dal disordine visivo della strada, dal groviglio di segni e macchie, emerge il contorno di un mento, maschile. Il pronome «ei» non lascia dubbi sul genere, ma il testo non offre identificazione. Potrebbe essere un passante, un volto intravisto nella ressa e subito perso, secondo lo stesso schema della #57, dove Valerie appare «di profilo, col mento smussato» e un istante dopo «non v’era più». Ma qui il soggetto è maschile, e il «mento già sbocciato» suggerisce una maturità raggiunta, un volto non più giovane. La possibilità che Arthur stia vedendo sé stesso, riflesso nella fanghìna che «non facea da specchio ma da ribattuta», è sostenuta dalla logica interna del frammento: ciò che vi traluce è «reliquia viscida d’un abbozzo disusato», un’immagine che richiama più un autoritratto deformato che un avvistamento di terzi. «Ei, pur sin peso, parve essersi disciolto»: la figura, chiunque sia, si dissolve, e la dissoluzione non richiede violenza. «Bastò lo sfrigolio»: bastò un suono minimo, un crepitio, perché la forma cedesse.
Il frammento si chiude così, senza rientro, senza commento, senza il ritorno domestico che caratterizza la #57 o la #386. Arthur non torna: registra la scomparsa e si ferma. Il fatto che l’ultimo atto percettivo sia un suono, non un’immagine, rovescia la gerarchia del frammento, che fino a quel punto era interamente visivo e tattile. L’udito, già nella #57, era il senso del riconoscimento involontario, quello che «slittava» e faceva ruotare il corpo. Qui lo sfrigolio non produce riconoscimento ma dissoluzione: è il suono della forma che cede, dell’immagine che si ritira. In un corpus dove il suono è quasi sempre minaccia o intrusione (il chiacchierìo dei rocchetti della #386, il brusìo soffocato nella fenditura), questo sfrigolio ha una qualità diversa: è conclusivo, non iterativo. Non si ripete, non tormenta. Accade, e basta (Solbourne, 1997).
[20] Nota all’entrata #418 - L’entrata si colloca il giorno dopo la #417, nella quale Arthur narra una giornata operativa in compagnia di Claudette e Stewart, seguita da una passeggiata serale e da un tono di relativa stabilità. La #418 non prosegue quel tono. Lo demolisce. È uno degli sparsi più tecnicamente complessi dell’intero Libro Secondo, e tra i più ardui da decifrare senza un minimo di familiarità con il lessico artigianale che Arthur vi immette.
Il frammento descrive un’azione che Arthur compie ripetutamente: scrutare dalle finestre appannate del suo appartamento di April Street i volti dei passanti che svoltano l’angolo della strada. È un’abitudine documentata in numerose entrate regolari, dove Arthur osserva le figure che passano sotto le sue finestre, talvolta con curiosità generica, talvolta con una tensione specifica che il lettore impara a riconoscere. Nella #744, un anno dopo, l’atto viene descritto in termini quasi identici: «L’osservo didietro delle medesime appannate cui soleo penzolare irrequieto masticando l’istanti, attendendone il profilo emergere dal fugiglio del crocicchio». Qui, nella #418, il medesimo gesto viene sottoposto a un processo di decomposizione radicale.
Arthur paragona il suo scrutare a quello di un sacrestano che ha smarrito il breviario e continua a officiare per memoria muscolare, «pe’ memoria del polso e non del verbo». La similitudine è precisa e va presa alla lettera. Il rito prosegue dopo che il suo contenuto è andato perduto. Il sacrestano non prega più: compie gesti. Arthur non cerca più: guarda. E il cristallo delle finestre, «grommoso de’ mie’ flati», cioè incrostato del suo stesso fiato, deforma i volti al punto che ogni conio, ogni impronta individuale, si disfa «ratto qual galla gittata 'n bagno gelido che 'n piglia mordente». La galla, nella concia delle pelli, è l’agente che fissa il colore: se gettata in acqua fredda, non attecchisce. I volti che Arthur osserva non si fissano più in nessuna memoria, non lasciano impronta.
Da qui in avanti, il frammento si sposta interamente nel campo semantico della concia e della lavorazione del cuoio, con una precisione tecnica che non ha equivalenti nel corpus. Arthur descrive ciò che resta del suo desiderio come un’«alluda frollata» passata dal calcinatore: la pelle ridotta all’osso, privata di grasso, di carne, di elasticità, che «crìspola e 'n prende piute tannino né concia né governa». Il desiderio è diventato materia morta che non può più essere trattata, lavorata, restituita a una funzione. Il tannino non attecchisce, la concia non prende, il governo non ammorbidisce. Ciò che resta è «'l crudo», la pelle non lavorata, che si raggrinzisce e basta.
Il passaggio su «Ella» conferma la direzione. Arthur ammette che forse il primo volto che fissò dalla finestra con vera intenzione fu il suo, quando «'l cernere avea grana e le nocche reggevan il pondo dell’aspettare sin tremar delle falangi». C’era un tempo in cui le mani tremavano per l’attesa, in cui il gesto di scrutare aveva consistenza, peso. Quel tempo è passato. L’attesa stessa l’ha «soverchiato», e degli anni ha tratto «rinzaffo crollato», cioè intonaco caduto, «sfridi, stoppie fradice che 'n piglian fiaccola». Gli scarti non prendono più fuoco. Non possono più essere accesi nemmeno soffiandovi sopra «colle gote gonfie del dimone».
La chiusa è circolare. Arthur torna al gesto del guardare e dichiara che non cerne più «stampi» — impronte, volti — ma il «battito» che il cernarli gli procurava: cerca la sensazione della ricerca, non il suo oggetto. E anche quella sensazione si è «tarlata 'n cataplasma asciutto», un impiastro secco che porta ancora addosso non perché guarisca, ma perché toglierlo sarebbe uno «sgravamento» che lo lascerebbe esposto a un freddo che nemmeno il fantasma di un passante potrebbe più attenuare. L’ultima immagine è quella del gabelliere, il doganiere che controlla i transiti, e che ormai «officerà d’ogni modo perocché l’officiare gli s’è fatto ossame e l’ossame 'n rammenta piute d’aver portato incarnato». L’atto di guardare è diventato scheletro: struttura senza carne, forma senza contenuto, rito senza fede. (Solbourne, 1997)