Marco Delrio

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26/12/1923 – #180

Slargava i calcagni su d’uno scendibotta viscido, ché la trama, lassa d’orditura e madida d’assillo, s’appiccicava ai planti com’un muscigno senza fogge, ché la pedata più che passaggio parea cedimento, e ‘l cavo dell’anca si svincolava sin trazione, non per andare ma pe’ spostare ‘l peso d’un trasporto immotivato. Sotto le falangi, didentro dello svellume d’un’impugnatura rimasta incastonata tra poltiglia e semigelo, tralucea l’ultimo barlume d’un calore stitico, remanente più per materia che pe’ fervore, e la broda, s’ancor tale, s’intignava in giravolta d’amarume, senza vampa né imbocco. Tra il muciglio d’un parato scucito e lo stento d’una gobba da credenza, si frangea l’aspetto d’un mobilìo d’altri, cinto di roviname e graffiato d’aracnia, e ‘n quel torpore che s’addensa prima della veglia decisa, cada_elemento tessea più lo stare che l’offrirsi. La soglia, ché pur v’era, non si porgea a passo, ma s’opponeva com’una giuntura che ripugna snodo, e il lucore trapassava il filato con sbavatura d’ocra, simile a fermento d’orciuolo dimenticato. Ogni sollevamento si contraeva per decoro, ché il tremito di fianco che rincorre l’avanzo d’un giorno appena prefigurato già sapeva d’essere tutto. E ‘l sorbire, sin fosse avvenuto, non avrebbe guadagnato rintocco. Solo il lasciarsi reggere da cosa calda bastava a fingere un principio.[18]


[18] Nota all’entrata #382 - Il frammento chiude la sequenza di sparsi che ha dominato la prima metà del luglio 1924: la #376 del 9 luglio, la #378 dell’11, la #379 del 12, la #380 del 13, la #381 del 14. Cinque frammenti in sei giorni, un addensamento senza precedenti nella biografia testuale recente, culminato nell’eruzione del nero della #381 con la domanda finale all’abisso: «se’ tu morte o passato son già?» La #382 arriva il giorno dopo. Arthur è sopravvissuto. E dedica il frammento al tentativo di comprendere cosa abbia prodotto la sopravvivenza e cosa la renda precaria.

Il registro è quello latineggiante e sentenzioso che Arthur riserva agli sparsi più analitici, come la #380, dove la disciplina dei fuscelli era stata formulata come principio stoico. La #382 prosegue quell’impianto ma ne rovescia la direzione. La #380 prescriveva un metodo: alimentare ogni giorno il sopito fuoco. La #382 diagnostica il fallimento del metodo: il passato non si lascia seppellire per volontà.

L’apertura è una constatazione di artificio. «Veggasi lo ieri di pronto sepolto e pittato alli posteri a mala linea di non poco arbitrale.» Arthur osserva come il giorno appena trascorso sia stato immediatamente sepolto e dipinto ai posteri secondo una linea divisoria arbitraria. Il confine tra ieri e oggi è un tratto di pennello, non una frattura reale. E quel tratto di pennello è opera di ciò che Arthur è solito chiamare «natura» ma che riconosce come «solo falla del cogito mio permane»: un errore del proprio pensiero, travestito da legge naturale. È una delle ammissioni più lucide del corpus sulla costruzione artificiale del tempo interiore.

Il passaggio centrale lavora su un’immagine funeraria. «Lo sepolto 'n tace e rifiata, dal di sotto della crosta del nominato, qual omuncolo 'n dolo cui sia stato negato il giusto peso della terra.» Ciò che Arthur ha seppellito non muore. Respira sotto la crosta, come un piccolo uomo a cui sia stata negata la sufficiente quantità di terra per essere davvero sepolto. L’immagine è di una precisione inquietante: Arthur ha gettato troppa poca terra sul proprio passato, e la terra non basta a schiacciare l’omuncolo che continua a ventilare. La parola «dolo», in latino, significa dolore ma anche inganno: l’omuncolo è sia afflitto sia ingannato, tenuto in un limbo di sepoltura parziale. La crosta, immagine che attraversa gli sparsi dell’estate 1923 in chiave fisica, torna qui in chiave metaforica: non è più la crosta che si forma su una ferita secca, è la crosta di parola con cui Arthur copre l’evento senza eliminarlo.

Il cuore del frammento è nell’immagine del pulviscolo. «Ogni piede ch’ì movo ne’ dì che cronaco dressa casi fiero un pulviscolo d’allora, invisibile e greve, che si piccica alle suole e ne scompensa l’andatura.» Arthur cammina nei giorni che documenta, e ogni passo solleva polvere di allora. La polvere è invisibile ma pesante, si appiccica alle suole, e sbilancia il passo. È una delle metafore più fisiche del corpus finora per descrivere come il passato operi nel presente: non attraverso ricordi coscienti, ma attraverso una resistenza minima e costante che altera il modo stesso di camminare. Arthur non inciampa. Zoppica senza sapere di zoppicare. Il pulviscolo è il residuo dell’abisso che Arthur ha consegnato alla Nauer un anno prima, ed è lo stesso pulviscolo che nelle paginette «hanno più pulviscolo che motti indosso», come scriverà nella #551 del gennaio 1925: la polvere del tempo si deposita sulle pagine stesse della scrittura, e le scritture vecchie accumulano polvere come gli scaffali.

La chiusa è la più spietata del frammento e chiarisce retrospettivamente la direzione dell’intera sequenza di luglio. «Quissà la natura, ch’ì accuso novamente pe’ ozio 'n nome, non sia di contro mero alibi, maschera posta a celare la mia inerzia di scarnire l’occorso.» Arthur sospetta che la «natura», cui aveva attribuito la responsabilità di seppellire arbitrariamente il passato, sia in realtà un paravento per la propria inerzia. Accusare la natura è un modo per non ammettere che è lui a non avere le forze di «scarnire l’occorso», di ridurre l’evento all’osso, di privarlo della carne narrativa con cui continua ad adornarlo. La sentenza finale è di una brutalità clinica: «Lo che s’ostina a persistere, non pare ser l’evento, ma l’uso che ne fo, l’indugio con cui l’adorno di bisogna, 'sì ch’il dolo, fino ser tollerabile, debba fingersi maestra.» Ciò che persiste non è la perdita di Valerie: è l’uso che Arthur fa di quella perdita. L’indugio con cui la adorna. La necessità che il dolore, per restare sopportabile, finga di essere insegnamento.

È la rovesciamento esatto della #380. Lì la disciplina consisteva nell’attizzare ogni giorno i fuscelli del sopito foco, trasformando il dolore in fuoco quotidiano governato. Qui Arthur riconosce che quel fuoco è un espediente: «il dolo, fino ser tollerabile, debba fingersi maestra». Il dolore non insegna nulla. Arthur gli fa insegnare qualcosa perché altrimenti sarebbe insopportabile. E la scrittura diaristica stessa, che la #12 aveva accusato di «cementificare» le immagini oniriche di Valerie, viene qui accusata di essere lo strumento con cui il passato viene adornato di bisogna, vestito di necessità narrativa, mantenuto in vita sotto forma di maestra (Solbourne, 1997).