23/07/1923 – #24
Quissà disinibito dall’eccessi etilici e dalla bisogna d’offrir svago, nel momento di fatto dell’intrattenimento veo che si stacca la coscienza, o lo che solgo chiamare, ed essa naviga ‘sì sola ‘n lo ch’essa stessa crede l’approccio corretto per l’azioni fini alle persone e null’altro. V’è altruismo nel gigantir l’ego lo che serve per coccolarsi nella realizzazione d’una fama che pur minuta s’offre e appare come protagonista del flebile mondarello corniciato dalle circostanze? E tal è palestra o perpetuo moto sin meta, l’anelar qualcosa di più delizioso per l’ego stesso? Con buone probabilità, è imperativo per tal lato del mio inconscio esigere un morso della torta prima che debba sopportar le scene dell’altri che ve n’affondano ‘l viso didentro. Ma ciò è bene quando tal morso è di mano e satolla le necessità quantunque innecessarie. Eppur m’appare antitetico e velato, il cagionare la spontaneità che si tramuta ‘n scuse. Frontare questa dicotomia paradossale è dunque l’essenza de lo che marchian come amore della canoscenza sull’almanacchi di niente e tutto dall’altri me che ‘n si contentano del morso ma ne suggon ogni briciola finoltre lo stomaco. Tutto solo ché sia vantaggio al morso d’addopo. Ma è egoismo, allora, o gola, o draconica cupidigia? Quissà tutte, ché per quanto asceta e retto, son ì come loro, d’ogni sensazione ‘n ogni momento, mutabile per definizione e dominato delle succitate. Scopo diventa indi ‘l ser burattinaio d’esse e l’amicarsi ogni io che ne consegue da tali e ‘n ogni momento microbico a seguitare, sceglier l’io d’ospitar più di buon grado.