Marco Delrio

Parkerverse › DiarioDiary

14/07/1923 – #15

Fu ‘l dì ch’avemmo eletto insieme come una di sorta partenza ed or resta a memento d’un arrivo – perlomeno dal d’ella conto, come solgo immaginare. Fin troppo, quissà, ne discorro ancora tramite qualsivoglia mezzo a mia disposizione, e fin troppo ne sciorinerò ancora, talvolta cripticamente, talvolta menzionandone pure ‘l nome, l’angoli del cotidiano brevemente condiviso, l’ombre che invece di scacciare abbiamo lassato c’ingollassero sani. Stolto come mai prima mi appaio al ripensarci, vile e cieco nel mio egoismo frenetico, l’opposto dello che bramo con cada foglietto della mia cronistoria scritta. ‘Sì mi par contrappasso, ad oi che giaccio catenato ‘n un fugiglio d’apatica refrattarietà al più divino de’ sentimenti, coi mie’ squallidi tentativi d’apporre una controprova tangibile al mio attendere vano. Ben so ch’è vano, badisi, per quanto ciò non ponga attriti al mio esitare fianco l’uscio al minimo scalpiccìo che rammenta ‘l suo camminare. Quante lune ancora innanzi, a tentar di porre ‘n favella lo ch’arde sin fiamma in dentro, lo ch’urla sin voce ‘n cada silenzio obbligato? E l’unica quistione ch’ormai detesto di codesta tempesta è l’incapacità sempre più consapevole d’aver veduto carambolare via ‘n uno sbuffo l’unico ritmo di battiti ventricolari che niuno mai potrà ricreare. Sonnecchia tra le pieghe dei bracci ‘l ricordo malsano dell’inaccessibilità del passato e ‘l monito sfocato d’un ghigno appagato ch’ogni mane è esponenzialmente più distante.[10]


[10] Nota all’entrata #15 - Il 14 luglio 1923 è il quindicesimo giorno del diario. Arthur scrive nel primo pomeriggio, alle 15:13, un orario insolito per gli sparsi del periodo, che tendono a collocarsi nelle ore del crepuscolo o dell’alba. L’entrata precedente, la #14, è uno sparso dedicato alla nostalgia per Newbrick, il paese rurale dove Arthur è cresciuto. La #13, del giorno prima, è la confessione del rapporto epistolare con Genevieve Jumper, chiuso dallo stesso Arthur per incapacità di offrire presenza reale. L’accusa di egoismo che Arthur rivolge a sé nella #13 («ì le mostrai l’ombra d’un fanciullo. Ancora me ne vergogno») è la stessa che riemerge nella #15 con una forza più concentrata e più amara.

La frase d’apertura stabilisce il centro gravitazionale del frammento. Quel giorno, il 14 luglio, fu «eletto insieme come una di sorta partenza»: una data concordata con Valerie, un anniversario. Arthur non specifica di quale anno, né se si tratti dell’inizio o della fine della relazione, ma la sua formulazione è rivelatrice: ciò che fu scelto come partenza «or resta a memento d’un arrivo, perlomeno dal d’ella conto». La partenza di Arthur è stata, per Valerie, un arrivo: l’inizio di una vita senza di lui. L’inversione semantica tra partenza e arrivo è la prima delle simmetrie spezzate su cui il frammento si costruisce.

La consapevolezza che Arthur ha del proprio comportamento ossessivo è, in questa entrata, più lucida che in qualsiasi altro punto delle prime settimane del corpus. «Fin troppo ne discorro ancora», ammette, «talvolta cripticamente, talvolta menzionandone pure 'l nome». Il diarista si osserva nell’atto di scrivere il diario, e ciò che vede non gli piace. Si definisce «stolto come mai prima», «vile e cieco nel mio egoismo frenetico», «l’opposto dello che bramo con cada foglietto della mia cronistoria scritta». La cronistoria, il diario stesso, dovrebbe essere il luogo della trasformazione, ma Arthur vi si riconosce come l’opposto di ciò che vorrebbe diventare. Lo strumento terapeutico consigliato dalla dottoressa Nauer rivela, per un istante, la propria insufficienza: scrivere non cambia, registra.

La parola «contrappasso» è la sola occorrenza del termine nell’intero perimetro delle entrate consultate. Arthur la usa per descrivere la propria condizione presente, «catenato ‘n un fugiglio d’apatica refrattarietà al più divino de’ sentimenti»: una punizione per contrasto, dove chi ha dissipato l’amore per eccesso di ego ora giace incapace di provarlo. Il riferimento dantesco non è decorativo. Arthur conosce la Commedia e la usa come mappa morale del proprio inferno personale. Ma il contrappasso che descrive è peculiare: non è inflitto dall’esterno, è autoindotto. È Arthur ad aver costruito la propria prigione, e la #15 è il primo momento nel corpus in cui questo viene detto senza perifrasi.

La sezione centrale del frammento contiene l’immagine dell’uscio. Arthur «esita fianco l’uscio al minimo scalpiccìo che rammenta 'l suo camminare». Nella #12, scritta tre giorni prima, Valerie appare «presso l’uscio d’April Street» in un’immagine onirica mattutina. Nella #15 l’uscio torna, ma svuotato di visione: non c’è sogno, non c’è apparizione. C’è solo il suono dei passi, e la speranza che quei passi siano i suoi. L’uscio di April Street diviene, in queste prime settimane, il confine tra la vita reale e la vita desiderata, e Arthur vi staziona come un cane fedele che attende un padrone che non tornerà.

La domanda «quante lune ancora innanzi, a tentar di porre 'n favella lo ch’arde sin fiamma in dentro, lo ch’urla sin voce 'n cada silenzio obbligato?» è una delle formulazioni più nitide del paradosso parkeriano fondamentale: il bisogno di tradurre in parola ciò che la parola non può contenere. Arthur vuole dire l’amore, ma l’amore arde «sin fiamma», urla «sin voce». Lo strumento è inadeguato all’oggetto. La scrittura non è comunicazione, è il tentativo perpetuamente fallito di comunicare. E tuttavia Arthur continua a scrivere, perché il tentativo è l’unica cosa che gli resta.

La chiusa è densa: l’unica questione che Arthur «ormai detesta di codesta tempesta» è la consapevolezza crescente «d’aver veduto carambolare via 'n uno sbuffo l’unico ritmo di battiti ventricolari che niuno mai potrà ricreare». L’immagine dei battiti ventricolari, un cuore condiviso il cui ritmo era irripetibile, è seguita da una clausola che si apre sull’immagine del corpo a riposo: «Sonnecchia tra le pieghe dei bracci 'l ricordo malsano dell’inaccessibilità del passato e ‘l monito sfocato d’un ghigno appagato ch’ogni mane è esponenzialmente più distante.» Il ghigno appagato è un ricordo di felicità che non si avvicina, non si stabilizza: si allontana esponenzialmente, ogni mattina un po’ di più. Arthur usa un avverbio matematico per descrivere una perdita affettiva: la distanza dal passato non è lineare, accelera.

Il dato strutturale più rilevante ai fini dell’analisi complessiva degli sparsi è la ricorrenza calendariale. Il 14 luglio produce uno sparso in ciascuno dei successivi tre anni: la #15 nel 1923, la #381 nel 1924 e la #745 nel 1925. Nella #381, un anno dopo, Arthur scrive seduto «sulla rocca più erema» chiedendosi «se’ tu morte o passato son già?». Nella #745, due anni dopo, osserva «didietro delle medesime appannate» la figura di Valerie che va «fondendo i contorni» nel «mulinello di memorie ed epifanie», ogni giorno «piute prossima_all’etere». La traiettoria è chiara: nel 1923 il dolore è colpa e desiderio confusi; nel 1924 è interrogazione sull’essere ancora vivi; nel 1925 è la constatazione che la figura stessa di Valerie si sta dissolvendo. Il 14 luglio non è un giorno del calendario: è un appuntamento annuale con la perdita, e gli sparsi che produce sono, per usare una formula che Solbourne ha proposto in altra sede, forme respiratorie obbligate dalla ricorrenza, non generate dall’impulso (Solbourne, 1997).