Marco Delrio

Parkerverse › DiarioDiary

13/07/1923 – #14

Vi son parecchi_istanti durante il correr de’ mesi ‘n cui percepisco una nostalgia atipica e bruciante per il nido rurale e ignorante ch’ho lassato in Newbrick. Quissà son i volti e le litanie diarie prive d’ambizioni e magnificenza ch’attutivano ‘l mio specchiarmi inadeguato a cotale panorama manovale e incolto, quissà proprio il cumulo di mattonacci e ghiaia alli bordi delle calli che mugolavano silenti al camminar via delle stagioni, ‘n una poesiola campestre che da molto non colgo nella contea di Bolinthos e in quivi dintorni. ‘Sì tanti nomi e vite s’han sciolti via delle mie nocche sfuggenti, or che latito fra un’obbligazione ell’altra, in la solitudine malconcia che tendo a stropicciare di cagioni per farla più accomodante al corpo; checché ne vada fiero, ben sia, del continuo rinnovato accostumarsi a cotanto deserto sociale, rare son le memorie dolorose dell’anni in Newbrick, coperte delle nubi soffici d’un cheto vivere di poco. E di noialtri, infine, ‘sì pochi han messo solidi radici in quelle viuzze anguste e salmastre eppur mi pare ch’ei son i padroni de’ sorrisi più genuini che sovente mi scopro a invidiare. Orbene me ne sto più che consapevole che le mie spalle già sarebbero storte e strette ‘n Newbrick, corniciate del lento progresso industriale che posso sperimentare con mano qui a Lylcoin, ‘sì fondamentale per l’espressione concreta ch’immaginato delle mie mire. Eppur sogno, talvolta, d’aver casi una dozzina di lustri addizionali, poscia il mio sparire finale, pe’ correr sin moto in tra le rustiche consuetudini sopite del ventre che tanto m’ha fatto crescere e che ‘sì tanto m’ha tenuto fanciullo.[9]


[9] Nota all’entrata #14 - L’entrata è scritta alle 06:12 del 13 luglio, un orario che nel corpus appartiene alla fascia delle scritture notturne residue o delle veglie anticipate. Arthur scrive prima che i «suoni indaffarati delle calli» prendano il sopravvento, come aveva fatto due giorni prima nella #12, altro sparso composto alle prime ore del mattino. L’ora non è neutra: è l’ora in cui i filtri sono più sottili e il pensiero scivola verso territori che il giorno lavorativo di norma non concede.

La #13, il giorno precedente, è dedicata a Genevieve Jumper, una ragazza conosciuta di recente e con la quale Arthur ha interrotto una corrispondenza epistolare appena iniziata, ammettendo che ella non fu «null’altro ch’una maniera di deviare delle priorità del momento». La #15, il giorno dopo, è uno sparso di anniversario legato a Valerie, «'l dì ch’avemmo eletto insieme come una di sorta partenza». Fra un rapporto reciso sul nascere e un anniversario doloroso, la #14 si colloca in uno spazio intermedio: non parla di nessuna donna, non parla della scrittura, non parla del lavoro. Parla di un luogo.

Newbrick, nella contea di Sageville, regione di Lakelike, è il borgo rurale dove la famiglia Parker si trasferì dopo la nascita del fratello Theodore, come Arthur stesso narra nei Bruscoli Propedeutici: la dimora «sedeva al margine settentrionale del borgo, ben fuori dalle calli ornate e pietrate del budello», con «di torno le campagne fin troppo oblique lungo 'l fianco della valle, edifici mangiucchiati dall’anni e spruzzi di verde». Newbrick è il paese natale di Dalila Treeper e dei suoi genitori, Francis e Adelaide; è il luogo dove Arthur è cresciuto prima del trasferimento che lo porterà, attraverso tappe successive, fino a Lylcoin. Nel 1923, al momento della stesura di questo sparso, Arthur vive nella contea di Bolinthos, lavora per la Frontprice, e di Newbrick gli restano ricordi che definisce «coperti delle nubi soffici d’un cheto vivere di poco».

Lo sparso è anomalo nella sequenza del primo Libro per il suo andamento argomentativo. Non è un frammento sensoriale, non è un lampo percettivo: è una riflessione distesa, quasi saggistica, che procede per oscillazioni tra poli opposti. Da un lato, Arthur definisce Newbrick «rurale e ignorante», il suo panorama «manovale e incolto»; dall’altro, vi riconosce una «poesiola campestre» che non riesce più a cogliere nei dintorni di Bolinthos, e attribuisce ai suoi abitanti i «sorrisi più genuini» che si scopre a invidiare. La nostalgia è dichiarata «atipica e bruciante» fin dall’apertura, e l’aggettivo atipica è rivelatore: Arthur sa che non si tratta di un sentimentalismo convenzionale. Non rimpiange Newbrick per ciò che Newbrick era, ma per ciò che Newbrick gli permetteva di non essere.¹

L’immagine centrale del frammento è quella del «deserto sociale» in cui Arthur vive, una solitudine che egli stesso «stropiccia di cagioni per farla più accomodante al corpo». Il verbo stropicciare è lo stesso che nella #4 descrive il foglietto dimenticato «sul fondo della mia valigetta dell’impiego»: ciò che si stropiccia è ciò che si sgualcisce a forza di manipolazione, ciò che si deforma per renderlo tollerabile. Arthur non nega la propria solitudine, ne rimodella i contorni finché non gli aderiscono addosso. La formula è di una lucidità notevole, e anticipa un tema che percorrerà l’intero corpus: la solitudine non come condizione subita, ma come abito confezionato su misura e indossato con un orgoglio che Arthur stesso riconosce come sospetto.²

La chiusa è tra le più singolari dell’intero primo Libro. Arthur sogna di avere «una dozzina di lustri addizionali, poscia il mio sparire finale», sessant’anni supplementari dopo la morte, per «correr sin moto in tra le rustiche consuetudini sopite del ventre che tanto m’ha fatto crescere e che 'sì tanto m’ha tenuto fanciullo». L’immagine è quella di una seconda vita interamente dedicata al ritorno. Ma il ritorno non è verso un luogo fisico: è verso un ventre, un grembo. Newbrick è il corpo che ha generato Arthur e che lo ha trattenuto nella condizione infantile. Il desiderio non è di riparare gli errori della vita adulta, ma di rientrare in uno stato anteriore alla coscienza adulta stessa. Arthur non chiede più tempo per vivere meglio: chiede più tempo per tornare a non sapere.

La tensione è irrisolta, e Arthur non tenta di risolverla. Sa che le sue spalle «sarebbero storte e strette 'n Newbrick», sa che il «lento progresso industriale» di Lylcoin è necessario alle sue ambizioni. L’entrata della #377, un anno dopo, confermerà che «nulla più dei Treeper resta ‘n Newbrick, oramai, se non que’ piccoli segni lassati alla burocrazia comunale». Nella #980, quasi tre anni dopo, Arthur descriverà Newbrick come «un borghetto rustico e decadente che 'l turista non cercherebbe e non troverebbe». Il luogo continua a rimpicciolirsi nel tempo, ma il peso che esercita sulla scrittura non diminuisce. Il ventre non ha bisogno di essere grande per contenere (Solbourne, 1997).

Note aggiuntive

¹ L’espressione «'l mio specchiarmi inadeguato a cotale panorama manovale e incolto» è ambivalente: Arthur si percepiva inadeguato rispetto al mondo operaio di Newbrick, ma la parola attutivano suggerisce che quella inadeguatezza, paradossalmente, fosse ammortizzata dal contesto, non acuita. A Bolinthos e Lylcoin, l’inadeguatezza non ha più cuscinetti.

² Il tema della solitudine volontaria attraversa il corpus in forme diverse. La #52, una settimana dopo, contiene una riflessione esplicita sulla facilità con cui Arthur recide i legami: «basta cessare d’esserci, diluire la presenza, rinviare, e lassare ch’il tempo compia in vece nostra». Nella #556, Arthur ammette di «latitare» dalla Fox Reprise da mesi. Il «deserto sociale» della #14 non è dunque una condizione accidentale ma una costruzione attiva, e la nostalgia per Newbrick è, in parte, nostalgia per un tempo in cui l’isolamento non era ancora una scelta.