Marco Delrio

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Lampioni Spenti

1

La ragazza si alzò dalla sedia. La postura e i movimenti non tradivano alcuna platealità, fretta o insofferenza. Attraversò la sala poco illuminata con passo regolare, superando a zigzag i tavoli ancora occupati, fiancheggiando il bancone in legno dove alcuni avventori attempati ridevano troppo forte senza accorgersene. Quel pub, ormai, non la riguardava più.

Winston ristette per alcuni secondi che a lui parvero mezz’ore. Appoggiò sul legno scuro del tavolino il bicchiere da pinta, ormai dipinto astrattamente all’interno dai merletti irregolari che il lacing della terza IPA della serata aveva lasciato. Si eresse per seguirla, poggiò una banconota umida sotto gli occhi del barista che gli fece un occhiolino gentile mentre spillava altra ambrosia per i clienti rimasti. La porta si chiuse alle sue spalle con un rumore secco e metallico, troncando a metà il secondo ritornello di “Patent Pending” degli Heavens.

La strada davanti al Sir Francis appariva molto diversa da quella che li aveva accolti a inizio serata: era più larga, più nuda, come se il buio le avesse scrollato di dosso ogni dettaglio superfluo. L’aria era fredda ma immobile, senza il minimo respiro di vento, appoggiata tra le chiappe di cemento dei palazzi intorno. Victoria era ferma sotto l’insegna tremolante del locale. Per qualche istante rimase talmente immobile da far domandare al ragazzo se si fosse sentita male. Winston si arrestò a qualche passo di distanza, lasciando tra loro uno spazio a metà tra il prudente e l’intimo, uno spazio inevitabile. Lei infilò la mano nella borsa, scongelandosi dalla posa statuaria che aveva preoccupato Winston; non cercava nulla in particolare, voleva solo occupare quel silenzio surreale.

«Vado a piedi.», disse infine. La frase non aveva il tono di un monito o di una condanna. Era una constatazione, quasi un promemoria.

«Sì.», rispose Winston.

Non aggiunse altro. Non le chiese se fosse sicura, e non le propose alternative. Victoria annuì appena, come se la risposta fosse quella prevista e corretta. Gli diede le spalle senza tentennare e si incamminò lungo il marciapiede.

La strada era illuminata in modo irregolare: dal Sir Francis fino al primo incrocio vi erano almeno una dozzina di lampioni ma la metà erano completamente spenti. Winston si chiese se fosse un modo dell’amministrazione per risparmiare sulle bollette. Magari ne accendono metà un giorno e metà il giorno dopo. Avrebbe dovuto tornare due sere di fila per confermare la sua ipotesi. Oppure le lampadine erano andate. I lampioni avevano lampadine? Si chiedeva se anche Victoria si stesse facendo le stesse domande.

Si rispose nella testa immediatamente e scacciò ogni pensiero che non riguardava la ragazza. Questa camminava a passo deciso e filato ma non affrettato. Winston s’incamminò nella sua stessa direzione. All’inizio fu semplice dirsi che stava andando nella sua stessa direzione per pura coincidenza; era il percorso più diretto, quello che avrebbe scelto comunque per tornare a casa. Dopo pochi metri, tuttavia, si rese conto che stava modulando il passo al suo, permettendogli di mantenere una distanza costante – non abbastanza ridotta da sembrare un’agente della scorta e non sufficiente a suggerire fossero solo due passanti con lo stesso itinerario. La città notturna parlava in frammenti: un gruppo di ragazzi dai vestiti eleganti chiacchierava sotto un portone, una finestra di un secondo piano sparava luci colorate a ripetizione, un auto dalle minigonne lucide passò forse troppo velocemente. Nessuno prestava attenzione a loro due, non più di quanto loro due ne prestassero al resto.

All’incrocio, Winston decise di rimanere qualche passo dietro di lei, in attesa dell’omino verde lampeggiante. Quando apparve il segnale, attraversarono a passo deciso le strisce, nemmeno due fari di un’auto a ricalcarne il percorso. Winston osservava la postura della ragazza, il modo in cui teneva le spalle, leggermente contratte verso l’interno, come se stesse trasportando in braccio un vaso di cristallo. Un camion frantumò il torpore del suo flusso di pensieri. Gli abbaglianti accesi inondarono uno spicchio dell’incrocio, le strade si dissolsero in una luce bianca, piatta e violenta. Winston serrò gli occhi e girò la testa verso quello che sembrava un angolo di mondo non colpito da quella meteora.

Quando riaprì gli occhi davanti a lui, Victoria era ancora lì, alla stessa distanza, con l’andatura di chi non è stata disturbata o ferita dal lampo artificiale di un pericolo della strada. La presenza della ragazza, mentre lui tornava a modulare il passo per sincronizzarlo al suo, gli diede una sensazione di continuità che non si aspettava. Camminavano come due persone che condividono uno spazio nella maniera più ordinata possibile. Ogni tanto Victoria rallentava il passo per superare una radice sporgente di un pioppo, per evitare una pozza di quella che sperava fosse acqua, e Winston la imitava, evitando di aggirare gli ostacoli per non intaccare la costanza di metri che li separavano. Passarono davanti a un’enorme vetrina spenta e scura. Il vetro rifletteva le loro sagome in una maniera deformata, quel poco che bastava per rendersi conto che non erano le loro proporzioni reali quelle spiaccicate all’inverso nel vetro. Winston seguì quelle due lunghe e secche gambe a spillo che scandivano il suo stesso passo, continuando a ruotare la testa anche dopo aver superato la vetrina, come se si aspettasse di vedersi ancora, da dietro, camminare. Victoria non ci fece caso. La strada mutava gradualmente, i locali e i negozi lasciavano spazio a edifici residenziali, portoni illuminati sofficemente, cancelli chiusi, finestre blindate e buie. Il masticare dei loro passi si fece più netto e ogni singolo scostamento dalla sincronizzazione era una dissonanza che alterava alquanto il ragazzo. Winston sentì il bisogno di graffiare quella lastra di ghiaccio che torreggiava tra i due corpi, non per dire qualcosa di utile o necessario, ma per verificare che la possibilità di parlare esistesse ancora.

«Fa freddo…», sputò con un volume che gli parve esagerato.

Victoria annuì senza fermarsi. A Winston sembrava di aver sentito un “Sì” ma non ci avrebbe giurato. Non era una risposta scortese. Era semplicemente priva di appigli.

La notte tornò a cadere tra i passi ormai ben distinti di quattro scarpe. Winston si scoprì ammaliato da dettagli inutili: una crepa nell’asfalto, un sacchetto di carta bucherellato abbandonato vicino a un cassonetto, l’ombra irregolare di un albero appena potato, una sigaretta schiacciata per terra fumata per uno o due tiri; era un modo per evitare di concedersi all’affrontare quello che stava accadendo.

O meglio, ciò che stava lentamente smettendo di accadere.

Attraversarono un altro incrocio, poi un altro ancora. La città pareva ripetersi senza fantasia. Victoria non cambiava ritmo nell’andatura, ogni falcata vantava la stessa precisione e determinazione di quella prima. Winston, dal canto suo, sentiva le cosce calde, cominciava a non sopportare la soletta delle Vans che sfregava con i calzini sottili che aveva indossato, e le note tropicali dell’ultima pinta erano ormai solo un’eco sulla lingua secca.

«È tardi.» disse Victoria, senza fermarsi o voltarsi. Non era una constatazione asettica. Era un modo per delimitare il tempo rimasto.

«Già», rispose Winston. Non aggiunse altro. Aveva la sensazione che qualsiasi parola in più avrebbe introdotto una richiesta implicita che non era pronto a formulare. Il silenzio tra i due non era il semplice sonno della città o l’inerzia d’una serata satura di dialoghi. Era un sacco chiuso stretto pieno di cose non dette, o mai dette, o ancora da dire. Quel tipo di silenzio che non ti piomba addosso all’improvviso. Quel tipo di silenzio che nasce dai rinvii, dalle omissioni, dai momenti opportuni, dai rimorsi, dagli armistizi. Arrivarono in una strada pulita e deserta. O almeno così sembrava ai loro occhi, visto che tutti i lampioni di quella zona erano completamente spenti. Solo la luce lontana di un incrocio dai mille semafori permetteva ai ragazzi di delineare il confine tra marciapiede e carreggiata.

Victoria si fermò.

Non disse nulla. Restò immobile con lo sguardo rivolto in avanti, un bis di quando Winston la vide appena fuori dal locale.

Winston la imitò a pochi passi da lei. La distanza che li separava sembrava stabilita dalla legge. Per qualche secondo nessuno dei due si mosse. Winston ebbe la sensazione che quello fosse un punto preciso, una soglia, una sorta di simbolo. Nella testa scorreva l’immagine mentale di quella strada durante il giorno per cercare un segnale della solennità che Victoria pareva aver impresso in quel suo fermarsi brusco.

Victoria fece un passo avanti.

Poi un altro.

Winston rimase dov’era. Non fu una scelta deliberata. Semplicemente non si mosse. Osservò Victoria allontanarsi di qualche metro, poi di altri ancora. La sua figura si fece meno definita, assorbita dal buio che ne mangiucchiava i contorni.

Avrebbe potuto chiamarla. Abbozzare il suo nome in un volume da essere umano che non avrebbe svegliato il quartiere. Qualsiasi cosa che interrompesse quella separazione tanto silenziosa quanto spietata.

Non lo fece.

Rimase fermo finché Victoria non svoltò all’angolo e scomparve dalla sua visuale. Solo allora si rese conto di essere solo. O forse ora era scritto a caratteri cubitali difficili da ignorare fissando una crepa sull’asfalto o un sacchetto di carta. La strada davanti, improvvisamente, gli parve ancora più lunga, ancora più fredda, ancora più vuota.

Si voltò lentamente, come se stesse cercando qualcosa, gli capitò di pensare che la stesse cercando dietro di lui, come se avesse fatto il giro dell’isolato per apparirgli alle spalle. Schiacciò le labbra una sull’altra e riprese a camminare nella direzione opposta, esalando un lungo sbuffo dalle narici.

2

Winston si fermò dopo quattro lunghi passi e rimase fermo più a lungo di quanto fosse disposto ad ammettere. Non era una scelta meditata, né una qualsivoglia manifestazione di orgoglio: era come se il corpo intero avesse bisogno di qualche secondo in più per accettare ciò che era appena accaduto.

L’angolo in cui Victoria era scomparsa non aveva nulla di speciale: un cassonetto, un cartello segnaletico con il limite di velocità, l’intonaco biancastro screpolato dell’angolo di un edificio qualunque. Eppure era malvagio da parte di quello scorcio di città trattenere tutta quella tensione residua e nasconderla alla vista del ragazzo.

Si rigirò verso la strada opposta a quell’angolo, quella da dove erano arrivati. Mosse altri due passi, poi altri due. Le Vans gli sembravano pinne sulla sabbia, le cosce sembravano dover essere convinte a collaborare.

La città intorno, invece, continuava a respirare con una regolarità indifferente: un cane abbaiava da qualche parte, più per abitudine sembrava, che per allarme; un portone sputava un eco vuoto al richiudersi con forza; un colpo di tosse in lontananza annunciava altri vagabondi di quell’ora tarda.

Winston si arrestò nuovamente. Gli venne in mente, con una chiarezza improvvisa e dannatamente fastidiosa, che se avesse continuare a camminare in quella direzione, avrebbe comunque potuto tornare a casa senza ostacoli. Nessuno lo avrebbe fermato. Nessuno gli avrebbe chiesto spiegazioni per una tale scelta. Sarebbe stata un’altra notte dalle ore piccole, così come tante altre prima e, sicuramente, come tante altre da venire; un’altra notte destinata a depositarsi nei giorni successivi sotto forma di irritazione velata, un alone di pensieri interrotti e frasi scombussolate che nemmeno sapevano trovare l’uscita dalla bocca.

Quest’ultimo fulmineo ragionamento lo fece infuriare.

Si rese conto che non stava pensando a cosa dire a Victoria, non stava preparando un discorso, né cercando una citazione sagace o un aforisma per incanalare una discussione verso qualcosa di soddisfacente. No. Stava solo reagendo a una sensazione elementare, a un pattern confortevole perché solito e conosciuto, non perché tiepido e avvolgente. Quella sera l’aveva seguita. Non inseguita.

Si voltò di scatto. Il gesto fu così rapido che si sorprese da solo. Si guardò intorno due o tre volte, come a prendere il respiro per riordinare i pensieri – o a spazzarli via come si deve – e come se temesse che qualcuno lì in strada potesse giudicarlo se lo avessero visto cambiare idea e direzione così repentinamente. Le cosce e le scarpe avevano vita propria ora. Non stava più camminando con la calma misurata al centimetro di prima, il ritmo ora si era fatto meno elegante e più urgente. Più si avvicinava all’incrocio dove Victoria era stata inghiottita dalla notte, più si rendeva conto di non avere un piano che andasse oltre l’accorciamento della distanza fisica. Paradossalmente, questa assenza strategica, gli sembrò sensata. Onesta. Non stava cercando, in fondo, di rimettere insieme qualcosa con un monologo o un diagramma di Gantt; stava semplicemente rifiutando l’idea di rimanere fermo.

Winston la vide dopo qualche minuto e altri quattro incroci attraversati senza cautela. Non fu una scena da film, la riconobbe da distante per la linea delle spalle e il modo in cui camminava senza oscillare troppo nonostante il passo celere, per la borsa che ora le batteva appena contro il fianco con una regolarità metronomica invidiabile.

Era lontana.

Non abbastanza da rinunciare. Rallentò istintivamente; non voleva che la rincorsa diventasse una scena terrificante da pellicola horror. Sapeva che rallentando avrebbe sentito le cosce tornare a mugugnare. Se ne infischiò. Ridusse il passo, regolò il respiro e si strofinò le mani ancora fredde. Si impose di camminare nella maniera più naturale possibile, come se quella fosse stata la sua andatura fino a quel momento. Pochi metri ancora.

«Victoria…»

La ragazza non si voltò subito. Fece ancora due passi, poi rallentò per altri due. Si fermò e rimase immobile per un istante che Winston non seppe interpretare: non pareva ci fossero né sorpresa né esitazione. Sembrava che Victoria gli stesse concedendo ancora qualche secondo per pensare a cosa dire. Poi la ragazza si girò. Il viso tagliato a metà dall’ombra di un lampione appariva svuotato da ogni emozione, l’emblema di una mente che è stata interrotta mentre stava riorganizzando fiumi di pensieri per conto proprio.

«Che succede?» chiese Victoria.

Winston si era fermato a una distanza prudente e tentennava nel colmare lo spazio tra di loro. Sentì la gola secca, senza sapere se fosse una condizione pre-esistente al suo richiamo o se trovarsi ora faccia a faccia fosse stato il catalizzatore somatico.

«Scusami,» sbiascicò per riflesso, senza enfasi alcuna. «Non volevo…» Si interruppe. Quella frase non stava andando da nessuna parte. Victoria lo osservava immobile, senza impazienza.

«Non volevo lasciarti così.» disse, infine, Winston. Non era nulla più di una constatazione pleonastica. Victoria inclinò la testa come un cagnolino confuso davanti a un verso mai sentito del padrone.

«Così come?» Lo incalzò lei, ancora senza echi di emozione nel tono.

Winston aprì la bocca per rispondere sentendo il fiato riempirgli i polmoni ma la richiuse, rendendosi conto di non avere una spiegazione pronta. Scorse tra i cassetti dentro il cranio per qualcosa di più vago ma che uscisse celermente.

«Così… cioè, così, in questo modo…» ripetè Winston, realizzando immediatamente di non aver detto nulla di diverso da prima. Victoria strinse le labbra in quello che Winston sperava fosse un mezzo sorriso ma che più probabilmente era amarezza. La ragazza fece un rapido gesto con il capo come a indicare la strada alle sue spalle. Winston annuì e la raggiunse.

Ripresero a muoversi, questa volta fianco a fianco, senza cercare di sincronizzare i passi. La casa di Victoria non era lontano, ormai; Winston la conosceva bene, ci era stato tante altre volte, in circostanze ben diverse, entrambi senza trascinarsi il macigno di quella sera. Camminarono per qualche minuto in silenzio. Winston aveva la tentazione di parlare, di riempire quello spazio con qualcosa che dimostrasse una presenza attiva. Inoltre, forse, Victoria, ora, si aspettava che lui parlasse. Oppure anch’ella stava riordinando un discorso che avrebbe preso luogo non appena si fossero trovati fermi sotto casa sua. A Winston, però, sembrava che Victoria non avesse tutta questa fretta di rompere il silenzio; ogni tanto spostava leggermente la borsa sulla spalla, come per riequilibrare il peso in base alla velocità del passo.

Arrivarono, alla fine, davanti a un portone grigio dai vetri zigrinati che lasciavano immaginare una forte luce fredda all’interno. I due si fermarono. Victoria non cercò subito le chiavi di casa nella borsa, rimase con il corpo leggermente inclinato verso l’ingresso, come se fosse già per metà dentro il palazzo ma concedendo a Winston un ultimo margine, qualche minuto oltre il novantesimo.

«Dimmi.» esalò Victoria quasi sottovoce. Gli occhi erano teneri. Il tono no. Winston sentì un pugile affondare anni di allenamento alla sua bocca dello stomaco.

«Io…» iniziò Winston. Si fermò un attimo ancora, si passò la mano sulla nuca. Se ne accorse e la ritrasse.

«Io non volevo che finisse così stasera, senza dire niente…»

«Io ho detto.» appuntò quasi annoiata Victoria, fissandolo negli occhi. Non era un’accusa, in fondo, era una correzione più che legittima.

«Sì, ma intendo poi, per strada… cioè, lo so che alla fine volevi tornare a casa a piedi da sola…» Winston si rese conto che nel tragitto fianco a fianco che avevano fatto pochi minuti prima non aveva pensato minimamente a cosa dire.

«Non volevo che te la prendessi, al locale, volevo passassimo una sera tranquilla, ogni tanto…»

«Win, quello che vuoi o non vuoi non è mai quello che fai…» disse Victoria con un vocino esile e stanco. Winston si rese conto che la prima frase completa di Victoria dopo essere usciti dal locale, ora, gli era entrata a gamba tesa in faccia.

«…e dopo mezz’ora cerchi di rimediare, perché in fondo te ne rendi conto pure tu.»

«Ed è sbagliato? Rimediare, intendo…» Winston alternava il suo sguardo tra gli occhi inclinati di Victoria e il brandello di strada che li divideva. Victoria, invece, non toglieva l’attenzione dal viso di Winston.

«Dipende da cosa intendi con “rimedio”.»

Il silenzio aleggiò alcuni momenti. Dal piano di sopra arrivò il rumore di una porta che si chiudeva. Un ascensore si mosse minaccioso con un ronzio metallico singhiozzante. Winston sentì che i secondi stavano passando in una maniera differente. Non nella velocità, nel peso che avevano. Erano densi. Spessi.

«Non ti sto chiedendo di provare a risolvere tutti i casini adesso…» aggiunse Winston, deglutendo forte, prima di continuare. «Solo… di non andartene vià così, come prima…» Victoria fece un mezzo passo indietro, appoggiando la schiena al portone chiuso.

«Io non sto andando via, Winston, sto entrando in casa.»

Winston annuì con una smorfia. «Lo so, Vicky.»

«E allora, perché sei qui?» chiese lei.

La domanda era diretta e affilata, e non lasciava spazio a risposte evasive. Winston lo sapeva, e inspirò. Avrebbe potuto dire molte cose: che aveva bisogno di tempo, che si sentiva un po’ frastornato da come si era risolta quella sera fino ad allora, che teneva a lei, e tanto.

Tutte frasi vere.

Tutte frasi insufficienti.

«Perché quando mi sono girato prima, quando hai girato l’angolo che ti eri fermata… io mi son girato e ho iniziato a camminare…» cercava di scandire bene le parole del primo ragionamento sensato che gli sembrava di aver partorito in giornata; «…e ho capito che stavo facendo la cosa che faccio sempre…».

Victoria lo osservava incuriosita e con un quasi impercettibile cenno del capo verso di lui, gli dipinse un interrogativo per spingerlo a continuare.

«…stavo evitando.» Gli occhi del ragazzo ora fissavano le scarpe come se un’incudine fosse appesa al naso. «E, per una volta, non volevo farlo.»

Victoria giocherellava con le chiavi nella borsa, senza tirarle fuori, mentre nella testa processava le parole del ragazzo.

«Questo non cambia molto quello che c’è stato fino a oggi, Win, che c’è stato fino a poco fa…»

«No.» ammise Winston frettolosamente «No, assolutamente, ma cambia quello che faccio adesso, no?»

Victoria lo guardò a lungo, stavolta. Winston non riusciva a scrutare indulgenza in nessuno dei micro-movimenti del volto della ragazza.

«Adesso non basta…» gli scaraventò lei addosso.

Victoria fece un respiro profondo che sapeva di punto e a capo prima di estrarre le chiavi dalla borsa e aggiungere « È tardi.»

Winston annuì con un mezzo sorriso.

La guardò mentre infilava le chiavi nella serratura, il portone si aprì con un boato secco che echeggiò nella strada vuota. Victoria si fermo a metà, con una mano che teneva a porta e un piede già oltre lo scalino. Si voltò verso di lui e lo imitò in quel mezzo sorriso agrodolce.

«Non rincorrermi se poi non sai restare.»

La frase non sapeva di minaccia o di rimprovero, quanto di constatazione e, forse, sotto sotto, di sfida. O, perlomeno, così a Winston piacque pensare.

«Non…» iniziò lui. «Buonanotte, Winston.» lo spense lei.

«Notte.» aggiunse a mezza voce Winston.

La porta si richiuse con violenza alle spalle della ragazza.

Winston non seppe come muoversi. Aveva la sensazione di aver attraversato qualcosa, certo, ma ancora non sapeva bene cosa. Sapeva che di lì a qualche minuto avrebbe avuto tasche piene di tutte le frasi che non era riuscito nemmeno a pensare. Fece un passo indietro, poi un altro, si voltò e si allontanò dal portone con l’andatura più lenta che avesse mai avuto in tutta la sera.

Per la prima volta da mesi, Victoria gli mancava davvero, ora.

3

Winston si svegliò con la sensazione che fosse ancora notte. Non perché la stanza fosse buia, ma per una stanchezza che aveva deciso di non dormire insieme a lui. Guardò l’orologio luminoso al polso con fastidio, come se il tempo avesse fatto un salto senza prima consultarlo. Le due e qualcosa erano diventate quasi mezzogiorno, e la luce filtrava dalle tapparelle con una chiarezza carica di giudizio. Restò disteso qualche minuto, un avambraccio sugli occhi serrati, cercando di ricostruire la cronologia degli eventi.

La notte precedente gli appariva come una sequenza di immagini già viste, sovrapposte, come se fosse stata infilata in una bottiglia trasparente insieme a molte notti simili e poi shakerata con vigore.

Si alzò. In bagno, l’acqua fredda gli colpì prima le mani e poi il viso con una precisione punitiva. Nel grosso specchio davanti vide un’espressione che conosceva: l’indecisione. Si vestì senza un criterio definito, un po’ come aveva scelto le parole la sera prima. In cucina, il caffè aveva un retrogusto più bruciacchiato del solito. E del necessario. Winston appoggiò la tazza sul tavolo e osservò il telefono, immobile accanto alle chiavi. Lo aveva lasciato tutta la notte lì, come se fosse stato in castigo.

Nessuna notifica. Zero.

Picchiettò le dita sul tavolo in terzine ritmate. Si accorse che stava aspettando un qualcosa che ancora non avrebbe saputo descrivere. Fuori, la città di giorni sembrava un’altra; i lampioni accesi di qualche ora prima, adesso erano solo pali inutili, decorativi, come se il comune si fosse scordato di toglierli dopo la messinscena dello spettacolo al buio. I lampioni che erano già spenti, beh, quelli erano già pali inutili poco fa.

Victoria era già sveglia da ore.

Aveva lasciato casa con un anticipo insolito, quasi per evitare la tentazione di restare segregata in quattro soffici mura comprensive. Il mattino le scorreva addosso senza attriti. Caffè bevuto in piedi, scarpe infilate senza sedersi, chiavi in mano prima ancora di uscire. Nessun ripensamento plateale, nessuna analisi. Un flow analitico e funzionale.

Camminando tra una commissione e l’altra, notò quanto tutto fosse esposto. I marciapiedi accoglievano le routine dei passanti incrociando i loro sguardi, invece di lasciare che quegli umani se li rivolgessero a vicenda. La notte concedeva ombre e privacy. Il giorno no. Questo rendeva più difficile fingere, pensò.

Il telefono tintinnò brevemente insieme a una vibrazione accennata che parve un’ape soffocata dalla borsa. Era un messaggio di Winston. Lo lesse una volta sola. Una frase semplice e breve, misurata, che cercava di apparire banale e normale, come se un tribunale avesse deliberato che la notte prima “non contasse”. Victoria spostò il messaggio dai pensieri.

Attraversò la strada, entrò in un bar già saturo di caciara, ordinò qualcosa da bere e crollò su uno sgabello vicino alla vetrina che dava sul marciapiede. Rispose al messaggio con poche parole, prive di agganci per una conversazione.

Winston lesse il messaggio di Victoria quando era ancora seduto al tavolo della cucina. Percepì distintamente il punto di spazio-tempo in cui l’idea che “qualcosa fosse cambiato” iniziava a perdere consistenza. Non c’era nulla nella risposta di Victoria: non faceva male perché non prometteva, dava o toglieva nulla. Tanto valeva aver scritto a un risponditore automatico del provider telefonico.

Winston passò quel che restava della mattinata e del primo pomeriggio a lavorare al computer in maniera irregolare. Ogni tanto, tra una mail e l’altra, gli tornava in mente un lampo bianco improvviso, l’abbaglio di un mezzo pesante che lacera un incrocio costringendoti a chiudere gli occhi.

Dopo pranzo le scrisse di nuovo. Questa volta poteva azzardare con qualcosa di pratico. Una scusa funzionale anche se insipida. Victoria rispose dopo due minuti, nello stesso modo neutro.

La conversazione rimase sospesa, come se nessuno dei due volesse essere il primo a tirare la leva per spostarsi dai binari di un nulla senza sapore.

Nel primo pomeriggio fu Victoria a proporre di vedersi. Un caffè. Poco tempo.

Winston accettò immediatamente.

Si incontrarono in un locale luminoso, uno di quelli che durante il giorno sembrano esistere per prendere la rincorsa e che alla sera si trasformano completamente. Il Queen’s Tavern era in una zona neutra quasi equidistante dalle case di entrambi e profumava ancora dei croissant del mattino.

Victoria arrivò puntuale e Winston era già lì.

Si salutarono sulla soglia senza toccarsi.

Seduti uno di fronte all’altra, Winston ebbe la sensazione che, a differenza della notte, la luce del pomeriggio non concedesse ambiguità o dubbi. I volti erano chiari, facilmente leggibili, le pause meno elastiche, le voci più ferme. Non c’erano i lampioni spenti a nascondere e proteggere le esitazioni. I due chiacchierarono di questioni marginali per qualche minuto: lavoro, impegni, il meteo ballerino. Argomenti che servivano a misurare la distanza e come riscaldamento dialettico per ciò che entrambi avevano in testa.

Fu Victoria a prendere di nuovo l’iniziativa e spostare la conversazione senza ulteriori preamboli.

«Ieri sera», disse, appoggiando la tazzina con un gesto preciso e calcolato, in accordo con il british feel del locale «non è stata una sorpresa.»

Winston alzò lo sguardo, comprendendo che non ci fosse più modo di tornare al comfort delle conversazioni sulle temperature. «Per me sì, invece, sai?»

Victoria scosse appena la testa e accennò un sorriso agrodolce. «Per te lo è sempre.» Un dito stava ancora giocando delicatamente con il piattino in ceramica sotto la tazzina.

Winston si irrigidì. «Io non…»

«Aspetta», lo fermò lei, senza alzare la voce. «Non sto dicendo che non ti importi, Winston. Sto dicendo che arrivi sempre dopo.» La frase rimase lì, come un oggetto posato sul tavolo. Victoria continuò. Parlarono allora di episodi piccoli, concreti, esempi a supporto della tesi della ragazza. Non era una lista preparata, anche se poteva sembrarlo dalla facilità con cui Victoria estrapolava un avvenimento dopo l’altro. Non era nemmeno un processo. Una sera saltata per pigrizia, una promessa rimandata per l’ennesima volta, una risposta, una scusa, una soluzione arrivata quando non serviva più. Winston riconosceva tutto. Odiava non riuscire a trovare una motivazione valida per attutire il colpo di quelle colpe. Nella sua testa, quegli episodi erano sempre stati separati. Victoria li disponeva ora lungo una linea continua. Facevano male.

«Io non ti ho mai chiesto grandi gesti», disse Victoria.

Winston annuì quasi spontaneamente rendendosi conto che aveva completamente ragione.

«Solo continuità, Win…».

Winston sentì il riflesso immediato di provare a confutare ogni singolo episodio da lei citato. Le parole si organizzarono con una rapidità e lucidità inaspettata. Contesto, intenzioni, circostanze. Cominciò a parlare. E Victoria lo lasciò parlare. E parlò molto. Quando finì, lo guardò senza ostilità.

«Vedi?» disse. «Tu rendi tutto coerente col senno di poi. Ha senso ogni contesto che mi hai detto, ogni scusa, ogni sentimento che lasci trapelare anche ora. Ma le devo scoprire sempre dopo? Non vivo in una spiegazione a posteriori. Vivo nel tempo che passa. Vivo nel momento che succedono.»

Winston avvertì una fitta scomoda, un calore al basso ventre e ai polpacci. Probabilmente il suo riflesso fight or fly. Quella di Victoria non era una frase nuova, ma detta così, alla luce del giorno, perdeva ogni appiglio difensivo.

«Io non lo faccio apposta», disse, sentendo le sfumature di vergogna nella propria voce.

Victoria annuì compassionevolmente. «Lo so. Lo so Winston. È questo che lo rende difficile.» Il rumore della strada entrava a ondate, ogni volta che un cliente entrava o usciva dalle enormi porte in legno. Winston guardò la tazzina, ormai gelida.

«Ho odiato il silenzio ieri sera, tornando a casa…», ricominciò Winston, quasi senza pensare a cosa stesse per dire. «…è vero, avrei potuto parlare io, chiederti come abbiamo fatto a finire al punto di tornare a casa insieme ma separati, cioè, a casa tua e poi mia intendo, hai capito cosa intendo. Potevo chiederti cosa stessi pensando, ci ho pensato tutto il tempo che camminavamo verso casa, non sono bravo in queste cose, ci sto provando anche ora a spiegarmi nel modo migliore ma non so bene come tirare fuori… beh, tirare fuori tutto ecco. Non so cosa fare quando sei in silenzio, e non parliamo, e sei molto più in gamba tu a comprendere cosa bisogna fare. Preferisco una risposta che non mi piace al limbo di…»

«Lo so.» lo interruppre Victoria cercando il filo in quel flusso di coscienza.

Non disse altro. Sospirò.

Si alzarono poco dopo. Pagò Winston. Uscirono insieme, poi si separarono subito dopo il locale con un “Ci sentiamo”. Entrambi avevano ancora da terminare molti impegni nel pomeriggio. Winston camminò senza una direzione precisa.

La città soleggiata gli sembrava crudele nella sua normalità confusionaria. Non riusciva a non pensare alla notte precedente, alla luna più debole e piccola di un semaforo, le luci intermittenti degli incroci, l’illusione che nel buio tutto potesse accadere e sparire, che nel buio ci fossero altre regole. Capì che non funzionava così.

Victoria, tornando al lavoro, sentiva una calma strana, non euforica e non triste. Una calma che sapeva di decisione già presa, anche se non ancora detta. Sapeva che ci sarebbe stato un altro momento. Un altro discorso.

Ma non adesso.

4

Un giorno dopo. Beh, due giorni dopo. Erano quasi le sei del mattino. Winston camminava da così tanto tempo che il corpo aveva smesso di protestare in maniera coerente. Prima la sete, il peso alle gambe, la fame, l’assenza di fame, la fame di nuovo. Poi, come accade in certe notti che si protraggono oltre la soglia del lecito e dell’assennato, tutto si era ridotto a un fondo uniforme di stanchezza, una massa di ovatta che non chiedeva altro se non essere trascinata in giro. La città stava scrollandosi di dosso il vestito da notte mentre l’alba non aveva ancora iniziato a dipingere le ombre. I lampioni, quelli accesi, resistevano ancora, con una dignità burocratica impeccabile; gli altri, i soliti aveva scoperto Winston, rimanevano fedeli alla propria disobbedienza. Winston li osservava con irritazione.

Non era ancora tornato a casa. Lo avrebbe raccontato a qualcuno con una frase semplice e un tono dimesso che avrebbe fatto sembrare il tutto come una stranezza temporanea.

In realtà era stata una catena di passaggi e frammenti, ognuno apparentemente innocuo: un’ora seduto su un gradino del palazzo di fronte a casa, un giro dell’isolato per memorizzare i panni appesi alle finestre dei vicini, un bar aperto troppo presto – o fino a troppo tardi – dove ingollare un caffè senza gusto e rimanere finché il personale non iniziava a scrutare con quella diffidenza gentile riservata ai clienti che non consumano abbastanza per guadagnarsi un parcheggio al chiuso. Il risultato, ora, era che Winston continuava ad attraversare il quartiere come un elemento fuori registro, con addosso i vestiti di due giorni prima, un odore vago di fumo e metallo, e la sensazione di aver lasciato qualcosa indietro senza sapere più dove.

Ogni tanto alzava gli occhi verso quel cielo ancora a metà. La luna, se c’era, si era nascosta. E pure il sole. Solo che quest’ultimo già sussurrava nelle sfumature tra le nuvole. L’assenza del satellite latteo lo intristì, quasi fosse un’ulteriore conferma che la notte non aveva alcuna intenzione di rimanere a correggere, spiegare e nasconderlo.

Passò accanto a un marciapiede lavato, l’asfalto ancora scuro e un mantello di petricore che sapeva di ricordi sfumati. In una pozzanghera sottile tremolava il riflesso di un semaforo. Si fermò a osservare l’omino rosso e la sua posa eretta e composta. L’intera conversazione di qualche ora prima gli si aggrappò a ogni pensiero.

Dopo il caffè al Queen’s Tavern, dopo le frasi che avevano infilato i fili negli aghi senza iniziare a cucire nulla, Winston aveva resistito per ore alla tentazione di scriverle. Aveva cercato di fare ciò che Victoria gli imputava spesso: andare avanti come se tutto fosse gestibile. Aveva persino tentato di seppellirsi nel lavoro, di occupare lo spazio fisico e mentale con mansioni prive di emotività.

Ma è la sera che è bastarda. Il buio rende tutto più ambiguo, più tollerabile. Anche le decisioni.

Si erano visti di nuovo, la sera dopo, in modo meno organizzato, più inevitabile. Winston non ricordava nemmeno chi avesse scritto per primo; ricordava solo l’ora, quella finestra idiota tra le undici e la mezzanotte in cui la vita sembra concedere ancora una trattativa, e la strada, una viuzza laterale con pochi negozi, un distributore automatico che lampeggiava come un monito, e una panchina addobbata di scritte a pennarello e incisioni sull’amore eterno alternate a varie imprecazioni volgari.

Victoria arrivò con la sua proverbiale puntualità. Indossava un cappotto leggero, inadatto alle temperature di quei giorni. Winston lo pensò e si chiese, per un secondo, se avesse dovuto farglielo notare. Si morse la lingua: gli sembrò un’osservazione troppo domestica per una sera che non avrebbe dovuto esserlo.

«Sei stanco», disse lei invece, senza temporeggiare in preamboli, con un tono di voce soffice che celava il ruvido dell’osservazione. Winston deglutì annuendo col capo.

«Come mai sei stanco, Winston?» continuò la ragazza seguendo il movimento altalenante accennato dalla testa del suo interlocutore.

Quella domanda, per Winston, sapeva di trappola. Avvertì il riflesso consueto e sempre più familiare di costruire una risposta ragonevole, un discorso che stesse in piedi con fierezza e che non facesse capitombolare la conversazione già alla seconda frase.

«È stata una settimana lunga», iniziò, e già mentre sentiva la frase uscire dalla sua bocca capì che non era quello che avrebbe voluto o dovuto dire. E Valerie lo sapeva. La ragazza restò in silenzio immersa in un palese sfoggio di pazienza che Winston aveva imparato a rispettare e temere.

«D’accordo…» continuò Winston per rompere il silenzio che cominciava a prenderlo a pugni nello stomaco. «Sono stanco di aver paura di dire sempre la cosa sbagliata, di fare sempre la cosa sbagliata.»

Victoria sorrise. Sinceramente. Era un sorriso modesto, quasi tecnico. Ma vero. «Lo capisco. E lo comprendo. Io, Winston, sono stanca di sentirmi la cosa sbagliata…».

Winston sospirò. Ora erano anche calci quelli allo stomaco.

A quell’ora ormai dopo il tramonto, la città bisbigliava in frammenti: due o tre passanti, una coppia che litigava sottovoce camminando di fretta, il rumore soffocato del traffico congestionato di tre o quattro isolati più distanti, quello vicino alla rotonda del centro storico. Gli abbaglianti di un camion sbucarono dall’angolo a destra e fuggirono verso il viale. Winston si accorse di essersi trovato di nuovo a strizzare gli occhi d’istinto, come due notti prima.

Quando li riaprì, Victoria era ancora dove se la ricordava, ora ferma a un metro di distanza, e lo osservava come se quell’abbaglio fosse una prova reiterata del modo in cui Winston reagiva sempre: chiudere gli occhi e aspettare che passi.

«Ti rendi conto che a volte fai così anche con me?» disse lei, senza cattiveria.

Winston abbassò lo sguardo trattenendo un sorriso; aveva compreso esattamente cosa intendeva Victoria. Forse lo aveva appena pensato pure lui, nello stesso istante.

«Sì.»

I due ripresero a camminare. Arrivarono davanti a un distributore automatico che pasticciava di luce artificiale quell’angolo del quartiere. Era una macchina lucida, moderna, con pulsanti sfarzosi e retro-illuminati. Si arrestarono nei dintorni di quell’improvvisato lampione, come se entrambi sapessero che avevano bisogno di vedere bene gli occhi l’uno dell’altro per arrivare alla conversazione che Winston aveva cercato di immaginare, evitare, preparare, accettare.

«Ho pensato a ieri», disse lei, «A quello che hai detto.»

Winston la guardò con gli occhi interrogativi che supplicavano che lei continuasse senza aver bisogno di una domanda. Sapeva che Victoria aveva discorsi pronti e le idee chiare. Gli si strinse la gola.

«Che preferisci una risposta che ti faccia male», continuò lei, «piuttosto che restare nel limbo.»

Winston annuì con le labbra che premevano una sull’altra. Cominciò a discutere con sé stesso nella sua mente tutti i lati positivi di un eventuale limbo. Ora non voleva più una risposta.

«Io non voglio più essere aspettare», disse Victoria. «Neppure quando so che mi rincorrerai di lì a poco. Non voglio più dover interpretare ogni tua presenza o gesto come un’eccezione da celebrare.»

Winston aprì la bocca. «Io…»

Victoria alzò una mano, ferma. «Lascia stare le intenzioni, Winston!»

La voce di Victoria si era alzata. Quella frase lo colpì con una precisione chirurgica, perché era la stessa legge implicita del loro rapporto: le intenzioni erano l’ultimo rifugio di Winston. Un gin tonic per le colpe e i ritardi, per l’ozio e la superficialità. Un anestetico per la negligenza. Victoria si ricompose chiudendo un attimo gli occhi. Winston si introdusse.

«Io ti voglio bene», disse il ragazzo, e la frase uscì con una sincerità che non ebbe il tempo di confezionare diversamente.

Victoria annuì. «Lo so. Lo so… E non basta.»

Il respiro di Winston si fermò. Completamente. La testa era dannatamente vuota, ora. Niente.

«Dimmi cosa devo fare», esalò, apprezzando persino l’aria che tornava a circolargli nei polmoni. Mentre lo diceva, tuttavia, capì che anche quella richiesta aveva dentro lo stesso problema. Delegare a lei la mappa. Chiederle il metodo. Quasi come se non fosse consapevole dei propri errori, limiti, passati.

Victoria lo guardò a lungo, stringendo anche un poco gli occhi come per metterlo meglio a fuoco. «Sul serio, Win?»

Winston abbassò lo sguardo. Vide i propri piedi, la linea del marciapiede, una sigaretta schiacciata vicino a un tombino. Gli venne in mente, con una chiarezza stupida, la sensazione della notte di due giorni prima: quell’irritazione fisica e infantile che ti impedisce di dire una frase senza interromperti. Di dire una frase sensata senza pensarci due giorni. E due giorni nemmeno erano bastati.

«Io ho paura», disse infine.

Victoria non mostrò sorpresa. Attese.

«Ho paura di restare e di fuggire.», continuò Winston. «Ho paura di promettere e poi fallire. Ancora. Come sempre. Ho paura che tu mi guardi e veda sempre le volte che non ci sono stato, che ho cambiato piani, che non ho fatto quel qualcosa in più che non mi sarebbe costato nulla…» Le parole ora uscivano senza freni. Winston sperava di non dire castronerie in quel flusso di pensieri senza filtro. «Ho paura di dover ammettere che ogni volta che ti sei incazzata avevi ragione, ho paura persino adesso di dire qualcosa. E non perché ti incazzi ancora. Ma perché fa male a me questo…». La voce gli si strozzò e nei respiri che seguirono cerco di concludere la frase. Forse non ce n’era bisogno. Forse, invece, non aveva detto una singola frase sensata.

Victoria, da parte sua, lasciò passare un silenzio breve, poi rispose con una talmente calma priva di emozioni da essere quasi crudele.

«Io ti guardo e vedo uno che si muove solo quando teme la perdita. Uno che poi torna a respirare quando la perdita sembra rimandata.»

Winston strinse la mascella. «Non lo faccio apposta.» “Che risposta stupida.” Si disse.

«Eppure succede. Questo… questo è il punto che tu chiami “senno di poi”. Io lo chiamo vita che passa.»

Winston avrebbe voluto ribattere. Avrebbe voluto proporre un programma di miglioramento, un calendario, una disciplina. Si accorse del riflesso e quasi ne sorrise, amaramente. Perché ora, perché non prima? Non era la prima volta che questo discorso aveva fatto capolino. Vero, forse non così platealmente, ma Winston non aveva mai considerato che vi fosse un confine verso il quale aveva lasciato il cruise control senza guardare la strada.

«Mi stai lasciando…», sbiascicò il ragazzo, infine. La frase uscì come una constatazione.

Victoria annuì. «Sì.»

«Così…?», aggiunse Winston, incapace di scegliere un’altra parola.

Victoria lo guardò con una pazienza sfibrata. «Così.»

Winston sentì un impulso immediato, quasi ridicolo: trovare un gesto che convertisse quel sì in un forse. Un abbraccio, un bacio, una scena. Si trattenne. Le scene da film non avevano mai funzionato.

«Dammi una possibilità», sputò invece, e la frase gli schiaffeggiò la faccia immediatamente. “Un’altra stupidata!”

Victoria scosse la testa, amareggiata. «Ho perso il conto delle possibilità che ti ho dato nell’ultimo anno, Win. Ho costruito da sola alcune di quelle possibilità. Le ho chiamate comprensione, pazienza, elasticità. Alla fine erano solo modi diversi di adattarmi.»

Winston deglutì rumorosamente. «E adesso?»

«Adesso scriviamo la fine», disse Victoria, «Serve a entrambi. Più tra un mese, o un anno, che adesso, in effetti…»

Winston la fissò, senza capire esattamente a cosa stava alludendo.

Victoria infilò la mano nella borsa e tirò fuori un fazzoletto di carta. Lo aprì e lo avvolse intorno all’indice. Winston vide che le mani le tremavano appena, quel poco che bastava per capire che anche lei stava pagando un costo e trattenendo gran parte dell’emotività. Victoria si chinò verso l’asfalto, vicino al bordo del marciapiede, dove il terreno mostrava un’incavatura vestita da un dito di fango umido. Tracciò col dito due parole nel fango.

“Mai Più”.

Winston le lesse e sentì una fitta precisa, l’ultimo pugno nello stomaco che serviva per metterlo al tappeto.

Victoria si rialzò, si pulì le dita con l’interno del fazzoletto appena utilizzato come penna, lo appallottolò e lo buttò in un cestino appeso a un lampione poco lontano.

«Ecco», disse. «Così non c’è spazio per la tua fantasia.»

Winston fissò la scritta ancora per qualche secondo, poi distolse lo sguardo. Sentì un bruciore agli occhi che non voleva concedere. Aveva mille domande, aveva voglia di tirare fuori parole che avrebbero cambiato gli ultimi mesi, così, in un colpo di bacchetta. Che diavolo aveva portato Victoria a scrivere una cosa del genere? Da quanto stava pensando a finire tutto? Parecchio, si rispose, per arrivare a decretare un finale così definitivo.

«Così…?», chiese a voce bassa Winston, senza distogliere lo sguardo dalla calligrafia di Victoria, elegante anche nel fango.

Victoria annuì mentre con un altro fazzoletto tentava di pulire residui di terra inesistenti. «Sì.»

Winston non sapeva più come si muovesse un essere umano. «E adesso?» La domanda uscì con la medesima cadenza di poco prima.

Victoria lo guardò con un’espressione più morbida, ma non più cedevole. «Adesso vai a casa.»

Winston rise senza suono. «Non so se ci torno, stasera.»

Victoria si avvicinò di un passo, quel tanto che bastava per ridurre la distanza a qualcosa di umano.

«Mi dispiace», disse la ragazza con sonora sincerità.

Winston la guardò negli occhi. Quei bellissimi ed enormi occhi verdi che ora lo penetravano tra le costole.

«Fa un male cane, Vicky. Però preferisco questo.»

Victoria annuì appena. Sapeva bene cosa intendeva.

Si salutarono senza toccarsi. Victoria si allontanò con lo stesso passo regolare delle altre notti.

Winston restò fermo, con lo sguardo sulla strada. Un attimo dopo passò un camion, troppo vicino, troppo veloce. Gli abbaglianti gli tagliarono la faccia. Winston serrò gli occhi.

Quando li riaprì, Victoria non c’era più.

5

Erano quasi le sei del mattino. Ancora.

Winston era seduto sul bordo di un marciapiede, con la schiena esageratamente incurvata e i gomiti appoggiati alle ginocchia. La lattina di Beck’s gli pendeva molle tra le due dita che la sorreggevano, inclinata quel tanto che bastava a raccogliere le ultime gocce rimaste sul fondo. Le scosse appena, con rassegnazione. Il liquido rispose con un suono smorto, più simile a un residuo che a una bevanda. Quel bar, aperto ancora alle quattro, lo aveva accolto senza fare domande. Era uno di quei posti che esistono solo per assorbire notti lunghe e chiacchierone, frequentato da turnisti, insonni cronici e gente che non aveva ancora deciso dove andare. Winston aveva ordinato la birra più per avere qualcosa da tenere in mano che per sete. Ora, a distanza di un paio d’ore, avrebbe voluto ordinarne una cassa.

Non era tornato a casa.

O meglio: non ci era ancora arrivato.

Aveva camminato senza un percorso preciso, lasciando che fossero i semafori, gli incroci e i lampioni a decidere per lui. La città, a quell’ora, stava cambiando pelle. Il silenzio notturno si stava ritirando elegantemente, come per dire “io il mio l’ho fatto”, sostituito da un brusio timido e funzionale: il primo autobus della mattina che viaggiava con due o tre persone assonnate a bordo, i passi di un signore in giacca e pantaloni da pigiama che passeggiava un barboncino assopito, un furgone che scaricava una cassa in plastica bianca davanti a una serranda alzata a metà.

Winston alzò gli occhi verso il cielo. La luna adesso era lì, ma timida e sbiadita, come se qualcuno avesse abbassato il contrasto. Non era più il lampione più grande della città, solo un residuo. Pensò che tra poco sarebbe arrivata l’alba vera, quella che non chiede permesso e ti prende a schiaffi ricordandoti di vivere, delle cose da fare, delle scadenze. Tutto ciò che, fino a poco tempo prima, gli era sembrato più sopportabile quando c’era Vicky.

Si passò una mano sul viso, sentendo la pelle tirare. Sapeva di dover riaffrontare ancora e ancora il tutto. Ripensò alla conversazione di poche ore prima. O, più precisamente, a tutte le frasi che non aveva detto mentre quella conversazione gli precipitava in braccio. Le aveva ripetute mentalmente più volte, modificandole, migliorandole, rendendole finalmente chiare e convincenti. In quella versione, parlava. Diceva le cose giuste. Non si inceppava. Non rimandava. Non lasciava che il silenzio facesse il lavoro sporco al posto suo.

Forse, si disse, non aveva voluto abbastanza. Non abbastanza da riuscire a dire più di due o tre frasi sensate di fila. Non abbastanza da rischiare davvero di sbagliare parola e contrattaccare i discorsi che ne sarebbero fuoriusciti. Era più facile tacere, aspettare, rimandare. Indossare una maschera sopra l’altra, convincersi che prima o poi sarebbe arrivato il momento giusto. E intanto il tempo passava. Sempre.

Si chinò leggermente in avanti e tirò fuori dalla tasca della giacca un fazzoletto di carta. Lo aprì con attenzione, come se contenesse qualcosa di fragile. Sopra, in una grafia irregolare, c’erano alcune frasi spezzate che aveva scarabocchiato nella notte. Tentativi. Inizi mai completati. Cose che avrebbe voluto dire a Victoria e che ora non servivano più.

Le rilesse senza soffermarsi troppo. Non c’era rabbia. Nemmeno autocommiserazione. Solo la constatazione che quelle parole erano arrivate tardi, come quasi tutte le altre, come ogni volta, come ogni dannata volta.

Ripiegò il fazzoletto con cura e lo infilò nella tasca interna della giacca. Buttare via anche quello, in quel momento, gli sarebbe sembrato un gesto teatrale fuori luogo. Anche se, forse, era un’altra cosa che avrebbe dovuto fare, si sarebbe detto anni dopo.

La luce stava cambiando visibilmente. I lampioni si spegnevano uno dopo l’altro, obbedienti, come se qualcuno avesse dato un segnale invisibile. Li fissò per qualche istante, quasi attendendo che quelli che avevano passato la notte con la lampadina spenta si accendessero adesso all’alba.

Winston si alzò dal marciapiede, schiacciò la lattina vuota calpestandola. Poteva contare su una mano le gocce che ne uscirono con quel gesto. La gettò in un cestino completamente vuoto poco distante. Si sistemò la giacca sulle spalle e prese a camminare nella direzione di casa. Non sapeva quanto ci avrebbe messo, non era sicuro di dove fosse. “Non importa.” Si disse. Non aveva fretta.

Per la prima volta da giorni, non stava rincorrendo nulla.