E’l guardo al solito, stanco, temporale,
Le intenzioni, daccapo, alle intemperie,
Che, poi, siam soliti fare e rifare,
Sì, se non son polvere le macerie.
RaccolteCollections › LibriBooks
qvartine
Sfoglia il libroBrowse the book
Spilucco dal dì brandelli di dolore,
I denti sul labbro, pensando forte
Che, a volte, vorrei fossimo solo persone
Di carne, istinti, inerzia e morte.
Sgorgavano ales dalla spina arrugginita
E guardavo sui polsi i resti delle tempere,
Con la faccia stretta in una pinza di dita
E la voglia di crescere e farmi crescere.
Tra le sbarre impolverate, violento si palesò
A bruciarmi sui miè malumori già arsi
Al che m’alzo da ‘sti sognetti che mai ricorderò
E, diamine, quanto è sottovalutato il svegliarsi.
Forse, sì, forse dovrei farmi grande
Oppure un tè d’iperico e passiflora,
O, forse, cercar affetto in un passante
E rubargli una vita solo per qualche ora.
Sparpagliavamo l’idillio tra silenzi e oggetti
E ‘l più bel volersi in noie non rare
Eppur ci vuol talmente poco, in effetti,
Ad abbracciarsi e non lasciarsi andare.
Ghiaccia il primo sole su una pila di tovaglioli,
Sul voler da sempre sorridere e non farlo,
Sul non riuscire da soli a imparare a star soli
Sul pensar che forse non si vuole impararlo.
Siedo sul giornale col vestito da festa
E, intorno, ancora, per caso, cammini.
Ricordi, ch’avevamo cent’anni a testa?
O forse eravamo entrambi bambini.
Ancora, ogni volta ancora, sempre più stanco
Dello scorgerti nell’alba, avvolta di brina,
Del vederti già scritta su un foglio bianco,
Del cancellarti da questa maledetta rima
Restiamo in pigiama sul ciglio dei sogni
Ad aspettar virtù, vizi e miracoli
E penso a quanto vogliamo fare a pugni
E a quanta vita sprechiamo ai semafori.
Vorrei svegliarmi domani e odiarti
E che fosse comica la tua assenza
Ch’ogni volta che mi sorridi e parti
Parte con te anche mezza mia esistenza.
Inciampiamo nel quotidiano ridersi addosso
Di tutto quello che abbiamo pianto
Con le smorfie intrecciate, a spasso
Pe’l crescer male, peggio, affranto.
Colleziono istanti di accomodante malinconia
Annotandoli ai bordi d’un saggio su Tom Sawyer
Tra la forzata e decadente apatia
E lo smog troppo denso d’una John Player.
Tremolante anch’io al pregare fioco
Del LED d’una stanza ch’evito
E’l giorno io gioco col fuoco;
La notte, abbraccio il panico.
Mi rivedo nei mattoni del muretto
Sporcati da un’abitudine incolta
E spargo di cherosene il letto
E, al caldo, bestemmio un’ultima volta.
M’approccia un bambino e mi parla dei re
E dei suoi bicchieri vuoti che non vuole colmare;
Ha già le risposte ai suoi perché
E io non so neanche che domande fare.
C’erano tutte le stagioni nei nostri chissà;
C’era un giardino di spine senza neanche una rosa
E ora passeggio spento per la città,
Contando i minuti per tornare a casa.
Ricordo tutto; tutto, quasi fosse stamattina:
Il nostro ridere incauto, i tuoi grandi occhi blu
Schiacciati e affamati su un libro senza copertina
E non sapevo che, in fondo, la mia America fossi tu.
Docile, a fianco del foglio, la penna si posa,
La guardo e mi guarda, ripetendomi in verso
Che in tutti i libri che ho in casa
Scrivono di noi senza saperlo.
Tendo a pormi sulla linea di sparo
Per dar senso a quello che scrivo,
Con un bicchiere di lacrime e amaro
E un outfit troppo estivo.
Appeso al giudizio assordante
Dell’ultimo bicchiere di Barolo;
Ne ho dato un po’ anche alle piante
Solo per sentirmi meno solo.
Oggi vivo da fredda roccia,
Austera, autoritaria, spartana,
Chiedendomi se alle palme scoccia
Essere dondolate dalla tramontana.
Oggi, Gennaio picchia come Maggio
Sui vecchietti alla fermata in attesa
E sono anni che cerco un parcheggio
Comodo per portare in casa la spesa.
Mi sistemo col culo sulla sabbia
A scrivere di noi, di te, di Godot,
Coi denti che mordono le labbra
Forse troppo forte per come sto.
A volte mi capita di realizzare
Di non star facendo niente
Ma che non sia poi così male
Sprecare un po’ di presente.
Il cielo, oggi, mi vuole meno male,
Mi siedo a parlargli, senza fretta
E gli dico che trovo alquanto paradossale
Amare la vita meno di questa sigaretta.
Mi lasci la mano, sdraiati sul bagnasciuga
E sulle ultime tue domande indugio;
E penso che vorrei essere una tartaruga
Per trascinarmi dietro il nostro rifugio.
Vorrei darti un paio d’ali da gabbiano
Ma che ci importa di volare
Se nemmeno riusciamo
A stare in piedi, a camminare?
Non le faccio mai le radici
Quando disegno gli alberi
Perché sembran più felici,
Perché sembran più liberi.
Cadono le tre di notte sugli ubriachi
Sdraiati scomodi sulla nostra panchina
E fumo un ricordo, invidiandoli appena
E tu resti nelle ombre di una vetrina.
In folle, all’incrocio, leggendo il tuo nome
Sugli aloni del parabrezza venato
E continuo a spruzzare acqua e sapone
Ma è dentro che è macchiato.
La mia testa fuma, la tua sogna
E ci leghiamo le mani con lo spago
E ti confesso senza vergogna
Che non ho mai fatto il bagno in un lago.
Il vento ci taglia la faccia, ci scuote
Per un sentiero che imbocchiamo a ritroso.
Mi fissi e penso che siamo solo scatole vuote
In attesa di un gatto troppo curioso.
Mi si spegne lo sguardo nel nulla,
In un pensiero che non voglio:
Quanto diamine sei bella
In ogni orribile ricordo.
Sei ancora in tutte le rime
Della mia canzone preferita
E le spengo io le tue candeline
E la vivo io la tua vita.
Non sei quello che scrivo,
Sei il “cercare di capirmi”.
È questo quello che volevo
O è solo il mio accontentarmi?
Vincere è abituarsi a perdere,
Conoscermi è sapere ciò che non sono
E non so scegliere se essere
Un uomo solo o solo un uomo.
Fa male;
Non mi muovo.
C’è il sole
Ma piovo.
Tra la coscienza e l’ego, balla
L’angoscia di cui son degno
E non so nemmeno restare a galla
Nella mia vasca da bagno.
Brandelli di rapporti divelti
Su maschere di rancore e mascarpone:
Siamo amici che non si son scelti
E memorie di altre persone.
Sulla pinta lasciata a evaporare
Aspetto che l’ultima certezza cada
E tengo il conto degli anni scrivendoli male
Sui pezzi di cuore che lascio per strada.
Scappa la ragione e lascio che corra
E l’interfono mi fa sentir meno solo
Ché dall’aereo vorrei tornare a terra
E da terra vorrei prendere il volo.
Avrebbe dovuto sorgere anche stamattina
Come mi promise ieri, sussurrandomi
Di aspettarlo sulla stessa, solita panchina,
Ov’ora muoio al freddo, tra pile di coriandoli.
Non so non pensarti,
So riempirmi il calice
Ma non so se cercarti o aspettarti
E sto qui. Sempre fermo qui, diamine!
Sarebbe stato un cielo un po’ più blu
Quello spiaccicato sulle nostre notti
Ch’avremmo potuto avere qualcosa di più
Di tutto quello che potrebbero avere tutti.
Uno sputo salato sparato dalla brezza
Rovina il mio unico foglio di carta
E la marea si alza e mi accarezza
Quel tanto che basta per odiarla.
Solo per la loro natura incolta
E le loro insolite facce?
Mi sento in colpa ogni volta
Che mi tocca strappar le erbacce.
Se vieni adesso dove sono
Mi trovi con le mani in tasca
Ad amarti e chiederti perdono
Per farlo con troppa fretta.
Traccio l’indice sul parquet
Ché mi manca imprecare,
Mi manca scrivere di te,
Mi manca starci più male.
Vorrei volerti afferrar le mani
Con la bramosia di ieri,
La rabbia di domani
E l’odio d’oggi che non vedi.
Cambierei ogni cosa di ciò che è successo,
Con un fiammifero in mano gioco
E siedo sul pavimento del cesso
Mentre il resto della casa va a fuoco.
Le mie nocche lo prevedevano meno duro
E le ginocchia ancora sono in panne;
Almeno le ombre inesistenti sul muro
Mi fanno compagnia nella notte insonne.
Chino sugli stessi libri m’appoggio
La stessa domanda fischiata all’orecchio:
A quanti anni posso dirmi saggio
E a quanti solo vecchio?
Nella fotografia sbiadita che ti mostro
Dove sorrido alla mia prima sconfitta
Vi è tutto ciò che credevo nostro
E la nostra promessa mai scritta.
Sono le piccole cose che tuttavia
Mi convincono a restare in piedi
E il modo in cui questa apatia
Mi fa vedere ciò che non vedi.
Hai un bel coraggio
A dirmi che ho torto,
A parlarmi di quel maggio
E ridermi addosso.
È una di quelle giornate stupide
Che iniziano rompendo una tazza,
Urlandoti il mio sentirmi inutile,
Bevendo troppo già alle sei e mezza.
Ho un cazzo di tornado in testa
Che da sbronzo picchia lo stesso
Ch’avrei voluto essere quel che basta
Per dirti quello che penso adesso.
Nonno mi diceva d’esser cauto,
Fare un mutuo, dormire, amarmi
Ma è più casa la mia auto
Ed è più vita il mio uccidermi.
Ci son lampade che non so spegnere
E c’è una finestra che lascio aperta;
Oh, quanto tempo sprecato a crescere
E quanta poesia nel pestare una merda.
Comincio a capire il bene che fa
Sentirsi sbagliato dentro
Nel mio vivere di se, di me, di ma,
Di aver ragione mentendo.
Sai, caro cervello, sono alla tua mercé
E, col tempo che passiamo a guarirci,
Mi rendo conto sempre più che io e te
Abbiamo bisogno di morire distanti.
Da un eufemismo all’altro, un funambolo,
Solo per farti apprezzare un presente
Di conversazioni di ore e ore al telefono
Ma senza dirci assolutamente niente.
Sento le ossa acutamente stridere
E un corpo abituato agli stenti
Quando la mente dovrebbe vincere
Ma, ancora, perdono entrambi.
Arrancando per cortili intrisi
Di quella bucolica pena retrò
Dove, al vento, lacrimano i sorrisi
Ma almeno mi spettino un po’.
Incastro la noia in un arpeggio
Che narra del mio essere assente,
Del non avere nemmeno il coraggio
Di vivere l’oggi decentemente.
È come fissare un foglio intonso
Con l’ispirazione in riserva,
Una matita spuntata, in silenzio,
Corroso dalla troppa pazienza.
Resti nei maledetti pianti più nascosti
Che soffoco in un caffè appena sveglio,
Checché ne dicano tutti i miei testi,
In due è comunque decisamente meglio.
Schiaccio la faccia e il mio pensare
Contro il vetro, carezzando i miei difetti
Ma se non avessi paura di cadere
Che gusto avrebbe saltellare sui tetti?
Son sabbie mobili dolci e nere
E il perpetuo ansimante pianto;
Ma ci dev’esser altro oltre all’amare…
O forse è questo il punto?
Ieri fu inferno, oggi l’oblio,
La notte un pugnale, l’alba una spada
E oggi piange anche il tuo dio
E ho paura di slittare per strada.
È che ormai mi piace
Passare mesi nei nostri istanti,
Parlarti senza voce
E rispondere ai tuoi silenzi.
Sdraiati sì, ma sulle tamerici,
Origliandoci i desideri collidere;
Facciamo finta di essere felici,
Facciamo finta di essere.
Sei la mia rivolta dal sentore fiabesco
E il mio alienarmi tra le parole
Ché l’unica rivoluzione che conosco
È quella intorno al tuo sole.
Grandina solo dalla mia parte
E ho un ombrello lacerato
Mentre riscrivo una poesia di Marquez
Con la penna blu che hai dimenticato.
Gocce di vernice senza colore
E coltelli ad ogni boccata d’aria
A volte la depressione frullatore
Di sorrisi sigarette e nausea
Nel mezzo d’un viver ignavo
L’unica luce rimani tu
E forse non ti aspettavo
Ma non posso perderti più.
Biasimarti per ogni trito insulto
Con la colpa che da dentro mi divora
Ma forse sono sbagliato quel tanto
Che basta per rendermene conto solo ora.
Le vertebre scomode contro i termosifoni,
Un foglio di confessioni sprecato,
Appeso a un ramo ciondoloni:
Foglia al vento o impiccato?
Il grugnire ovattato della nostra chimera
Addormentata sui sedili posteriori sotto il plaid
Col tintinnio ancora in aria della lamiera
E del nostro amore spaccato da un guardrail.
Ogni volta che afferro le mie braccia,
Che trattengo il fiato quando inspiri,
Ogni volta che salgo sulla bilancia
E sorrido, prendo due chili.
Adoro comunque vederti ogni mattino
Nelle tue cose scordate in uno scatolone
Ma sei più reale dentro al mio cuscino
Per quanto v’ho gridato dentro il tuo nome.
Vivere è quando ti siedi
Su un altalena a giocare:
A volte ci spingiamo coi piedi
Altre ci lasciamo dondolare.
Certo è che le discrasie d’oggi, in ogni dettaglio,
Tendono a smarrirmi, incuriosirmi più d’un po’;
Le stesse sincronie del cercarti per sbaglio,
Forse ché si sottende altro. Per svago o forse no.
Ripensarci, ripensarti, scappare?
Anche se già in questo nulla son perso.
Lasciar stare, forse, lasciarsi passare?
Anche se qualcosa è già diverso.
Cala un cielo malinconico e scuro
E sorrido mentre, ignara, scappi via;
Restano solo quattro frasi sul muro
E la mia lapalissiana misantropia.
Sportomi dal caustico incedere
A visar d’altri modi di potere
E rifiutarmi, però di credere,
Imponendomi, però, di non volere.
Fingermi stanco e occupato,
Appoggiato al mio pensare
Per un momento, quasi sgarbato,
Di pace e calma che non so avere.
S’aggrigia solo fuori
E con gl’occhi gridi
Ché son soli e colori
Quando mi sorridi.
Ché poi, va bene, mi sta bene questa fitta allo sterno,
Questo incedere lento, fiabesco e mai scomodo
Mentre, senza palesarlo, mi perdo in un verso
Che parla di essenza, amore e farfalle nello stomaco.
Nostro presente, circostanziale e scaleno
Di così tante, chiamale “cose” amene
E ‘l male adesso ha senso almeno
E ‘l mondo è così semplice insieme.
Vedi, è una maschera di ferro
Sopra un viso spento e bianco
E mi sento come il tempo, fermo,
Umido e caldo, stupido e stanco.
Di loco m’avulgo, mio malgrado,
Meco nuove costanti indenni;
Infine, solo avanti vado,
Claudicante per gli anni.
Ti vedo giacere di fianco
Che sia per gioco o fantasia,
Che sia solo ché son stanco?
Che sia solo malinconia?
Vane le mie acrobazie dialettiche
Fatte d’ogni tranne i “vorrei”;
Vane le mie discrasie stocastiche;
Vano pure il male quando non ci sei.
Ho da darteli, due mondi, un sole
E chiudo gl’occhi, aspetto settembre
Sulla stessa panchina d’ombre, parole,
Sapendolo, che resti un “per sempre”.
Non esci d’ogni rima ch’ancor scrivo,
Da ogni “tanto” che, in poco, viviamo
E quanto ha senso dirti che vivo
Per davvero, solo adesso, che ti amo.
Solo un velo di paura sotteso
E una vita intera in attesa.
Albeggia nuvoloso, io sereno
Ché davanti è solo discesa.
Si va per abitudine e noia
Con cicatrici in faccia
A cercar la solita gioia
Fugace di due braccia.
Mi guardo diverso, sotto gli occhi le borse,
Barche di carta disegnate sul muro
Nel nostro universo, qualcosa ormai in forse,
E veder che non basta, non serve, e fumo.
Mi guardavi con gli occhi intrisi di rabbia
E aprii il cancelletto col sorriso di sale
Ché per quanto le voglia in gabbia,
Le farfalle son fatte per volare.
Si spegne novembre in briciole di speme
Tra l’odore della tua pelle e del caffè
E, se non ti scoccia, la nostra vita insieme
La vivo lo stesso, anche senza di te.
Spalmato l’ottimismo sull’intonaco,
L’ultimi nostri silenzi son previsti rimpianti,
Poi s’accomoda un pugnale nello stomaco
E un mese intero alla giornata davanti.
Magari dovremmo solo scappare
Ora che il tramonto si tinge di rosso,
Magari non sarebbe, poi, così male
Viverci un po’, senza nient’altro addosso.
Ti ho persa in un attimo di felicità
Con le mani intrecciate nel nulla
E le frasi sussurrate a metà
Cercando di non scoppiare la bolla.
Oggi che tremo, un calice in mano, sul tetto,
Un libro a metà, le gote rigate,
Gocce di caldo ancora nel petto,
Oggi ch’è l’ultimo giorno d’estate.
Mi regalo un involucro satin,
Nero, spesso, resistente,
Per strillare tra me e me,
Per gridare a chi mi sente.
A volte è meglio una pagina bianca,
Meglio un’assenza, un vuoto, una lacuna
E pensar a quello che ci manca
Come un traguardo e non come sfortuna.
Tra la cenere e un bicchiere resto,
Scordandomi la stretta delle tue braccia
E l’unico sorriso che vesto
È quello che mi sono disegnato in faccia.
Bisbigli per casa tra le luci mai spente,
Il tuo profumo ancora tra le coperte
Mentre i muri mi parlano del niente,
Quel nostro niente ch’ora mi diverte.
Trovar di noi la più fragile speme
In un quarto d’istante, dal mio altrove lontano
Per starti vicino con le tasche piene
Di tutto quello che ancora non siamo.
Mirar ‘sti dì d’avverse sorti balzar via
Tra il riverbero de’ tuo’ pensieri
E’l svuotarlo, ‘sto calice di malinconia,
Tra un tiro, un altro, lo sguardo a ieri.
“Ricordavo meno giorni a dicembre”
Scrissi col respiro sulla vetrata
Prima di cadere di faccia, come sempre,
Come il pane spalmato di marmellata.
Ripartire e ripartirsi uno scopo
Che possa poi parer degno
E procrastinar il pensarci dopo
Se lasci un segno su ogni lasciato segno.
Arrivi nel nulla col nulla che vesti
Di prose facete ch’han fatto di noi
Miracolo e incanto, adesso, vorresti
Davvero lasciare ciò che ora sai?
Finirsi addosso, appresso, insieme,
Nel racimolar l’idillio d’estati andate
Con le mani strette, incollate, nel tenue
Saperti felice, in un attimo di mille sere.
Ma nel giorno, nella luce, scompare
Un’altra dannata volta, ancora
E ancora come un pazzo a gridare
Senza voce il tuo nome alla sera.
Parea più semplice, ammetto
Sorridere all’anno nuovo,
Dormire nel letto,
Essere un uomo.
Sbuffa e ingrana lenta un’altra litania
Ed è buio, e tu ignorami, se puoi
Ché nel nostro capitolar realizzo, tuttavia,
Di voler perder tempo cantando di noi.
Si trascinano ansimando, le conversazioni
Mentre incido con le unghie su un frassino
Tutte le nuove e scomode realizzazioni
Del caso e fingo che non ci divellino.
Resta con me, nel nostro vacillare,
Nel nostro arguire sfinito,
Nel nostro lento naufragare,
Nel nostro sussurrarci l’infinito.
Gli ultimi bocconi degli avanzi della cena
Che mastico tra il malumore e’l caffè
E si litiga, s’urla ma si piange appena
E comincia a piacermi stare con me.
Siedo su silenzi di seconda mano, qui,
Nell’effimero conforto d’una sigaretta;
“…e forse è presto per un bicchiere di gin…”
Penso, mentre lo sento scendere in fretta.
Sere e sere che grido il tuo nome
E bisbiglio il vero sotto un plaid
E poso gl’occhi e ‘l pensiero altrove
Con più domande di quante vorrei.
Fuori da noi, sparse per la città
Le stesse nostre insicurezze nella nebbia
E non è così difficile decidersi, ma
Forse siamo solo in moto per inerzia.
Fatico ad ammettere che ci penso poco
Alla nostra tempesta perfetta ed elitaria
E mi sgretolo tra le parole che non dico
Per risvegliarmi con la tua emicrania.
Vivere, o forse no, di asfalto e attesa
Ove ogni pensiero rimane tetro
Dicendomi di non cedere alla resa,
Quella che abbracciai tempo addietro.
Pensarci, schiena contro schiena,
Nascosti dalla città,
Dondolando su un’altalena
Tra il destino e la volontà.
Quell’eco di caffè e passiflora
Che distinguo tra la folla,
L’eleganza di un aurora
E la perfezione d’una bolla.
Ci ho pensato, dove saremmo in questo istante
Se non avessi lasciato accadere ciò che non voglio?
Io ancora aggrappato, tu sempre più distante
E bevo e mi bevo per convincermi di star meglio.
Probabilmente è la prima volta
Che ti perdo nel quotidiano;
Sarà la mia luna storta,
Sarà il non tenerti più per mano.
Vorrei sentissi quanto grida
Quel vecchio che ti vuol affianco
Ma ancora attraverso la strada
Saltellando solo sul bianco.
Parlami ancora di Locke, Hume e stilnovo,
Del tuo preoccuparti della mia apprensione
Ch’io rivivo, rivedo e rileggo tutto, di nuovo,
Nei nostri minuti di instabile perfezione.
Siamo un quadro perfetto ma senza colori,
Siamo un giro al mercato senza comprare
E un parco giochi di gioie e dolori
Ma non sono abbastanza alto per entrare.
L’Asia negli occhi, mi sbatte in faccia e rinasco
E l’Africa accennata sul mio foglio di carta;
Sei l’altra metà del mondo che non conosco
E ho la valigia pronta davanti alla porta.
Mi sveglia, di notte, un accordo sul piano
E ti vedo cantarmi il discorso che temo
E resto un’ora al buio di quello che siamo,
Immaginando le frasi che non ci diremo.
Amarti è ogni piccolo gesto
Ripetuto con attenzione diversa,
Amarti è il sorriso che vesto
E sempre e comunque viceversa.
Senza un definito perché
Sfoggio uno dei miei talenti
Rovinare in un istante di me
Una vita intera davanti.
E ti perdo oggi, davvero,
Per la mia solita immaturità,
Sotto il cielo più nero…
E resto a metà, per sempre a metà.
Eppure è questo ciò che vuoi,
Che ogni altro amore sia solo una brutta copia di noi.
Vero, probabilmente ha ragione
Quella parte di noi che s’odia muta
E ti guardo, avvolta in un maglione,
Bordeaux, come la mia ultima scusa.
Dubbi, incertezze, rabbia e bugie
E l’intera apocalisse che proiettiamo
Ma le tue paure sono anche le mie
E fanno ridere quando ridiamo.
Sei nelle ore che perdo
A scrivere canzonette,
Gli occhi chiusi sullo schermo
A odiare queste parole imperfette.
Collasso, lentamente, in una bufera
E te lo urlo anche se ancora non ci credi
Che se non ti avessi addosso stasera
Non saprei neanche restare in piedi.
Dall’altra parte del fossato, aspetti
Ch’io sopravviva ai miei demoni
Tra la cervicale e i denti stretti,
Nel mio limbo di arti deboli.
Mi sfida la bottiglia che, in mano,
Mi parla di me mentre la stappo
E mi vede inadeguato, piccolo e strano
E mi vede umano, ma non troppo.
Sei il mio ipotetico e il mio mai,
La mia ragione devastata,
Il mio crescere in stand by
E la mia mattina luppolata.
Iniziano un po’ così, i giorni, un po’ a caso,
Senza parlarti, senza odiarti col senno di poi
E lo realizzo quando mi sbatte sul naso
In momenti di nulla, di quotidiano, di noi.
Starai riposando sereno, ignaro
Di ogni parola che t’ho regalato;
Eri, sei, sarai l’unico riparo
Dalla solitudine che ti ho rubato.
Mi manchi già, e stanco e curvo
Mi getto nel quotidiano lo stesso
E non mi basta quest’esile corpo
Per quanto vorrei scriverti addosso.
Stropiccio gli occhi che tengo in tasca
Tra un bottone, tabacco e due fiori
Ché mi sta scoppiando la testa
A portarmi dietro tutti i tuoi pensieri.
Privati delle ultime molecole d’ossigeno
Con i battiti già sull’aereo in partenza
Mi dici “lascia che parlino, giudichino, ridano
Solo perché ci vestiamo della nostra essenza.”
Il medesimo stantio frattempo
Delle mie ambizioni in disparte
Ov’io mi sto chetamente sgasando
Come questa IPA scordata nel tumbler.
Solo un briciolo d’affetto schivo
Nel mio reingranare l’ingegno,
Nel mio infuriarmi senza motivo,
Nella disperazione del risveglio.
Un’altra alba e m’alzo
Senza svegliarmi
Mormorando esausto
Di non poter salvarmi.
Sto incartandoti miracoli
Col solito sorriso che piango
E mi addormento abbracciandoti
Anche se dormi con un altro.
Io son solo le incertezze che ignori
E le briciole rimaste nel paniere
Ché alla fine siamo entrambi soli
Ma almeno, per sempre, soli insieme.
Sfatto, emaciato, come un ragno
Appeso al solito sconforto
E vorrei fosse solo un sogno
Ma son mesi che non dormo.
Inspiro furioso tra nausea e nostalgia,
Tutte le mie maschere deturpate
Dal vomitarmi sulla camicia una poesia
Di amore, morte e birre ghiacciate.
Altre, tante confutazioni stupide
Dal silenzio che sai strillare
Ché siamo l’ipotesi meno plausibile
Che non riesco a scartare.
Scappa, urla, evitami,
Riconsidera tutto questo;
Arrabbiati, sbaglia, isolati,
Piangi, vivi. Io resto.
Rasa le pareti la mano
Cercando l’uscita
Dal labirinto del fauno
Che chiamano vita.
Come ogni tasto, bianco o nero, d’un piano
Che vibra diverso, forte, distante,
Siamo fatti delle ferite che abbiamo,
In cerca di chi sappia disinfettarle.
Se non fosse che sento il morso
Di ogni singolo graffio sul cuore
Penserei d’esser di nuovo morto
Sotto il nostro vecchio piumone.
- Intenzioni
- Persone
- Crescere
- Arsi
- Tè
- Abbracciarsi
- Soli
- Giornale
- Rima con Brina
- Semafori
- Odiarti
- Inciampiamo
- Istanti (I)
- LED
- Mattoni
- Domande
- Chissà (II)
- America
- Penna
- Outfit
- Barolo
- Palme
- Parcheggio
- Sabbia
- Sprecare
- Cielo (I)
- Bagnasciuga
- Volare
- Radici
- Tredinotte
- Aloni
- Lago (II)
- Scatole
- Ogni Ricordo
- Candeline
- Accontentarmi
- Scegliere
- Piovo
- Angoscia
- Maschere
- Per Strada
- Interfono
- Coriandoli
- Calice
- Cielo (II)
- Brezza
- Erbacce
- Se (II)
- Parquet
- Mani (I)
- Fuoco
- Nocche
- Chino
- Promessa (I)
- Apatia
- Maggio
- Seiemmezza
- Tornado
- Cauto
- Oh
- Mentendo
- Distanti
- Funambolo
- Ossa
- Cortili
- Arpeggio
- Pazienza
- In Due
- Tetti
- Altro
- Oblio
- Istanti (II)
- Finta
- Rivoluzione
- Grandina
- Vernice
- Luce
- Sbagliato
- Appeso (I)
- Guardrail
- Ogni Volta
- Cuscino
- Altalena
- Discrasie
- Diverso
- Misantropia
- Incedere
- Fingermi
- S’Aggrigia
- Stomaco
- Insieme
- Come Il Tempo
- Trasloco
- Malinconia
- Acrobazie
- Due Mondi
- ViviAmo
- Discesa
- Braccia
- Fumo
- Gabbia
- Anche Senza
- Silenzi
- Nient’Altro
- Bolla (II)
- Sul Tetto
- Regalo
- Pagina Bianca
- Disegnato
- Bisbigli
- Altrove
- Riverbero
- Respiro
- Ripartire
- Nulla (I)
- Idillio
- Nel Giorno
- Anno Nuovo
- Perder Tempo
- Realizzazioni
- Resta
- Avanzi
- Gin
- Plaid
- Inerzia
- Emicrania
- Resa
- schienacontroschiena
- Aurora
- Dove
- Luna Storta
- Saltellando
- Minuti
- Parco Giochi
- Valigia
- Notte
- Viceversa
- A Metà
- Noi (I)
- Vero
- Apocalisse
- Canzonette
- Bufera
- Limbo
- Bottiglia
- Mai (I)
- A Caso
- Riparo
- Addosso
- Pensieri
- Essenza
- Frattempo
- Risveglio
- Salvarmi
- Un Altro
- Paniere
- Sconforto
- Nausea
- Ipotesi
- Resto
- Labirinto
- Tasti
- Graffi