Quando diventa più tangibile 'l conglomero d'emozioni e sogni d'un quotidiano insoddisfacente, cosa mi previene dal considerare tale vortice altresì concreto, al pari di quello che esperiamo giorno dopo giorno? Quand’un frammento di ricordo, di desiderio, di fame o noia, di nulla, nasconde o palesa il tutto d'un infinito altro universo, cosa mi trattiene dall'esplorarlo se non le sole costrizioni temporali e la detestabile coercizione dell'accontentarsi di dipingerlo colle solite poche parole di costumanza? V'è poesia 'n ogni cosa o v'è solo 'n colui che la riesce a trovare?
“qvartine” AIVERSION è la riedizione della raccolta di quartine in rima del 2022. In questa ricollezione ho giocato ulteriormente colle lettere_e i suoni fin dov’ho potuto e coll’aggiunta d’un’immagine_evocativa per riempire colorando ogni pagina e lasciar il lettore in sospensione quei tre istanti ‘n più pe’ assorbire e accogliere – forse – una sfumatura in più di que’ pensieri che si sgomitolano tra le rime per cercar una similitudine con l’accadere di tutt’i giorni. Neruda diceva che “La poesia è un ricordo di emozioni, un'immagine catturata in parole che si dipana nell'anima del lettore” e adoro pensare ch’in un modo on altro, i brandelli di gioie e dolori ch’esorcizzo in quartine trovino approssimazioni d’equivalenza nell’universi di chi le legge; siam, in fondo, tutti uno, ‘n infinite rappresentazioni in balìa dell’aleatorietà. Le poesiole seguenti son solo la voce di ciò che a volte non sapevo neanche di star pensando, le risposte alle domande che non volevo farmi e la soggettività scarabocchiata su frammenti di giornata; s’anche solo un sol gioco di versi temporeggia quel tanto che basta per suscitar una cascata epifanica nel lettore, che potrei desiderare di più?
Le immagini di questo libriccino sono state tutte create inserendo l’intera quartina come prompt per l’AI di DALL-E, nell’interfaccia di Bing. Ovviamente, per ascriverle a uno stile a me gradito e – credo – consono ai temi trattati, ho aggiunto a priori una serie di condizioni (quali l’acquerello, la palette, et cetera).
Buon viaggio.
E’l guardo_al solito, stanco, temporale,
L’intenzioni, daccapo, all’intemperie,
Ché, poi, siam soliti fare-e rifare.
Sì, se non son polvere le macerie.
Spilucco dal dì, brandelli di dolore,
I denti sul labbro, pensando, forte,
Ch’a volte, vorrei fossimo solo persone
Di carne_e istinti. D’inerzia e morte.
Sgorgavan ales dalla spina rugginita
E guardavo, sui polsi, i resti delle tempere,
La faccia stretta ‘n_una pinza di dita
E la voglia di crescere e farmi crescere.
Tra le sbarre ‘mpolverate, violento si palesò
A(b)bruciarmi su miè malumori – già arsi;
Al che m’alzo da ‘sti sognetti che’n ricorderò
E, diamine, quant’è sottovalutato il svegliarsi.
Forse sì, forse dovrei farmi grande...
O forse sol un tè, d’iperico e passiflora,
O magari cercar l’affetto’n un passante
E rubargli una vita, solo per qualche ora.
Sparpagliavamo l’idillio tra silenzi, oggetti
E ‘l più bel volersi, in noie non rare;
Eppur ci vuol talmente poco, in effetti,
Ad abbracciarsi e non lasciarsi andare.
Ghiaccia il primo sole sulla pila di tovaglioli,
Sul voler da sempre sorrider-e non farlo.
Sul non riuscir da soli a ‘mparar a star da soli,
Sul pensar che, forse, non si vuole impararlo.
Siedo sul giornale col vestito da festa
E, intorno, ancora, per caso, cammini.
Ricordi ch’avevamo cent’anni a testa?
O forse eravamo entrambi bambini.
Ancora, ogni volta ‘ncora, sempre più stanco
Dello scorgerti all’alba, avvolta di brina,
Del vederti già scritta s’un foglio bianco,
Del cancellarti da questa, maledetta, rima.
Restiamo in pigiama sul ciglio dei sogni
Ad aspettar virtù, vizi e miracoli
E penso a quanto vogliamo far a pugni
E a quanta vita sprechiamo ai semafori.
Vorrei svegliarmi domani e odiarti
E che fosse comica la tua_assenza
Ch’ogni volta che mi sorridi e parti
Parte_anche mezza mìa esistenza.
Inciampiamo nel quotidiano ridersi ‘dosso
Di tutto lo che abbiam già pianto
Colle smorfie intrecciate, a spasso
Pe’l crescer male, peggio, affranto.
Colleziono istanti d’accomodante malinconia
Annotandoli ai bordi d’un saggio su Tom Sawyer
Tra la forzata, decadente, solita_apatia
E lo smog troppo denso d’una John Player.
Tremolante anch’io al pregar fioco
Del LED d’una stanza ch’ormai_evito
E’l giorno gioco col fuoco,
La notte abbraccio_’l panico.
Mi rivedo nei mattoni del muretto
Sporcati da un’abitudine incolta
E spargo di cherosene il letto
E_al caldo bestemmio l’ultima volta.
M’approccia un bambino, mi parla di re,
De’ suo’ bicchieri vuoti che ‘n vuol colmare;
Ha già tutte le risposte ai suoi perché
E(d) io, io’n so nanche che domande fare.
C’eran tutte le stagioni dei nostri chissà;
C’era un giardino di spine ma neanche una rosa
E_ora passeggio, spento, per la città,
Contando i minuti per tornare a casa.
Ricordo tutto. Tutto; quasi fosse stamattina:
Il nostro rider incauto, i tuò grandi occhi blu
Schiacciati e affamati s’un libro senza copertina
E lo sapevo che, in fondo, la mì America sei tu.
Docile, a fianco del foglio, la penna si posa,
La guardo e mi guarda, ripetendomi ‘n verso
Ch’in tutti i libri che ho dentro casa
Scrivon solo di noi ma senza saperlo.
Tendo a pormi sulla linea di sparo
Per dar senso a quello che scrivo,
Co’n bicchiere di lacrime (e) amaro
E(d) un outfit fin troppo estivo.
Appeso al giudizio assordante
Dell’ultimo bicchiere di Barolo;
Ne ho dato un po’ anche alle piante
Solo per sentirmi meno solo.
Oggi vivo da gelida roccia,
Austera, autoritaria fin spartana,
Dimandandomi se_alle palme scoccia
Esser dondolate dalla tramontana.
Oggi gennaio picchia come un maggio
Sui vecchietti alla fermata in attesa
E son anni che cerco un parcheggio
Comodo per portar in casa la spesa.
Mi sistemo col culo sulla sabbia
A scriver di noi, di te, di Godot,
Coi denti ch’azzannan le labbra
Forse troppo forte, per come sto.
Càpita che càpito di realizzare
Di non far nulla e forse niente
Ma che non sia ‘nfine sì male
Sprecare un po’ di presente.
Il cielo, oggi, mi vuole meno male;
Mi siedo a parlargli, senza fretta,
A dirgli quant’è paradossale
Amar la vita meno di ‘sta sigaretta.
Mi lasci la mano, sdraiati sul bagnasciuga
E sull’ultime tue domande indugio;
E penso che vorrei esser tartaruga
Pe’ trascinarmi dietro ‘l nostro rifugio.
Vorrei darti l’ali d’un gabbiano
Ma che c’importa di volare
Se poi nemmeno riusciamo
A star in piedi e_a camminare?
Non le faccio mai le radici
Quando disegno gl’alberi
Perché sembran più felici,
Perché sembran più liberi.
Cadon le tre di notte sull’ubriachi
Sdraiati scomodi sulla nostra panchina
E fumo un ricordo, invidiandoli appena
E tu resti nell’ombre d’una vetrina.
In folle, all’incrocio, leggendo ‘l tuo nome
Sull’aloni del parabrezza venato
E continuo a inondarlo d’acqua e sapone
Ma è dentro che è macchiato.
La mia testa fuma, la tua sogna
Legandoci le mani con lo spago
E ti confesso senza vergogna
Che ‘n ho mai fatto ‘l bagno ‘n_un lago.
Il vento ci taglia la faccia e ci scuote
Pe’l sentiero ch’imbocchiamo a ritroso.
Mi fissi e penso (che) siam solo scatole vuote
In attesa d’un gatto troppo curioso.
Mi si spegne lo sguardo nel nulla,
In un pensiero ch’ancor non voglio:
E quanto diamine sei bella
In ogni orribile ricordo.
Sei ancora in tutte le rime
Della mia canzone preferita;
Le spengo io le tue candeline
E la vivo io la tua vita.
Non sei quello che scrivo,
Sei ‘l cercare di capirmi
Ma è questo quello che volevo
O è solo ‘l mio_accontentarmi?
Vincere è abituarsi a perdere,
Conoscermi è saper ciò che non sono
E non so se scegliere se_essere
Un uomo solo o solo un uomo.
Fa male;
Non mi muovo.
C’è il sole
Ma piovo.
Tra la coscienza e l’ego, balla
L’angoscia di cui son degno
E’n so nemmeno star a galla
Nella mia vasca da bagno.
Brandelli di rapporti divelti
Su maschere di rancore (e) mascarpone:
Siam amici che ‘n si son scelti
E memorie di altre persone.
Sulla pinta lasciata_a evaporare
Aspetto che l’ultima certezza cada
E tengo ‘l conto dell’anni scrivendoli male
Sui pezzi di cuore che lascio per strada.
Scappa la ragione e lascio che corra
E l’interfono mi fa sentir meno solo
Ché dall’aereo vorrei tornar a terra
E da terra vorrei prendere il volo.
Avrebbe dovuto sorgere anche stamattina
Come mi promise ieri, sussurrandomi
D’aspettarlo sulla stessa, solita panchina,
Ov’ora muoio al freddo, tra pile di coriandoli.
Non so non pensarti,
So riempirmi ‘l calice
Ma ‘n so se cercarti o aspettarti
E sto qui. Fermo qui. Diamine.
Sarebbe stato un cielo un po’ più blu
Quello spiaccicato sulle nostri notti
Ch’avremmo potuto aver qualcosa ‘n più
Di quello che potrebbero aver tutti.
Uno sputo salato sparato dalla brezza
Rovina ‘l mio unico foglio di carta
E la marea s’alza e m’accarezza
Quel tanto che basta per odiarla.
Solo per lor natura incolta
E quell’insolite facce?
M’incolpo ogni volta
Che mi tocca strappar l’erbacce.
Se vieni adesso dove sono
Mi trovi colle mani ‘n tasca
Ad amarti_e chieder perdono
Per farlo con troppa fretta.
Traccio l’indice sul parquet
Ché mi manca imprecare,
Mi manca scriver di te,
Mi manca starci male.
Vorrei volerti afferrar le mani
Colla bramosia di ieri,
La rabbia di domani
E l’odio d’oggi che non vedi.
Cambierei ogni cosa di ciò ch’é successo,
Con un fiammifero in mano, gioco
E siedo sul pavimento del cesso
Mentre il resto della casa va a fuoco.
Le mie nocche lo prevedean meno duro
E le ginocchia, sappi, ‘ncor in panne;
Almeno l’ombre inesistenti sul muro
Mi fan compagnia nella notte insonne.
Chino sulli stessi libri, m’appoggio,
La stessa domanda fischia all’orecchio:
A quanti anni posso dirmi saggio
E quanti invece solo vecchio?
Nella fotografia sbiadita che ti mostro
Ove sorrido alla mia prima sconfitta
V’è tutto ciò che credevo nostro
E la nostra promessa mai scritta.
Invidio ‘l tuo coraggio
Nel dirmi ch’ho torto,
Nel parlarmi di maggio
E ridermi addosso.
È una di quelle giornate stupide
Ch’iniziano rompendo una tazza,
Urlandoti ‘l mio sentirmi inutile
E bevendo troppo già alle sei e mezza.
Un dannato tornado nella testa
Ch’anche sbronzo picchia lo stesso
Ch’avrei voluto esser quel che basta
Per dirti quel che penso adesso.
Nonno dicea d’esser cauto,
Far un mutuo, dormire, amarmi;
Ma è più casa la mia auto
Ed è più vita il mio uccidermi.
Ci son lampade che non so spegnere
E c’è una finestra che lascio aperta;
Oh, quanto tempo sprecato a crescere
E quanta poesia nel pestare una merda.
Comincio a capire il bene che fa
Sentirsi sbagliato didentro
‘N_un viver di se, di me (e) di ma,
E dell’aver ragione mentendo.
Beh, caro cervello, rest’alla tua mercé
E, col tempo che passiamo_a guarirci,
Mi rendo conto, sempre più, ch’io e te
Abbiam bisogno di morire distanti.
Da_un eufemismo all’altro, un funambolo,
Solo per farti_apprezzare un presente
Di conversazioni d’ore e(d) ore_al telefono
Senza dirci assolutamente niente.
Sento l’ossa_acutamente stridere
‘N_un corpo abituato agli stenti
Quando la mente dovrebbe vincere.
Eppure, ancora, perdon entrambi.
Arranco pe’ cortili intrisi
D’una bucolica pena retrò
Ov’al vento, lacriman sorrisi
Ma_almeno mi spettino un po’.
Incastro la noia ‘n un arpeggio
Che favella del mio ‘ser assente
E ‘l non aver nemmeno ‘l coraggio
Di viver l’oggi decentemente.
È come fissar un foglio_intonso
Coll’ispirazione in riserva,
Una matita spuntata, ‘n silenzio,
Corroso dalla troppa pazienza.
Resti nei maledetti pianti più nascosti
Che soffoco ‘n un caffé appena sveglio,
Checché ne dicano tutti_i mie’ testi,
In due è comunque decisamente meglio.
Schiaccio la faccia e ‘l mio pensare
Contro ‘l vetro, carezzando_i mie’ difetti
Ma s’avessi paura di cadere
Che gusto avrebbe saltellare sui tetti?
Son sabbie mobili, dolci e nere
E(d) un perpetuo, ansimante, pianto;
Ma ci dev’esser altro oltre all’amare...
O, forse, è questo il punto?
Ieri fu inferno, oggi oblìo,
La notte un pugnale, l’alba_una spada
Ché sì forte piange ‘nche ‘l tuo dio
E(d) io: i’ ho paura di slittar pe’ strada.
È ch’ormai mi piace
Passar mesi nè nostri_istanti,
Parlarti senza voce,
Risponder ai tuo’ silenzi.
Sdraiati sì, ma sulle tamerici,
Origliandoci_i desideri collidere;
Facciam finta d’essere felici.
Facciam finta d’essere.
Sei la mia rivolta dal sentor fiabesco
E ‘l mio alienarmi tra le parole
Ché l’unica rivolta che conosco
È quella intorno al tuo sole.
Grandina solo dalla mia parte
E_i’, coll’ombrello lacerato,
Riscrivo una frase di Marquez
Colla penna blu ch’hai dimenticato.
Gocce di vernice senza colore
E coltelli ‘n ogni boccata d’aria
Quan’ la depressione_è frullatore
Di sigarette, sorrisi e nausea.
Nel mezzo d’un viver ignavo
L’unica luce ‘ncor_resti tu
Che_poi forse non t’aspettavo
Ma_che non posso perder più.
Biasimarti per ogni trito insulto
Colla colpa che didentro mi divora
Ma forse son sbagliato quel tanto
Che basta per rendermene conto sol’ora.
Vertebre scomode sui termosifoni,
Un foglio di confessioni sprecato,
Appeso (a) un ramo ciondoloni:
Foglia_al vento o impaccato?
Il grugnire ovattato della nostra chimera
Addormentata sui sedili posteriori, sotto ‘l plaid
E ‘l tintinnio ancora ‘n aria della lamiera
E del nostro amore spaccato da un guardrail.
Ogni volta ch’afferro le mie braccia,
Che trattengo ìl fiato quand’inspiri,
Ogni volta che salgo sulla bilancia
E sorrido, prendo due chili.
Adoro, comunque, vederti_ogni mattino
Nelle tue cose scordate in uno scatolone
Eppur resti più reale dentro ‘l mio cuscino
Per quanto v’ho gridato dentro il tuo nome.
Vivere è quando ti siedi
Su un’altalena a giocare:
A volte ci spingiamo coi piedi,
Altre ci lasciamo dondolare.
Certo è che le discrasie d’oggi, in ogni dettaglio,
Tendono a smarrirmi, incuriosirmi più d’un po’;
Le stesse sincronie del cercarti per sbaglio,
Forse che si sottende altro. Per svago; o forse no.
Ripensarci, ripensarti, scappare?
Anche se già ‘n questo nulla so’ perso.
Lasciar stare, forse, lasciarsi passare?
Anche se qualcosa è già diverso.
Cala un cielo malinconico e scuro
E sorrido mentre, ignara, scappi via;
Restano solo quattro frasi sul muro
E la mia lapalissiana misantropia.
Sportomi dal caustico incedere
A visar d’altri modi di potere
E rifiutar, però, di me credere,
Imponendomi, ‘nfine, di ‘n volere.
Fingermi stanco e occupato,
Appoggiato al mio pensare
Per un momento, quasi sgarbato,
Di pace e calma che ‘n so gestire.
S’aggrigia solo fuori
E con gl’occhi gridi
Ché son soli e colori
Quando mi sorridi.
Chè poi, va bene, mi sta bene questa fitta allo sterno,
Quest’inceder lento, fiabesco e mai scomodo
Mentre, senza palesarlo, mi perdo ‘n un verso
Che parla d’essenza, Amore e farfalle nello stomaco.
Nostro presente, circostanziale, scaleno,
Di così tante, chiamale “cose” amene;
E ‘l male adesso ha un senso, almeno,
E’l mondo è così semplice insieme.
Vedi, è una maschera di ferro
Sopr’un viso spent(o)_e bianco
E mi sento come ‘l tempo, fermo,
Umido e caldo, stupido e stanco.
Di loco m’avulgo, mì malgrado,
Meco nuove costanti_indenni;
Infine, và ch’avanti vado, cado,
Claudicante pe’ l’anni e_i danni.
Ti vedo giacere affianco,
Che sia per gioco (o) fantasia,
Che sia solo ché son stanco?
Che sia solo malinconia?
Vane le mie_acrobazie dialettiche
Fatte d’ogni tranne i “vorrei”;
Vane le mie discrasie stocastiche;
Vano pure il male quando non ci sei.
Per darteli due mondi, un sole,
Chiudo l’occhi, aspetto settembre
Sulla stessa panchina d’ombre (e) parole,
Sapendolo che resti un “per sempre”.
Non esci d’ogni rima ch’ancor scrivo,
D’ogni “tanto” che, ‘n poco, viviamo
E quanto ha senso dirti_or che vivo
Per davvero, sol adesso, che t’amo.
Solo_un velo di paura sotteso
E(d) una vita_intera in attesa.
Albeggia nuvoloso, io sereno
Ché dinnanzi è solo discesa.
Si va per abitudine e _(n)noia
Colle cicatrici sulla faccia
Pe’ la solita snaturata gioia
Fugace di due braccia.
M’ammiro diverso, sotto l’occhi ‘n borse,
Barche di carta abbozzate sul muro
‘N un nostro_universo, ormai ‘n forse,
A veder che non basta, non serve, e fumo.
Mi guardavi con l’occhi ’ntrisi di rabbia
‘Sì aprii ‘l cancelletto, ‘n sorriso di sale
Ché per quanto l’aneli in gabbia,
Le farfalle son fatte per volare.
Si spegne novembre ‘n briciole di speme
Tra l’odor della tua pelle e del caffè
E, se non ti scoccia, la nostra vita ‘nsieme
La vivo lo stesso, anche senza di te.
Spalmato l’ottimismo sull’intonaco,
L’ultimi nostri silenzi saran rimpianti
E_alché s’accomoda una lama allo stomaco
Con un mese_intero ‘lla giornata avanti.
Magari dovremmo solo scappare
Or che ‘l tramonto si tinge di rosso,
Ché magari non sarebbe così male
Viverci ‘n po’, senza nient’altro addosso.
T’ho persa ‘n un attimo di felicità
Colle mani_intrecciate nel nulla
E le frasi sussurrate a metà
Cercando di non scoppiare la bolla.
Oggi tremo, calice in mano, sul tetto
Con un libro a metà, le gote rigate,
Gocce di caldo ancora nel petto.
Oggi è l’ultimo giorno d’estate.
Mi regalo un involucro satin,
Nero, spesso, resistente,
Per strillar tra me e me,
E gridare a chi mi sente.
A volte è meglio una pagina bianca,
Meglio l’assenza, ‘n vuoto, una lacuna,
E pensar a quello che manca
Come traguardo e non sfortuna.
Tra la cenere_e ‘l bicchiere resto,
Scordando la stretta d’le tue braccia
E l’unico sorriso ch’or vesto da desto
È quello ch’ho disegnato in faccia.
Bisbigli per casa tra le luci mai spente,
E ‘l tuo profumo ‘ncor tra le coperte
Mentre_i muri m’accennan del niente,
Quel nostro niente ch’ora mi diverte.
Trovar di noi la più fragile speme
‘N un quarto d’istante, dal mì altrove lontano
Per starti vicino, colle tasche ripiene
Di tutto quello ch’ancora non siamo.
Mirar ‘sti dì d’avverse sorti balzar via
Tra ‘l riverbero de’ tuoi pensieri
E ‘l svuotar il calice di melancolia
Tra ‘n tiro ell’altro, lo sguardo_a ieri.
“Ricordavo meno giorni a dicembre”
Scrissi col respiro sulla vetrata
Prima di cadere di faccia, come sempre,
Come ‘l pane spalmato di marmellata.
Ripartire_e ripartirsi uno scopo
Che possa ‘nfin parer degno
E posporre ‘l pensarci dopo
Se lascia ‘n segno su_ogni lasciato segno.
Arrivi nel nulla col nulla che vesti,
Di prose facete ch’han fatto di noi
Miracolo (e) incanto_e adesso vorresti
Davvero lasciare ciò ch’ora sai?
Finirsi_addosso, appresso, insieme,
A racimolar l’idillio d’estati andate
Colle mani strette_e ‘ncollate, nel tenue
Saperti felice, ‘n un attimo di mille sere.
...Ma nel giorno, nella luce, scompare
Un’altra dannata volta, ancora
E ancora, com’un pazzo a gridare
Senza voce il tuo nome alla sera.
Parea semplice, ammetto
Sorrider all’anno nuovo
E dormire nel mio letto
Ed essere un uomo.
Sbuffa e ingrana lenta un’altra litania
Nel buio. Tu ignorami ancora, se puoi
Ché ‘n questo capitolar realizzo, tuttavia,
Di voler perderlo ‘l tempo, romanzando di noi
Si trascinano_ansimando, le conversazioni
Fra ch’incido coll’unghie su ‘n frassino
Tutte le nove e scomode_illuminazioni
E ‘mparo a finger che ‘n ci divellino.
Resta con me, nel nostro vacillare,
Nel nostro arguire sfinito,
Nel nostro lento naufragare,
Nel nostro sussurrarci l’infinito.
L’ultimi bocconi degli avanzi della cena
Che mastico tra ‘l malumore_e ‘l caffè;
Si litiga_e s’urla ma si piange appena
E comincia a piacermi stare con me.
Siedo su silenzi di seconda mano, qui,
Nell’effimero conforto d’una sigaretta;
“E forse è presto per un bicchiere di gin.”
Penso, mentre lo sento scendere ‘n fretta.
Sere e sere che grido il tuo nome
Confessando ìl vero sotto un plaid
Posando l’occhi e ‘l pensiero altrove
Con più domande di quante vorrei.
Fuori da noi, sparse pe’ la città,
Le nostre_insicurezze nella nebbia,
Ov’ è semplice ‘nfin decidere, ma
Forse, siam solo ‘n moto per inerzia.
Fatico ad ammettere che ci penso poco
Alla nostra tempesta, perfetta ed elitaria
Sì che mi sgretolo tra lo che non dico
Per risvegliarmi colla tua emicrania.
Vivere, o forse no, d’asfalto e attesa
Ov’ogni pensiero rimane tetro
Dimandando me di ‘n ceder alla resa,
La stessa ch’abbracciai tempo_addietro.
Pensarci, schiena contro schiena,
Nascosti appena dalla città,
A dondolar su un’altalena
Tra ‘l destino e la volontà.
Quell’eco di caffè_e passiflora
Che distinguo tra la folla,
L’eleganza d’un’aurora
E la perfezione d’una bolla.
Ci ho pensato, dove saremmo ‘n quest’istante
Se ‘n avessi lasciato cader lo che ‘n voglio?
I’ ancor appeso, tu ancor più distante;
Sicché mi bevo per convincermi di star meglio.
Probabilmente è la prima volta
Che ti perdo nel quotidiano;
Sarà la mia luna storta
O ‘l non tenerti più per mano.
Vorrei sentissi quanto grida
Quell’uomo che ti vuol di fianco
Ma ancora_attraverso la strada
Saltellando solo sul bianco.
Parlami ancora di Locke, Hume e stilnovo,
Del tuo preoccuparti, la mia_apprensione,
Sì che riviva, rilegga tutto, di nuovo,
Nei nostri minuti d’instabile perfezione.
Siam un quadro perfetto ma senza colori,
Siam un giro_al mercato senza comprare,
Siam un parco giochi di gioie e dolori
Ov’i’ ‘n son abbastanza_alto per entrare.
L’Asia nell’occhi, mi sbatte ‘n faccia e rinasco;
L’Africa s’accenna sul mio foglio di carta;
Sei del mondo l’altra metà che non conosco
E ho la valigia piena davanti alla porta.
Mi sveglia, di notte, un accordo sul piano
E ti vedo cantarmi ‘l discorso che temo.
Resto un’ora alla pece di quello che siamo
A immaginar le frasi che non ci diremo.
Amarti è_ogni piccolo gesto,
Ogni attenzione diversa,
Ogni sorriso che vesto
E, sempre_e comunque, viceversa.
Senza un chiaro perché
Sfoggio un de’ mie’ talenti:
Rovinar co’ un istante di me
Una vita intera davanti
E ti perdo oggi, nevvero,
Per la solita_immaturità,
Sotto un ciel mai sì nero,
A ‘ser a metà, per sempre a metà.
Eppure è questo ciò che vuoi;
Ch’ogni altro amore
Sia solo una brutta copia
Di noi.
Vero, probabilmente ha ragione
Quella parte di noi che s’odia muta
E ti guardo_avvolta ‘n un maglione
Bordeaux, come la mia ultima scusa.
Dubbi, incertezze, rabbia_e bugie,
Un’intera_apocalisse che proiettiamo
Ma le tue paure son anche le mie
E fanno ridere quando ridiamo.
Sei nell’ore ch’ancor perdo
A scriver vane canzonette,
L’occhi chiusi sullo schermo,
Odiando le mie parole imperfette.
Collasso, lentamente, ‘n una bufera
E te l’urlo ché ancor non credi
Che senz’averti dosso stasera
Non saprei nanche star in piedi.
Dall’altra parte del fossato, aspetti
Ch’i’ sopravviva a mie’ demoni
Tra la cervicale e i denti stretti,
Nel mio limbo d’arti deboli.
Mi sfida la bottiglia ch’in mano
Sparla di me mentre la stappo
Ché mi chiama inadeguato, strano
E forse umano, ma non troppo.
Sei ‘l mi’ ipotetico e mai,
Mia ragion devastata,
Mio crescere ‘n stand by
E(d) ogni mattina luppolata.
Iniziano un po’ così, i giorni, ‘n po’_a caso,
Senza parlarti od odiarti col senno di poi
E me n’accorgo quando mi sbatte sul naso
Il quotidiano, ‘n momenti di nulla, di noi.
Starai riposando sereno, ignaro
D’ogni parola che t’ho regalato;
Eri, sei e sarai l’unico riparo
Dalla solitudine che t’ho rubato.
Mi manchi già ma, stanco-e curvo
Mi getto nel penar diario lo stesso
Eddio, quanto non basta ‘sto corpo
Per quanto vorrei_inciderti_addosso.
Stropiccio gli occhi che tengo ‘n tasca
Tra un bottone, tabacco e due fiori
Ché mi sta scoppiando la testa
A portarmi appresso tutt’i tuo’ pensieri.
Privàti dell’ultime molecole d’ossigeno
E coi battiti sull’aereo ‘n partenza,
Mi dici “Lassali parlar, lascia che ridano
Solo perché vestiamo d’la nostra essenza.”
Il medesimo stantìo frattempo
Dell’ambizioni stese ‘n disparte
Ov’i’ sto chetamente sgasando
Come ‘st’IPA scordata nel tumbler.
Sol un briciolo d’affetto schivo
Nel mio reingranar l’ingegno,
Nel mio_infuriar senza motivo
Alla disperazione del risveglio.
Un’altra_alba e m’alzo
Senza svegliarmi,
Mormorando_esausto
Di non saper salvarmi.
Sto_incartando miracoli
Con un sorriso che piango,
Addormentandomi_abbracciandoti
Anche se dormi con un altro.
I’ son solo l’incertezze ch’ignori,
Le bricioline rimaste nel paniere;
Ch’alla fine siam entrambi soli,
Perlomeno, per sempre, soli insieme.
Sfatto, emaciato, un ragno
Appeso a tele di sconforto
Pensando sia solo ‘n sogno
Ma son mesi che non dormo.
Inspiro furioso tra nausea_e nostalgia,
Colle mie maschere deturpate
Dal vomitarmi sulla camicia una poesia
D’amore, morte e birre ghiacciate.
Altre, tante, confutazioni stupide
Dal silenzio che sai strillare
Or che siam ipotesi poco plausibile
Ma che non riesco_a scartare.
Scappa. Urla. Evitami.
Sriga e sfuma tutto questo.
Ràbbiati. Ridi. Ìsolati.
Piangi. Vivi. Io resto.
Rasa le pareti la mano
Cercando l’uscita
Dal labirinto d’un fauno
Che chiamano vita.
Com’ogni tasto bianco_o nero d’un piano
Che vibra diverso, d’eco distante,
Siam fatti delle ferite ch’abbiamo,
In cerca di chi sappia disinfettarle.
Se non fosse che sento ‘l morso
D’ogni graffio rimasto sul cuore
Penserei d’esser di nuovo morto
Sotto ‘l nostro vecchio piumone.