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Saggio (volume)Essay (volume) · 1998
The Quiet Machinery, Vol. I
diby Theodore Brooke · Hillfoot University Press
Giugno 1923 - #1 – L’inizio
Giugno 1923 contiene una sola entrata, la #1, scritta il 30 del mese alle 21:42 della sera. Tutto ciò che si può dire del mese si può dire di quella entrata, e tutto ciò che si può dire di quella entrata va detto sapendo che è il punto da cui sono partiti, in un modo o nell'altro, le oltre mille entrate successive del corpus, le suddivisioni in libri che Arthur ha imposto alla propria scrittura, e l'intero apparato di studi critici che da quella sera del 30 giugno 1923 trae la propria materia. È una situazione singolare per un cronista. Normalmente il primo giorno di un diario è un'occasione di programma, di intenzioni, talvolta di un cerimoniale che si esaurisce nei mesi successivi quando il diarista si rende conto che le intenzioni iniziali non reggono il quotidiano. La #1 di Arthur Parker non è esattamente questo. È un'entrata di programma, sì, ma il programma viene formulato con una consapevolezza retrospettiva che, alla prima rilettura, sembra fuori posto. Arthur sa già che ha provato altre volte. Sa che probabilmente proverà ancora. E nonostante questo, scrive.
L'apertura è una domanda. "S'ha di che ricominciare, nevvero?" La formula non è retorica nel senso vuoto del termine: è un'apostrofe rivolta a se stesso che riconosce immediatamente la natura ricorsiva del gesto. Arthur non sta cominciando: sta ricominciando. E ricomincia non per la prima volta. Subito dopo il "nevvero" iniziale, Arthur ammette di aver perso il conto delle volte precedenti: "ché sincero non mi son mai messo a contarle". Il diario nasce dunque non come prima volta ma come ennesima volta, e questa onestà preliminare è il primo dato strutturale dell'intero corpus. Arthur Parker non è un diarista per vocazione. È un diarista per esaurimento delle alternative. Le altre forme di tenuta del passato che il Preambolo del giugno 1924 elencherà, "riflessioni, getti d'impulso, diari 'n liriche e innumerevoli altre forme di cronistoria scritta", sono già fallite. Il foglietto del 30 giugno 1923 è ciò che resta dopo che tutto il resto è stato provato.
L'entrata si articola, a una lettura attenta, in cinque movimenti distinti, ciascuno con una propria funzione. Non sono separati formalmente, scorrono come un unico paragrafo, ma la struttura interna è leggibile e merita attenzione.
Il primo movimento è la diagnosi. Arthur descrive la propria condizione come un "bilico 'sì fisiologico e prevedibile" e situa il proprio momento attuale in rapporto a un punto temporale preciso: "il mio stare del novembre scorso, poscia il primo vero scindermi de' tentacoli lussuriosi, poscia la fuga carponi d'un pantano d'insoddisfazione carrieristica." Il riferimento al novembre 1922 è importante e va isolato. Arthur indica che, sette mesi prima della prima entrata, è avvenuto qualcosa che lui qualifica come "il primo vero scindermi de' tentacoli lussuriosi", seguito dalla "fuga carponi d'un pantano d'insoddisfazione carrieristica". Il termine "primo vero" suggerisce che vi erano stati tentativi precedenti di separazione dai medesimi "tentacoli" e che quello di novembre fu il primo a riuscire. La metafora dei tentacoli, applicata alla lussuria, è la stessa famiglia immaginativa dell'abisso che strangola che la #10 del 9 luglio 1923 documenterà nove giorni dopo: una presenza esterna che afferra il corpo. Quanto alla "fuga carponi" dal pantano lavorativo, il dato è coerente con le indicazioni che il corpus fornirà nei mesi successivi. Le prime entrate del luglio 1923 mostreranno Arthur già nel ruolo di venditore per la Frontprice, con tabulazioni inventariali nelle contee circostanti; la transizione dal lavoro in fabbrica al ruolo commerciale va dunque collocata fra il novembre 1922 e il giugno 1923.[1]
Il secondo movimento è l'autoconvinzione. "Debbo sentirmi cresciuto poiché diamine, sin fronzoli, lo sono." La frase è una delle più rivelatrici di questo periodo del Libro Primo perché contiene un meccanismo che il diario continuerà a documentare per anni: Arthur non si sente cresciuto, deve sentirsi cresciuto, e l'imperativo è interno. La crescita non è un dato che si constata, è un compito che si esige. La formula "sin fronzoli" che segue è un tentativo di troncare ogni possibile attenuazione: niente abbellimenti, niente concessioni, lo sono e basta. Il fatto che Arthur senta il bisogno di formularlo in questi termini, all'inizio della prima entrata, suggerisce che la sicurezza è meno solida di quanto la sintassi pretenda. Il diarista si convince mentre scrive, e la scrittura è il luogo dove la convinzione viene fabbricata.
Il terzo movimento è la giornata stessa. Una sola frase, breve, quasi fuori contesto: "Stamane ho travagliato in maniera soddisfacente e quando 'l dì va concludendosi col dito che scorre al passo coll'obbligazioni previste, ebbene, 'sì m'allieto." È l'unico dato di cronaca materiale dell'intera entrata, ed è significativo proprio per la sua marginalità. Arthur sta scrivendo l'entrata fondativa del proprio diario, e l'unica menzione del giorno effettivamente vissuto è una frase di otto parole. Tutto il resto è bilancio, programma, dichiarazione. La cronaca, che diventerà uno dei pilastri del corpus a partire dall'autunno 1923, qui è ancora un accessorio. La materia del 30 giugno è la decisione di scrivere, non il giorno scritto.
Il quarto movimento è la dichiarazione di metodo. "Oi ho preso in mano questo foglietto errante, coll'aloni oleosi ancor sui bordi per chi sa quale motivo, e v'ho posto un numero. Poiché oi va cangiando 'l conto de' giorni pe' l'esistenza d'Arthur." Il dettaglio del foglietto è importante. Arthur non comincia il diario su un quaderno predisposto. Comincia su un foglio errante, oleoso, già esistente nella propria vita prima della decisione di farne un diario. È un dato che si ripresenterà costantemente negli appunti sparsi che luglio 1923 inaugurerà: la scrittura di Arthur nasce sui materiali che le capitano sottomano. Il foglietto oleoso del 30 giugno è il primo di una lunga serie di supporti di fortuna che la nota dell'autore sugli appunti sparsi, premessa al corpus, descriverà come il sostegno materiale dello scarico mentale. Ma a quel foglietto Arthur fa qualcosa che agli sparsi successivi non sempre farà: appone un numero. L'uno. E con quel gesto, a posteriori, fonda la pratica della numerazione progressiva che attraverserà l'intero corpus per oltre mille entrate. La #1000 del marzo 1926 dichiarerà esplicitamente, con quasi tre anni di scrittura alle spalle, che cosa stiano a fare i numeri in cima alle entrate: "Il dì appresso all'ultimo contatto con Valerie fu 'l primo avvento dell'entrate, l'uno e solo." Ogni numero è dunque una giornata di distanza dall'ultimo contatto con Valerie, e il sistema di numerazione è retroattivamente, dichiaratamente, un calendario dell'assenza di lei. Nella #1, questo significato è ancora implicito: Arthur nomina il gesto ("v'ho posto un numero") senza ancora collegarlo esplicitamente a Valerie, sebbene il legame sia già operativo, come il quinto movimento dell'entrata stessa renderà evidente.[2]
Il quinto movimento, e il più ampio, è Valerie. Arthur scivola dal programma alla donna senza una transizione formale, attraverso la formula "Ben lo so che nulla di tutto questo riporterà fra queste mura il delicato viso di Valerie poiché se v'è un 'mai più' nel mondo, ebbene, è lo ch'ho creato questa volta." La frase è la prima menzione esplicita di Valerie nell'intero corpus, e arriva nella prima entrata. Non è un'apparizione laterale: è il centro emotivo del documento fondativo. Arthur dichiara che il "mai più" è qualcosa che lui ha creato, "questa volta", e l'aggiunta di "questa volta" rimanda implicitamente a precedenti tentativi falliti di chiusura. La struttura della relazione, per come emergerà nei mesi e negli anni successivi, è dunque già qui in luce: una storia che è stata interrotta più volte e che alla fine ha trovato una chiusura definitiva, di cui Arthur si assume la responsabilità.
Il passaggio successivo è la formula più singolare dell'intera entrata: "viaggiando numerando i dì che mi separano delle realizzazioni riguardo ella, più solide che mai." Arthur dichiara che le numerazioni delle entrate non sono semplicemente un contatore di pagine. Sono un contatore di distanza da Valerie. Ogni numero apposto in cima a ogni entrata misura quanto tempo è passato dall'ultimo contatto. La #1000 del marzo 1926 confermerà retrospettivamente questo legame, dichiarando che "il dì appresso all'ultimo contatto con Valerie fu 'l primo avvento dell'entrate, l'uno e solo." La logica è dunque la seguente, dichiarata dalla #1 in forma implicita e dalla #1000 in forma esplicita: il 29 giugno 1923 si è consumato l'ultimo contatto fra Arthur e Valerie; il 30 giugno 1923, il giorno dopo, Arthur ha cominciato a scrivere e a numerare. Il diario non è solo un esercizio terapeutico consigliato dalla dottoressa Nauer: è una scansione cronologica di un'assenza. Ogni numero è una giornata senza Valerie sopravvissuta. La metafora del "monumento al mio ultimo passo 'n la direzione che quissà tant'anni addietro avrei dovuto prendere" è da leggersi in questo senso: il diario è il monumento di un addio, e ogni entrata è un mattone aggiunto al monumento.[3]
Il sesto e ultimo movimento è l'apostrofe finale. Arthur si rivolge direttamente a Valerie: "E se leggi, un dì lontano, se ascolti un respiro della sera mormorarti tutto ciò alle recchie prima di serrare l'occhi, come mai prima e come mai null'altro debbo prostrarmi all'immensità epifanica che m'hai donato." È la prima allocuzione diretta del corpus. Arthur non sta parlando di Valerie: le sta parlando. E la formula scelta, l'ipotesi che lei "legga" o "ascolti", trasforma il diario, sin dalla prima entrata, in una lettera mai consegnata. Il destinatario implicito di tutto ciò che verrà dopo, in qualche strato della scrittura, è lei. La #1000 del marzo 1926 chiuderà l'entrata millesima con un'apostrofe diretta strutturalmente identica: "E quissà che 'n sia codesta, in fine, la forma d'amor ch'entrambi pensammo d'aver trovato l'un l'altro, nevvero, Rirì?" Fra la #1 e la #1000 ci sono circa mille giornate di calendario, quattro libri, e un'evoluzione personale che le entrate intermedie documentano nei dettagli. Eppure le due entrate si chiudono con lo stesso gesto: parlare a Valerie come se fosse lì. La differenza è solo nel diminutivo. Nella #1, Arthur la chiama Valerie, col nome intero, con la formalità di chi sta ancora pesando ogni sillaba. Nella #1000, la chiama Rirì, col nome intimo, con la consapevolezza di chi non ha più nulla da pesare.
L'ultima frase dell'entrata è la più piccola: "Perdona le vanvere, piccolo foglietto ora pasticciato." L'apostrofe si sposta da Valerie al foglio. Arthur chiede perdono al foglietto per averlo riempito di vanvere. La parola "vanvere" comparirà come titolo del Libro Primo, "Vanvere Terapeutiche", attribuito retrospettivamente da Arthur al primo anno di entrate. Qui, nella #1, è ancora una parola minuscola, autoironica, quasi un'apologia. Diventerà la categoria critica con cui Arthur stesso definirà il proprio metodo. E il "piccolo foglietto ora pasticciato" è il primo riconoscimento esplicito della materialità del supporto, una sensibilità che gli appunti sparsi del luglio 1923 erediteranno e svilupperanno: il foglio è parte dell'entrata, non un veicolo neutro. Arthur lo nomina, lo qualifica, gli chiede perdono. La pratica della scrittura comincia con un atto di cortesia verso la carta.
Sul piano formale, la #1 stabilisce alcuni tratti che il corpus manterrà per tutta la propria estensione e altri che modificherà. Mantiene la sintassi tortuosa, la subordinazione rampicante, il lessico arcaizzante con elisioni e contrazioni, la presenza di riferimenti temporali imprecisi ("tant'anni addietro", "lune"), l'oscillazione fra cronaca e digressione, la chiusa apostrofica. Modifica, nei mesi successivi, l'equilibrio fra programma e cronaca: il programma cederà progressivamente terreno alla cronaca lavorativa, alle figure di contorno, alle trasferte, alle relazioni con i clienti. Ma la struttura emotiva dell'entrata fondativa rimane stabile: ogni mese del Libro Quarto, due anni e mezzo dopo, conterrà ancora entrate in cui Arthur si rivolge a Valerie, ancora entrate in cui dichiara di aver chiuso ciò che evidentemente non è chiuso, ancora entrate in cui il diario serve a misurare una distanza.
Una nota critica che merita di essere fatta riguarda il rapporto fra la #1 e il Preambolo del giugno 1924. Il Preambolo, scritto un anno esatto dopo l'entrata #1, è la #0 del corpus: Arthur lo scrive il 30 giugno 1924 alle 14:21, in occasione del primo anniversario del diario, e lo colloca a posteriori come introduzione retrospettiva al primo libro. Fra la #1 e il Preambolo c'è dunque un gap di esattamente un anno, e la differenza di registro è significativa. La #1 è scritta a caldo, dalla prima sera, con l'urgenza di chi prende una decisione che non sa se manterrà. Il Preambolo è scritto a freddo, dopo trecentosessantacinque giorni di pratica, con la consapevolezza di chi ha attraversato un anno intero di scrittura quotidiana e ora può guardarsi indietro. Entrambi parlano dello stesso oggetto, il diario, ma da angolazioni opposte: la #1 lo inaugura senza sapere cosa sarà, il Preambolo lo descrive sapendo ormai cosa è stato. Il lettore che incontra il corpus in ordine cronologico legge prima il Preambolo (perché collocato in apertura del libro come introduzione) e poi la #1 (perché cronologicamente prima); il lettore che voglia ricostruire l'ordine effettivo della scrittura deve invertire le due. Non è un dettaglio editoriale neutro: il Preambolo addomestica la #1 fornendole un quadro interpretativo, ma la #1 non sapeva ancora di dover essere addomesticata.[4]
In sintesi, la #1 del 30 giugno 1923 è un'entrata di fondazione che contiene già, in nuce, la maggior parte degli elementi che il corpus svilupperà per oltre mille entrate. L'autoaccusa, l'autoconvinzione, la cronaca minimale, la dichiarazione metodologica, l'apparizione di Valerie come centro di gravità nascosto, l'apostrofe finale, il riconoscimento del supporto materiale: tutto è già qui, tutto è già detto, tutto è già firmato. Ciò che la #1 non sa è che funzionerà. Arthur, alla sera del 30 giugno 1923, non ha la minima idea di ciò che il diario diventerà. Sa solo di aver preso un foglio oleoso, di averci messo sopra il numero uno, e di aver scritto fino a che la mano gliel'ha permesso. Il fatto che il giorno dopo abbia ripreso, e il giorno dopo ancora, e così via per più di mille giorni, è una conseguenza che la #1 non poteva prevedere. Ma è una conseguenza che la #1 contiene già, in quella formula iniziale che merita di essere tornata: "S'ha di che ricominciare, nevvero?" Il "nevvero" è il punto. È un accordo cercato, un assenso preventivo, un patto stipulato con un interlocutore che potrebbe essere se stesso, il foglietto, Valerie, la dottoressa Nauer, il lettore futuro, o nessuno di tutti questi. Il diario di Arthur Parker comincia con una domanda che chiede conferma, e la conferma arriva dalla mano stessa che continua a scrivere.
Luglio 1923
Luglio 1923 è il primo mese completo del diario di Arthur Parker, e il fatto che sia il primo non è un dettaglio cronologico da confinare in una nota introduttiva: è la condizione che governa ogni riga. Il corpus comincia il 30 giugno, alle 21:42 della sera, con l'entrata #1, un foglietto errante su cui Arthur appone un numero e una dichiarazione di intenti che oscilla fra il proposito e la confessione. Luglio eredita quello slancio e lo mette immediatamente alla prova: trentuno giorni di calendario, ventisette entrate presenti, una lacuna di quattro giorni, un'alternanza continua fra cronaca e abisso, e la nascita di un sottogenere, gli appunti sparsi, che da questo mese in avanti accompagnerà il diario come un'ombra più libera e più pericolosa della prosa regolare.
Il dato strutturale più significativo del mese è la proporzione fra entrate regolari e appunti sparsi. Delle ventisette entrate presenti, dieci portano la dicitura "appunti sparsi": la #4, la #6 (con quattro segmenti in una sola giornata), la #7, la #8, la #9, la #10, la #11, la #12, la #14, la #15. A queste si aggiungono entrate regolari che, per densità introspettiva e assenza di cronaca materiale, sono di fatto indistinguibili dagli sparsi: la #20, la #24, la #25, la #30. In nessun altro mese del corpus la percentuale di sparsi raggiungerà un livello comparabile. La ragione è semplice: Arthur non sa ancora cosa sia il diario. Lo sta inventando mentre lo scrive, e gli sparsi sono il modo in cui la scrittura sfugge alla cornice che il diarista non ha ancora definito. La nota dell'autore sugli appunti sparsi, premessa all'intero corpus, descrive il sottogenere come "scarabocchi d'alma che premeano alla gola e alle palme"; luglio 1923 è il mese in cui quei scarabocchi nascono, si moltiplicano, e in almeno un caso raggiungono una profondità che il resto del corpus impiegherà anni a eguagliare.[5]
La #4 del 3 luglio è il primo appunto sparso dell'intero diario. Arthur dichiara di star scarabocchiando sul retro di un tabulato dimenticato nella valigetta dell'impiego, "più per forzar qualche paragrafo sin fine e scioglier un po' dell'attrito piovutomi in dosso che per aver un qualché di che dire davvero." L'atto fondativo è già contenuto in questa frase: si scrive non perché si abbia qualcosa da dire, ma perché il gesto di scrivere scioglie qualcosa. La #4 stabilisce il principio che gli sparsi seguiranno per centinaia di entrate, e lo fa con un'inconsapevolezza che è essa stessa un dato: Arthur non sa di stare inaugurando una pratica. Sta solo scarabocchiando su un foglio di scarto.
La prima settimana, dal primo al settimo luglio, è un'escalation. La #2 apre con Madeleine, la donna più remota nel tempo fra quelle nominate, e il tono è già quello che caratterizzerà le digressioni sentimentali del corpus: nostalgico, autoaccusatorio, incapace di separarsi dall'oggetto che pretende di aver archiviato. La #3 porta Arthur a St. Versus, un paesino montano in cui è stato accolto come conferenziere e intrattenitore; è la prima entrata a menzionare Lily e Florence nella stessa scena, e a registrare una socialità che, per quanto Arthur la riduca a "divagare annoiato d'un paesino d'agricoltori e pendolari," funziona come panacea. La #5, scritta il giorno dopo il primo sparso, tenta un riavvio programmmatico: Arthur parla di promesse, di stravolgimento positivo, di mire espansionistiche. Ma la #6, il giorno seguente, smonta la retorica con quattro frammenti scritti in un solo giorno, dalle 11:02 alle 23:07, che attraversano l'intera giornata come una sequenza sismica: la dissociazione sociale del primo meriggio ("mi par di movermi didentro d'un altro tizio"), la lista della spesa delle 21:13, e il ricordo del parco dove Valerie si dichiarò, scritto a notte fonda con una precisione topografica che è il primo segno di una memoria corporea che il diarista porterà con sé per tutto il corpus.[6] La #7, il giorno dopo ancora, ricostruisce la scoperta di Lylcoin attraverso Fleur Birdborn, quindici anni addietro, e contiene una delle autodiagnosi più secche del Libro Primo: il pattern della noia, la mutazione in essere "indifferente, crudele, ostile" una volta esaurita l'eccitazione iniziale, la sovrapposizione con Annie e Madeleine già durante la relazione con Fleur. È la prima volta che Arthur mette a nudo il meccanismo seriale che lo ha portato da una donna all'altra.
La #10, scritta il 9 luglio, è l'entrata più importante di luglio e, per certi versi, dell'intero Libro Primo. Arthur ricostruisce un episodio avvenuto circa un anno prima, nell'estate del 1922, a Eggville. L'entrata non descrive un pensiero: descrive un contatto con ciò che Arthur chiama "l'abisso," una presenza che gli si posa addosso come un corpo freddo, gli infila le dita sotto la pelle, e stringe. La scena è fisica, concreta, descritta con una precisione sensoriale che non ha precedenti nelle entrate circostanti: la mano ghiacciata fra il collo e la spalla, le dita che raggiungono il luogo dove si accumulano i timori, la palla d'aria mista a sangue che si aggrappa alla gola. Arthur arriva a formulare la domanda: "Che fare, or che l'abisso vuol ser me ed ì non ho motivo per esser qualcosa di diverso d'esso?" La risposta non è un ragionamento: è un respiro. "Un respiro soltanto tra me e 'l cosmico niente di pace e silenzio." Arthur consegna il cuore alla dottoressa Nauer "quel dì stesso" e trae dall'esperienza un unico apprendimento: la preferenza per il dolore rispetto al nulla. L'intero diario, come la #935 del gennaio 1926 confermerà, nasce da quella distanza di un respiro: le numerazioni in cima alle entrate sono un contatore di distanza dall'abisso di Eggville.[7]
La #11, scritta il giorno dopo la #10, è fra le più rivelatrici del primo periodo non per ciò che racconta ma per il contrasto che stabilisce. Dopo l'abisso, Ada. Dopo il contatto con il nulla, lo spiumino e i cestini. Ada insegna ad Arthur che la mente va trattata come un quarto dell'appartamento: spolverare, rassettare, svuotare, lucidare. Arthur ci prova, e per ogni cartaccia che getta via ne sorgono due nuove. Ma il tentativo conta. La #11 stabilisce la duplice struttura di supporto che accompagnerà Arthur per tutto il corpus: la dottoressa Nauer dal versante clinico, Ada dal versante pratico. Entrambe convergono sulla stessa diagnosi ("v'è un qualché che non funziona come dovrebbe") e sullo stesso programma: addomesticare la creatura che Arthur ha dentro il cranio, un giorno alla volta.
La lacuna fra la #15 e la #20, dal 15 al 18 luglio, è la prima interruzione del diario. Quattro giorni di silenzio, quattro entrate mancanti. Il corpus non fornisce spiegazioni: Arthur riprende il 19 con la #20 senza commentare l'assenza. È un dato che va registrato senza interpretazioni forzate. Il Libro Primo conoscerà lacune molto più estese, quarantuno entrate fra la #57 e la #99, quarantaquattro fra la #120 e la #164, e la natura di quelle lacune è stata discussa altrove (Brooke, 1998). Questa prima interruzione, per la sua brevità, potrebbe essere attribuita a una semplice sospensione, a una crisi passeggera, o alla perdita materiale dei fogli. Non abbiamo elementi per stabilirlo.
La #20, alla ripresa, è un'entrata interamente dedicata a Valerie, scritta alle 04:59 del mattino, con una densità emotiva che segna un cambio di temperatura rispetto alle entrate precedenti al vuoto. Arthur scrive con una foga che sfibra la sintassi: frasi che si rincorrono, subordinate che collassano le une sulle altre, un flusso che somiglia più a uno sfogo parlato che a una composizione scritta. La dichiarazione "solo adesso, solo il giorno primo di tanti avanti 'n cui converserò meco, comprendo lo che con 'sì poca fatica ho gettato alle ortiche" ha un'urgenza che il mese non aveva ancora raggiunto. Valerie, che nelle entrate precedenti era apparsa come sogno, come profumo, come scalpicciare dietro l'uscio, qui diventa il centro esplicito del discorso.
La seconda metà del mese, dalla #20 alla #32, presenta un cambiamento strutturale. Gli sparsi formalmente etichettati scompaiono. Le entrate tornano al formato regolare, ma il contenuto non è più cronaca: è filosofia. Arthur entra in una fase di riflessione astratta che occupa quasi interamente le entrate dal 23 al 30 luglio, toccando temi che vanno dall'attesa come condizione dell'essere (#28, #29), alla distinzione fra tristezza inerte e consapevole (#25), al rapporto fra ego e disinibizione (#24), alla natura dell'amore come contraddizione (#32). Il registro si alza, la prosa si complica, e Arthur sembra dimenticare di tenere un diario per trasformarlo in un quaderno di appunti filosofici. È una fase che non si ripresenterà con la stessa intensità nei mesi successivi: il diario troverà un equilibrio diverso, più ancorato alla cronaca, e queste pagine di luglio resteranno come testimonianza di un momento in cui Arthur non aveva ancora deciso cosa fosse la sua scrittura.
In questo stesso segmento, tuttavia, compaiono i primi dati materiali. La #21 del 20 luglio descrive la visita a Vee, bibliotecaria della Tworlds di Lylcoin, e registra per la prima volta il lavoro nelle fabbriche di Bolinthos e Knighthill come fonte di soddisfazione professionale. La #22 del 21 luglio contiene la descrizione più dettagliata dell'appartamento di April Street che il corpus offra fino alla #980 del marzo 1926: tre stanze e una stanza d'igiene, l'affaccio su April Street e Bleedbig Street, il minimalismo dell'arredamento, lo scrittoio con il cero, il portapenne, le boccette da farmacista, la clessidra, le due pipe.[8] La #27 porta Arthur a Pyneborn, aggrappato a uno sgabello in una locanda, a bere una birra chiara prima dell'ora e a scarabocchiare pensieri che non riesce a contenere. La #28 lo spedisce verso Nutterpyne e i borghetti circostanti per obbligazioni lavorative che descrive con un fastidio che è già il germe della futura insofferenza verso la demagogia aziendale. La #29, verso sera, restituisce Lily, che vuole discutere di alcune sue questioni mentre Arthur è allo stremo: è la seconda apparizione della figlia nel mese, e, come la prima nella #3, si colloca ai margini dell'entrata, in un'aggiunta serale che ha il sapore della nota a margine piuttosto che della cronaca.
Sul piano geografico, luglio 1923 disegna una mappa ancora limitata rispetto a quella che il corpus espanderà nei mesi e negli anni successivi. I luoghi menzionati sono Lylcoin e April Street come centro fisso; Bolinthos e Knighthill come zone di lavoro; Overknow e Alveynn come valli delle obbligazioni; Nutterpyne e Pyneborn come destinazioni di trasferta; St. Versus come borgo montano delle conferenze; Eggville come luogo dell'abisso; Newbrick come fantasma di nostalgia nella #14, dove Arthur descrive i mattoni rossicci e le stradine anguste del suo paese natale con una tenerezza che riserva soltanto ai luoghi da cui è fuggito. Non compaiono ancora Greenrice, Augustine, Wedgeville, Naught Port, Gersburg: la mappa lavorativa si espanderà a partire dall'autunno, con l'arrivo di Barweight e la ristrutturazione del ruolo di Arthur nella Frontprice.
Il contesto lavorativo, in luglio, è il grande assente. Arthur menziona obbligazioni, fabbriche, stabilimenti, tabulati, ma non fornisce quasi mai dettagli operativi. La Kryomont compare nella #25 e nella #27 come nome, non come progetto strutturato. Il circolo letterario viene citato nella #8 come impegno del pomeriggio. Non compare il nome della Frontprice, non compare il signor Tinsteel, non compare Claudette. Il mondo professionale che il corpus documenterà con crescente precisione a partire dall'ottobre 1923 è qui poco più che uno sfondo, una serie di obbligazioni che Arthur deve sbrigare per poi tornare a casa e scrivere ciò che gli interessa: se stesso.
Sul piano relazionale, luglio è il mese in cui Arthur mette sul tavolo tutte le sue carte femminili. Madeleine apre il mese nella #2 come ricordo adolescenziale. Fleur Birdborn occupa la #7 come la più remota delle figure nominate, quella che ha lasciato un "tocco cotonato e gentile" sulle guance ogni volta che Arthur pronuncia il nome di Lylcoin. Genevieve Jumper compare nella #13 come esempio di vagheggio epistolare e immediata fuga: Arthur proiettava su di lei le fantasie di una vita condivisa senza mai concederle un'ora del proprio tempo, e se ne vergogna. Allison viene menzionata nella #1, di passaggio, come parte della costellazione di "mai più". E Valerie è ovunque: nella #6 delle 23:07, nella #12 all'alba, nella #15, nella #20, nella #32. Il mese la contiene come un liquido contiene un colore: non è in un punto preciso, è distribuita in ogni goccia. Il Preambolo, scritto un anno dopo, confermerà che "di Lei si parlerà 'n ogni spazio in fra le righe."
Lo stile di luglio è il più instabile dell'intero corpus. Arthur non ha ancora trovato il proprio registro: oscilla fra la confessione cruda della #10, la filosofia astratta della #25, la cronaca materiale della #21, l'autocommiserazione della #9, il manifesto della #5. La sintassi è già tortuosa, il lessico già arcaizzante, ma la direzione cambia entrata dopo entrata, talvolta segmento dopo segmento nella stessa giornata. È un diario in cerca della propria forma, e la forma che troverà, nei mesi successivi, sarà un compromesso fra tutti questi registri: la cronaca operativa che a gennaio 1926 diventerà dominante, l'elegia sentimentale che non cesserà mai, la filosofia che riemergerà a intermittenza, lo sfogo che gli sparsi continueranno a ospitare. Luglio 1923 è il laboratorio dove tutti questi materiali vengono mescolati per la prima volta, senza un progetto, senza un manuale, con la sola urgenza di un uomo che ha un respiro di distanza dall'abisso e che scrive per allargare quella distanza di un giorno alla volta.
In sintesi, luglio 1923 è il mese in cui il diario nasce, sbanda, si cerca, e sopravvive. Non è un mese di risultati: è un mese di fondazioni. Arthur pone il primo numero, inaugura gli appunti sparsi, ricostruisce l'episodio che ha generato l'intero progetto, descrive il proprio appartamento, nomina le donne che popolano il suo passato, e produce ventisette entrate in trentuno giorni, con una costanza che, per un esordio non pianificato, è già notevole. La lacuna di quattro giorni è il primo segno che la costanza avrà i suoi cedimenti, ma il ritorno alla scrittura il 19 luglio, senza scuse e senza commenti, è già il gesto che definirà Arthur nei mesi e negli anni a venire: si cade, si tace, si riprende. Il diario non chiede giustificazioni. Chiede solo che la penna torni sulla carta.
Agosto 1923
Agosto 1923 è il secondo mese completo del diario di Arthur Parker ed è il mese in cui il corpus raggiunge la sua prima saturazione sentimentale e la sua prima rottura prolungata. Venticinque entrate numerate fra la #33 e la #57 coprono i giorni dal primo al ventiquattro del mese; il venticinque agosto si apre una lacuna di quarantadue giorni che terminerà solo il sei ottobre con la #99. Dei trentuno giorni del mese, ventiquattro sono documentati prima del silenzio e sette restano muti: i sei giorni finali perduti nel vuoto, più il venticinque stesso. La proporzione è alta e merita di essere registrata: Arthur non salta nemmeno una giornata nel periodo attivo.
Va chiarita subito una dissonanza numerica che una lettura superficiale potrebbe trovare irritante. Il corpus presenta due entrate datate 21 agosto 1923, la #53 alle 19:08 e la #54 alle 21:13, il che farebbe pensare a venticinque testi in ventiquattro giorni. In realtà si tratta di un errore di numerazione di Arthur stesso, come chiarito da una nota editoriale del corpus: il modus operandi del diarista prevede che le entrate divise in più segmenti all'interno della stessa giornata, anche quando si tratta di appunti sparsi, vengano marcate solo dall'orario e non da una numerazione progressiva. La #54 avrebbe dovuto essere semplicemente un secondo segmento della #53, come avviene per la #33 (che ha un segmento delle 05:51 e uno delle 21:00 senza numerazione aggiuntiva) e per la #42 (che ha un segmento delle 15:41 e uno delle 20:04 nel medesimo modo). Arthur probabilmente non si rese mai conto dell'errore, che sopravvive oggi nel corpus come una delle sue piccole incongruenze contabili. Ai fini dell'analisi, va registrato che le entrate effettivamente distinte sono venticinque, ma i giorni documentati sono ventiquattro, e la dissonanza fra i due numeri è un difetto di compilazione, non un dato sostanziale.[9]
Il dato strutturale più significativo del mese è la proporzione fra entrate regolari e appunti sparsi. Delle venticinque entrate numerate, dodici portano la dicitura "appunti sparsi": la #38, la #41, la #42, la #43, la #44, la #46, la #47, la #48, la #51, la #54, la #55, la #57. Le restanti tredici sono entrate regolari: la #33, la #34, la #35, la #36, la #37, la #39, la #40, la #45, la #49, la #50, la #52, la #53, la #56. La proporzione è vicina alla metà, leggermente sbilanciata verso il formato regolare, e mostra che agosto consolida l'uso degli sparsi come pratica stabile del diario, non più come esperimento isolato del luglio precedente. Il sottogenere ha trovato la propria casa e comincia a occupare uno spazio proprio accanto alle entrate di cronaca e riflessione, con una regolarità che lascia supporre che Arthur abbia fatto una scelta formale precisa.
Il primo giorno del mese apre con una scena di attesa che merita di essere isolata. La #33 è scritta all'alba, alle 05:51, ma il suo contenuto è tutto rivolto alla sera precedente e, più precisamente, alle cinque del pomeriggio, l'ora in cui Arthur si arrocca fra la poltrona e il corridoio dell'appartamento di April Street, tendendo le orecchie verso l'uscio nell'attesa dei passi di qualcuno che non arriverà. La scena è una delle più fisiche del primo Libro: Arthur trattiene il respiro, conta le lancette al contrario, considera di scendere in strada per vedere fin dove la calle "volta a sinistra e sparisce didietro l'angolo". L'apostrofe è diretta: "avviluppata ne' tuo' dressi fini e cercati, dissimili de lo che l'altri indossano, sfumata dalla stessa nube di profumo speziato". Il "tuo" senza nome è leggibile come Valerie per coerenza con il resto del corpus, ma Arthur non la nomina in questa entrata. La rende soggetto di un'attesa quotidiana che si ripete "ogniddì" e che si esaurisce "infine" alle diciannove o alle venti, quando anche la fame si cheta. Un secondo segmento scritto alle 21:00 riprende il tema in modo diverso: Arthur immagina di poter sorridere alla "tenera vanvera" che lo accompagna, ora che è priva di conseguenze, e teorizza il sorriso come trascendenza delle barriere dialettiche. Il passaggio dall'attesa fisica del primo segmento alla riflessione sul sorriso del secondo è un movimento tipico di Arthur: dalla scena al concetto, dal corpo alla meditazione, con il giorno che cambia angolazione senza cambiare soggetto.
La #34 del due agosto descrive un sogno in cui una "splendida fanciulla" compare in un emporio con abiti stracciati, "china a un piede dal suolo", poi in un prato d'atletica con altra acconciatura, dressata sgargiante, e si dissolve infine in una tavola incisa con un albero e un teschio, accompagnata da un "saporaccio di veleno". Arthur riferisce il sogno a Lily, "commento a Lily tale congettura", il che colloca la figlia in April Street durante i primi giorni del mese. La fanciulla onirica non viene identificata e Arthur si rifiuta di darle un nome finché non si ripresenterà in altri sogni: "non ne ho nomi, ad ora, e non ne merita ancora se 'n si palesa nel venire dell'altre notti". L'attitudine è metodica: Arthur tratta le apparizioni notturne come materiale da verificare, non da interpretare d'impulso. E la domanda conclusiva, "Che sia la rappresentazione ch'ho d'una musa?", introduce per la prima volta nel corpus il termine "musa" applicato a una figura femminile, termine che nei mesi successivi diventerà una categoria semiufficiale del lessico di Arthur.
La #35 del tre agosto torna al tema onirico con una formulazione che merita attenzione. Arthur si domanda se lui e la donna che gli appare nei sogni, non nominata ma identificabile come Valerie per coerenza con il resto del mese, possano "condividere le medesime impressioni mentali" pur a distanza, guardando la stessa luna da angoli differenti. La domanda è il tentativo di fondare razionalmente un'intuizione irrazionale: la speranza che la donna assente stia ancora pensando a lui. Arthur la formula come una "congettura" che sa implicare "un qualché di meno astratto di lo ch'in fondo è il riflesso del proprio esser cosciente", ammettendo cioè che la speranza presuppone una metafisica della corrispondenza che lui non può dimostrare. Si interroga inoltre se la provvidenza gli farà incontrare "un qualché di similare" a Valerie, o se il suo "proseguire solo sia rassegnazione d'aver osservato passire tal rosa sin molestarla con innaffiature ben più che necessarie". La metafora della rosa non innaffiata è auto-accusatoria: Arthur riconosce di aver contribuito alla fine del rapporto per negligenza, non per eventi esterni. La chiusura è sobria: "Navigo un poco sin meta, oramai, quand'ho di che trattare delle mie vicissitudini del didentro." Arthur sa di stare naufragando e lo dichiara senza drammatizzare.
La #36 del quattro agosto registra la partenza di Lily verso Gersburg con il convoglio serale, accompagnata dal personale ferroviario addetto ai minori in viaggio. È la prima menzione nel Libro Primo di questa specifica modalità di viaggio, che tornerà nel corpus come soluzione abituale per gli spostamenti della figlia fra Lylcoin e Gersburg. Arthur registra il fine settimana appena concluso con una tenerezza contenuta: "Il tempo che abbiamo scorso insieme questo fine di settimana è stato contornato da molto silenzio, un aspetto del riposo settimanale che entrambi apprezziamo molto più di quanto addirittura proclamiamo." Il silenzio condiviso è la forma di intimità che Arthur riconosce come propria, e Lily, alla sua età, ne è già partecipe. La parte centrale dell'entrata è un giudizio sul percorso scolastico di Lily all'Accademia di Gersburg. Le valutazioni che Arthur e Annie ricevono dal corpo insegnanti sono "più che positive"; Lily gestisce l'accademia "in maniera eccellente" con "ripercussioni psicosomatiche" saltuarie dovute all'eccessiva mole di studio, ma Arthur e Annie concordano nel non esacerbare la pressione. Il passaggio più rivelatore è l'ammissione di una "invidia" retrospettiva: Arthur confessa di essere "quasi masticato dall'invidia per non aver dedicato lo stesso impegno all'accademia" come Lily sta facendo alla sua età. La formulazione è leggera, quasi scherzosa, ma stabilisce un paragone generazionale che Arthur tornerà a evocare: l'Arthur adolescente, disordinato e inadempiente, contro la Lily adolescente, metodica e brillante. Il dato è significativo perché inaugura un movimento che il corpus svilupperà: Arthur userà Lily come specchio correttivo del proprio passato.
La #37 del cinque agosto è, per densità di autoanalisi, una delle più dolorose delle prime cento entrate del diario. Arthur descrive una scena allo specchio in cui gli occhi "non miranomi" e rivelano ciò che lui ha "iscosto pe' anni, lustri, quissà decenni". Immagina di recarsi dalla dottoressa Nauer per chiederle "un forte colpo 'n testa pe' zerare tutto", confessa di schiaffeggiarsi "nel tentativo di ricalibrare 'l tutto" con la stessa meccanica con cui colpisce la sveglia al mattino, e registra una "emicrania e un grido sin precedenti" che si generano dal battito delle voci interne contro le tempie. Il passaggio più rivelatore è questo: "Ancor m'è arduo gestire l'amor che diviene odio e torna_amore quasi a beffa di tutto ciò che di razionale ingerisco e coltivo per nutrire 'l mio senno." L'oscillazione fra amore e odio non è descritta come un conflitto risolvibile ma come una beffa: qualcosa che il pensiero razionale non può disinnescare. L'entrata si chiude con una frase tronca, "debbo fermarmi o codesto finisce pe' diventare l'ennesima entrata sin capo né coda", seguita da una parola illeggibile nel manoscritto originale e da una dichiarazione di resa: "Debbo spengermi. Sto divagando." È una delle prime occasioni in cui Arthur interrompe un'entrata per autocontrollo, e il gesto va registrato come un segnale: a questo punto del primo anno, il diarista sa già riconoscere quando la scrittura lo sta trascinando verso un territorio che teme.
La #38 del sei agosto è il primo sparso del mese e contiene una dichiarazione programmatica che merita di essere riportata con cura. Arthur scrive di un "vacuo echeggiare d'un'identità offuscata dalle mie brame irrisolte" e si descrive come "nulla più ch'un vuotato baco ch'ha lassato fuggire 'l novo lepidottero graziato e gentile". L'immagine del bozzolo vuoto è una delle più efficaci del primo Libro: Arthur non è la crisalide, non è la farfalla, è il guscio abbandonato che resta quando la trasformazione è avvenuta altrove. Aggiunge, con una lucidità che mette a disagio, di non sapere "ove direzionarmi", e registra il fatto che per "parecchi dì" la brama di scrivere è stata talmente scarsa da produrre soltanto "qualche paragrafo assenato o con un qualché di che dire". È la prima volta che Arthur ammette esplicitamente un calo di motivazione nei confronti del diario, e il fatto che l'ammissione arrivi esattamente nel momento in cui il mese comincia a oscillare più violentemente è indicativo. La domanda finale, "Come ci si disincatena da 'sì tanta consapevolezza dell'effimero?", non riceve risposta.
La #39 del sette agosto introduce un oggetto che merita attenzione archivistica: il "prontuario sociale". Arthur descrive una raccolta di agende, carte da visita, note e fotografie in cui conserva le informazioni sulle persone incontrate nel corso degli anni. L'entrata è costruita come un esercizio di consultazione: Arthur apre il prontuario, lo sguardo cade sul nome di Adrian Candlemon, e da lì parte una digressione sulla carriera di Candlemon al Moore Shop di Wish Street. Adrian era stato assunto dal signor Shores grazie alle raccomandazioni di un collega non nominato, aveva lavorato nelle operazioni notturne presso le fabbriche Crosspath di Bolinthos, e si era prodigato per ottenere impieghi più qualificati seguendo un percorso simile a quello di Arthur. Ciò che gli impedì di raggiungere le qualifiche di Arthur, secondo Arthur stesso, fu "la scarsa aura autoritaria" richiesta dai superiori, unita al fatto che il signor Shores, dopo aver mentorato Arthur, non fece altrettanto con Candlemon. Il dato rilevante non è Candlemon in sé, ma l'esistenza del prontuario come strumento di archiviazione parallelo al diario.[10] Il diarista che scrive il proprio passato tiene anche un catalogo dei contatti che lo attraversano, e il catalogo è organizzato per ordine alfabetico, come risulta dall'autoammonimento finale dell'entrata, "agevolato dalla mia classificazione alfabetica del nome proprio". Il sistema documentario di Arthur è dunque più articolato di quanto le prime entrate del Libro Primo lascino supporre: esiste il diario, esistono gli sparsi, esistono i tabulati dell'impiego, ed esiste il prontuario. E queste quattro categorie non sono la stessa cosa.
La #40 dell'otto agosto torna al tema dell'autoosservazione ed è una delle più filosofiche del mese. Arthur si interroga sulla propria incapacità di celebrare i traguardi effettivamente raggiunti e formula due ipotesi alternative: o non sa internalizzare le vittorie perché insegue una perfezione irrealistica, oppure l'insoddisfazione costante è proprio ciò che lo mantiene in movimento. Cita "alcuni filosofi" senza nominarli e ammette: "Taluni li comprendo, talatri meno, altri ancora non potrei nemmeno fingere di saperli citare." L'onestà è notevole. Arthur non pretende di padroneggiare la letteratura filosofica da cui trae suggestioni; dichiara di leggerla a tratti e di applicarla a sé quando può. La chiusa, "Quissà niuno comprende. Quissà tutti in vero comprendono", è una formulazione tipicamente parkeriana dell'indecisione intellettuale: il diarista non si schiera fra le due alternative, le lascia entrambe aperte.
Dalla #41 alla #43, dal nove all'undici agosto, Arthur produce tre sparsi consecutivi che rappresentano il primo grande esperimento stilistico del corpus. La #41 è un frammento di saturazione descrittiva in cui la realtà si sfalda in un catalogo di dettagli materiali: "gromme", "làttimi", "bisso da cucitura cavo", "palustre cencioso", "ondulato" che si scuce "in flappa". Il vocabolario è tecnico-artigianale e volutamente oscuro: Arthur scrive come se stesse descrivendo un paesaggio che solo lui vede, rinunciando alla mediazione dell'accessibilità. La #42 si divide in due segmenti, uno alle 15:41 e uno alle 20:04, e riflette metascritturalmente sulla pratica degli sparsi. Il primo segmento formula la domanda: "Qual perversa bisogna paio tentare di soddisfare co' carpiati sittàli?" Il secondo la sviluppa: Arthur "raspa lo stilo" sulla "cartapecora intorbidita", descrive il foglio "martoriato sin frangia", e si dichiara incapace di cavar senso dal proprio scarabocchiare. La #43, scritta alle 05:59 del mattino dell'undici agosto, descrive una vigilia mattutina in cui Arthur dialoga con le "ore" personificate come presenze che gli porgono il conto "d'ogni gesto minimo": il "gotto sciacquato a mezzo", il "pane mozzato con cura", il "silenzio che si slunga d'in tra 'n battere di ciglia ell'altro". Il trittico costituisce un'unità stilistica che il luglio precedente non aveva ancora prodotto: gli sparsi di luglio erano frammenti singoli, qui diventano una sequenza compatta, con un progetto formale riconoscibile e un vocabolario che si avvita su se stesso fino a raggiungere livelli di oscurità volontaria.
La #44 del dodici agosto è l'entrata su cui vale la pena fermarsi più a lungo, perché funziona come manifesto antropologico del mese. Arthur scrive di tre figure femminili che "baltano a tre di volta, fesse d'alcuni stanti" nel suo pensiero quando i "fumi delli vizi" gli attraversano le tempie. Le chiama "l'una immonda ch'ancor bramo", "l'altra inniora ch'il cor mio ben sa crollarsi della cuticagna della priora musa", e "'n coda la che sa e cui ammisi, la che 'n capo schiara e quissà videmi come niuna prima". Tre donne, tre funzioni diverse, nessun nome esplicito. La prima è la donna del desiderio ancora attivo, "l'immonda", quella che Arthur "brama e conta" con iniziale maiuscola e che lo rende cieco come una falena contro le lanterne delle strade. La seconda è la donna del rimpianto razionale, quella che il cuore di Arthur sa essere stata una scelta migliore della "priora musa", ossia di quella che la precede nel ruolo di ispiratrice. La terza è la donna della conoscenza reciproca, quella a cui Arthur "ammise" qualcosa e che lo ha visto "come niuna prima". Le tre non si alternano, si addensano: "le tre non si spartiscono ma s'addensano didentro". Il bene di Arthur, se c'era, è nascosto "un poco 'n ognuna". La triplice struttura della #44 è importante perché fornisce una chiave interpretativa per il resto del mese: le entrate successive che evocano figure femminili vanno lette come articolazioni di queste tre posizioni, non come apparizioni casuali.
La #45 del tredici agosto introduce la quarta figura femminile del mese, Berenice Coach, e lo fa attraverso un oggetto materiale: un fiore secco trovato fra le pagine di un libro. Arthur sta sfogliando uno dei propri tomi, "disfatti" e con la carta che "pare più attendere che vivere", e vi trova i resti di un fiorello "compresso e vinto, ridotto a nervature dalle stagioni". Il triplice "innioro" dell'apertura è programmatico: Arthur non sa quando il fiore sia stato messo lì, non sa se sia stato lui a farlo, non sa se il gesto fosse intenzionale o casuale. La triplice dichiarazione d'ignoranza è un modo di dire: il fatto non importa, importa ciò che il fatto produce. E ciò che il fiore produce è Berenice. Il nome compare qui per la prima volta nel corpus, senza presentazioni, senza coordinate, come se dovesse bastare a se stesso. Berenice Coach fu compagna di classe di Arthur negli anni di Newbrick, quando il diarista aveva tredici o quattordici anni, e la definizione che Arthur le riserva è calibrata con un pudore che merita attenzione: "ita compagna che forse un poco di cuore m'avea incrinato". "Ita" colloca il rapporto nel passato concluso. "Compagna" indica una relazione, non un'amicizia. "Forse" introduce un dubbio retorico, un modo di sminuire per cortesia un'incrinatura che evidentemente c'è stata. "Un poco di cuore" è il territorio del danno contenuto: non una rottura, non una devastazione, ma una crepa. Nulla, nel lessico della #45, assomiglia al peso con cui Arthur parla altrove di Valerie o di Allison. Berenice ha incrinato, non spezzato.
Le memorie associate a Berenice sono di una vaghezza che Arthur stesso riconosce: "Poco permane, tuttavia, che 'n sia una nuvolosa scenetta d'in tra le panche d'un oratorio o un brandello fugace tra le seggiole d'una carrozza." Due immagini, entrambe di interni, entrambe in transito. Sono ricordi di ragazzino, frammenti di una Newbrick che Arthur ha lasciato da anni e che nella memoria si è ridotta a scenette senza contorno. Arthur si domanda se gli anni vissuti "senza appigli 'n memoria" siano "rifiuto o deposito", se l'oblio sia un atto volontario o un processo di conservazione passiva. Il passaggio finale rovescia il rapporto fra soggetto e oggetto: non è più Arthur che trova il fiore, è il fiore che trova Arthur. Il fiorello ha "la sfacciataggine di voler insegnarmi tutto lo ch'avrei già dovuto". Berenice "tornò com'obbligo di cogito, qual schiaffo vendicativo d'un fiorello deluso". Il vegetale secco diventa agente, il ricordo della donna diventa una punizione inflitta dall'oggetto a chi lo ha dimenticato. E la lezione che il fiore impartisce non riguarda Berenice in sé, ma ciò che Arthur non sa fare: "ella non stava 'n ciò che rammento, bensì in lo che non riesco a fare, in lo che manca". Berenice è l'incarnazione di un'assenza di capacità, non di una presenza perduta.
La #45 va letta in rapporto alla #44 del giorno precedente. Berenice non è nessuna delle tre figure che Arthur aveva catalogato ventiquattro ore prima: appartiene a una categoria a parte, quella della figura più remota nel tempo e più prossima alla dissoluzione nella memoria. Le tre della #44 sono presenze attive del presente emotivo di Arthur, quelle che ancora producono conflitto e desiderio. Berenice è chi è scivolata via senza lasciare abbastanza traccia, e il cui ritorno avviene per caso, per un fiore dimenticato in un libro dimenticato. Il mese ha dunque una struttura femminile a quattro poli: le tre attive della #44, più Berenice come residuo archeologico riattivato dall'accidente materiale. La chiusa della #45 pone una domanda che resta aperta: "s'il tempo che fu fosse vero e reale nella misura 'n cui resiste all'anni, o se resiste soltanto quan continuo ostinato al tentare di rammentarlo". È la questione della memoria come atto creativo o come atto conservativo. Arthur non la risolve. Il fiore resta fra le sue dita, ridotto a nervature, e non sappiamo se lo rimette nel libro o lo getta via.
La #46 del quattordici agosto è uno sparso breve scritto in tarda serata. Arthur vi formula il timore che "all'epilogo non permanga altro ch'uno sbuffo di ceneri e discorsi a scadenza breve", e si descrive come lacerato fra l'ira contro il passare del tempo e l'impotenza del rimedio. I tomi letti sull'argomento "nulla più sull'argomento han da stupirmi", ammette, e la riflessione si chiude con una maledizione rivolta a se stesso: "Dannata sia cotanta lucidità sobria." È una formulazione che merita di essere registrata: Arthur riconosce che la lucidità di cui si fa vanto è anche ciò che gli impedisce di evadere dalla consapevolezza del proprio stato. L'intelligenza, in queste righe, non è una virtù: è una condanna.
La #47 del quindici agosto prosegue il tema con una sobrietà diversa. Arthur descrive "mialgie 'n gregge" e "sferzanti piogge di spilli" che la solitudine gli fa filtrare fin dentro il tinello. Da queste afflizioni dichiara di aver tratto un "vezzo" recente: la consultazione di libelli in cerca di un "formulario comprensivo pe' guadare l'acque del venir passiti". In traduzione: Arthur legge per cercare nei testi altrui una formula che lo aiuti a reggere l'invecchiamento e la solitudine. Ciò che aveva funzionato in passato come schermo "or restanomi bisbigli asettici che san di polvere e pessimismo", ed Arthur si propone di avere "sussurri anch'ì di che lassare all'anni innanzi". La formulazione è malinconica ma attiva: Arthur non si rassegna alla mutezza, vuole produrre a sua volta ciò che riceve dai libri, anche se la direzione del gesto non è ancora chiara.
La #48 del sedici agosto è lo sparso più esplicitamente programmatico della sequenza. Arthur dichiara di aver trovato in uno degli scritti letti di recente "'n aforisma" che ha "signatomi didentro" e che illumina la direzione del diario. L'aforisma, che Arthur riformula con parole proprie, suggerisce di perpetrare le azioni quotidiane con "la maginata tangibilità non del frontare l'ultimo vespro disponibile ma di ser già ito e aver raccolto la terra di sopra del corpo". Vivere come chi è già morto, cioè, concependo il giorno come tempo guadagnato, non come tempo da spendere. L'applicazione concreta che Arthur trae: il diario diventa "piute che fondamentale" perché registra la cura di quel tempo guadagnato. "Oltremmai pigrizia o procrastino. Solo senso e mire. Solo bellare col fato perfido dell'uomo." È la prima formulazione esplicita nel Libro Primo di un'etica diaristica basata sul memento mori applicato in senso pragmatico, non contemplativo. Arthur non vuole scrivere perché ha paura di morire: vuole scrivere perché, considerandosi già morto, ogni giorno è un supplemento che richiede registrazione.
La #49 del diciassette agosto è dedicata a David Jones, ex compagno di circolo teatrale, che Arthur ricorda dagli anni della prima compagnia insieme al signor Sharv. La cronologia fornita è "circa dieci anni addietro", il che colloca quella compagnia intorno al 1913. Jones proveniva dalla regione di Southyap, aveva "un bagaglio di competenze" che Arthur e Sharv invidiavano, e dopo lo smantellamento del circolo era tornato nella regione natale continuando la carriera teatrale con risultati che Arthur, a dieci anni di distanza, legge "presso alcune delle carte 'n vendita 'n paese". Arthur ammette "una 'ticchia d'invidia" non tanto per i teatri raggiunti da Jones quanto per la considerazione retrospettiva di non aver saputo gestire meglio le dinamiche che avevano portato alla scissione del circolo. Menziona il fatto che con il signor Sharv aveva tentato "una nuova serie di avventure" dopo il fallimento della prima compagnia, ma "anch'ora son anni che 'n vi sono novelle artistiche da notare". Arthur ha ricevuto una fotografia del periodo in cui lui e David "condividemmo persino un piccolo appartamento 'n la periferia di Bolinthos", un dato biografico che il corpus non aveva ancora fornito e che attesta un livello di prossimità con Jones superiore alla semplice collaborazione teatrale. La chiusa è una delle più umili del mese: "Ì sarò 'n basso, ma colla medesma di lui fame d'aver di che calcare 'l rialzo 'n travi scure."[11]
La #50 del diciotto agosto è dedicata interamente ad Allison ed è, per estensione e per composizione, una delle entrate più strutturate del Libro Primo fino a questo punto. Arthur dichiara in apertura un paradosso: "Allison suole visitarmi sovente ora che so con certezza che 'n tornerà più", confrontando il presente della memoria con il passato del rapporto vivo. Quando Allison era presente, il pensiero di lei divagava altrove; ora che il ritorno è escluso, "il ricordo sovviene con una geometria che m'inquieta". La geometria è il termine giusto: la #50 è un'analisi strutturale di come la perdita produca una chiarezza che la presenza non concedeva. Arthur menziona un'evasione a Fairing, un viaggio "ch'allora giudicai lieve", e menziona delle "molte fotografie di que' dì" in cui Allison appare come "parte simmetrica della mia figura, quasi elemento costante che 'n necessita d'essere fissato coll'occhi differenti". Il termine "metà", usato da Arthur in questa entrata, va registrato con cura: "La presenza della mia metà era 'sì ovvia da divenire invisibile." È una delle formulazioni più alte che il primo Libro dedichi a una figura femminile, ed è riservata ad Allison, non a Valerie.
La chiusa della #50 formula un principio che Arthur ripeterà in altre occasioni: "Mai m'è stato insegnato al solitare 'n una vita 'n cui Allison non figura, e di contro, mi trovo a farlo, ogniddì." Arthur ammette che la solitudine che sta vivendo non è una solitudine generica: è specificamente la solitudine "senza Allison", cioè una condizione nuova per la quale non è stato addestrato. Il dato va letto in rapporto alle altre entrate del mese. Il luglio precedente era dominato da Valerie in modo quasi esclusivo; ad agosto, Valerie è ancora presente, ma non ha mai un'entrata interamente sua: è implicita, è sottintesa, è il profumo, è l'attesa dei passi. Allison invece riceve la #50 tutta intera, con una struttura compositiva più alta e un lessico ("metà", "simmetrica", "onnipresenza") che Valerie non ha mai ricevuto. Il dato può essere letto in più modi, ma quello che mi sembra più sobrio è questo: agosto 1923 è il mese in cui Arthur comincia a riconoscere che la storia con Allison è stata, per alcune dimensioni precise, più solida di quella con Valerie. Non più intensa, non più bruciante, ma più strutturata, più abituale, più vicina a ciò che altrove avremmo chiamato una vita in comune. Valerie continua a dominare il desiderio. Allison domina, almeno per la durata di un'entrata, il rimpianto. E il rimpianto è, per Arthur, una categoria più vicina alla realtà di quanto lo sia il desiderio.
La #51 del diciannove agosto è uno sparso di esterni urbani. Arthur descrive una vetrata frantumata, un selciato "masticato da secoli di passi disusàti", "cartocci disfatti" in cui "il vergato s'era sciolto in calligrafie annegate". Il frammento si concentra su un gesto minimo: Arthur raccoglie un foglio strinato, vi legge parole che gli "apparve 'l mio solo per sbaglio", e il vento glielo porta via prima che possa recuperarlo. Non tenta di riprenderlo: "restò, in menzoccolo". Lo sparso va letto come un'allegoria della scrittura stessa, dove il testo che Arthur crede suo si rivela forse non suo, e il vento che lo porta via compie il gesto di abbandono che Arthur stesso non sa fare esplicitamente. La chiusa, "e forse ancor svola, come volesse, per errore, restare caduto", è di una sobrietà notevole: la caduta è involontaria, l'errore è la condizione permanente.
La #52 del venti agosto è una riflessione lunga innescata da un meriggio trascorso con Florence Calvin. Arthur apre con una descrizione sobria della compagnia di Florence, definita come "tregua mobile, che 'n pesa e 'n distrae", e osserva che la virtù di Florence è di "stare sin premere, di condividere sin reclamare". È la prima caratterizzazione completa di Florence nel Libro Primo, e il dato è importante perché la figura riapparirà nel corpus come una delle poche presenze sociali stabili di Arthur. Ma Florence è solo l'innesco: l'entrata scivola rapidamente verso un'autoanalisi della tendenza di Arthur a recidere i legami. "Recidere un legame è, per vero, operazione celere e sin pieghe: basta cessare d'esserci, diluire la presenza, rinviare, e lassare ch'il tempo compia in vece nostra." La meccanica dell'abbandono per deperimento è descritta con una precisione quasi tecnica, e Arthur ammette di averne fatto "ricorso" considerandolo "una forma di dominio, qual gesto pulito di sottrazione". Il passaggio successivo è la correzione: se il taglio riesce facile, "assai più arduo è reggere ciò che ne seguita". Arthur riconosce di non possedere ancora "la disciplina interiore" necessaria per la solitudine che si è costruito, e formula una diagnosi: "l'amico, in tal senso inteso per carenza di motti migliori, mi par meno un bisogno ch'un correttivo, una maniera pe' contenere l'eccesso di ripiegamento che m'è consueto". L'amicizia come argine, non come nutrimento. È una delle formulazioni più oneste del primo Libro, e va registrata perché Arthur, dopo averla scritta, riconosce esplicitamente che la sua fragilità "mal s'accorda colle convinzioni cui ho fatto appello per lustri". La teoria dell'autosufficienza come virtù primaria, che Arthur aveva praticato per anni, si rivela insostenibile proprio nel momento in cui la solitudine diventa totale.
La #53 del ventuno agosto è una giornata di lavoro per la Kryomont fra Bolinthos e i suoi dintorni. L'entrata alterna descrizione operativa e insinuazione emotiva con una tecnica che il diario svilupperà nei mesi successivi. Il caldo è "greve e vischioso", le vie "polverose", le fabbriche "satolle d'aria stantia e d'olezzi ferrigni". Arthur incontra "molti visi", stringe mani, reitera spiegazioni, prende appunti, e registra il fatto che la maggior parte delle persone "svanisce non appena varcata la soglia seguente, come s'il loro volto fosse tracciato con segno troppo lieve pe' resistere all'urto d'altri incontri". È la prima articolazione esplicita, nel corpus, del meccanismo sociale di Arthur: la memoria non trattiene i volti che non si impongono. Il passaggio centrale dell'entrata introduce Valerie in un modo che merita attenzione: "L'eco di Valerie, in tal ragionamento, m'ha compagnato con una costanza ch''n so dire se molesta o divinabile." È la prima volta che Arthur la chiama per nome in agosto, dopo averla evocata attraverso attese, profumi, sogni e sagome. Il nome arriva nel contesto meno lirico possibile, in mezzo a una giornata di lavoro, quasi come un lapsus professionale. E la formula "eco" conferma la natura di ciò che Arthur sta vivendo: non un ricordo attivo ma una risonanza che non sa controllare. Il resto dell'entrata sviluppa il tema della dissonanza fra l'affabilità mostrata ("ostentare un'affabilità che, a ben guardare, non m'appartiene per vero") e l'esaustione interna che ne deriva. Arthur registra che il suo senso di stanchezza al rientro "non deriva soltanto dalla fatica fisica, ma da tale scarto fra l'apparire e l'essere", e si chiude identificando Bolinthos come "un ingranaggio sin pietà, ov'ogni individuo è intercambiabile e ogni gesto replicabile". Il mondo urbano è letto come omogeneità soffocante, e l'ombra di Valerie riesce a farsi strada proprio perché, "di mezzo a tanta omogeneità", è "un'eccezione che continua a esigere memoria".
La #54, che come ho chiarito all'inizio di questo saggio è in realtà un secondo segmento del ventuno agosto erroneamente numerato, è uno sparso di saturazione sensoriale scritto alle 21:13 dello stesso giorno. Arthur descrive un ambiente di oggetti domestici in stato di decomposizione lenta: "vetri lacrimati", "fiati d'olio stantìo", un'ampolla "strinata" su una "plancetta d'un canterano abrado", una "zolla di latice fuligginoso" fra "stipite e scalmiera", un tessile ortopedico "schienato da un'assenza 'n decubito". Il vocabolario è tecnico e patologico, con termini presi dal registro medico ("epidermica", "decubito", "epilìte") applicati a suppellettili e materiali inerti. Ciò che Arthur descrive non è un arredamento: è un interno che si decompone come un corpo, con la stessa lentezza e lo stesso silenzio. La chiusa, "com'un tessuto di passaggi non percorsi e che mai, seccati, più torneranno liquidi", è una delle formulazioni più disperate del mese. Arthur sta descrivendo, sotto forma di sparso percettivo, la condizione del proprio appartamento e, per estensione, della propria vita: tessuti secchi, passaggi non percorsi, nessuna possibilità di ritorno allo stato fluido.
La #55 del ventidue agosto prosegue sullo stesso registro ma sposta la scena all'esterno, sotto la pioggia. Arthur descrive una "cimasa sfibrata" che sgocciola, un "infisso già molliccio in guaina flessa", "ogni frangia d'asfalto" che "si facea crosta traspirata". Il meccanismo è identico a quello della #54: la realtà non si muove, si satura; gli oggetti non esistono, trasudano. E come nella #54, il frammento si chiude su una figura di immobilità: "l'andatura stava da parte, raggricchiata in posizione d'attesa". Arthur sta fermo mentre il mondo si decompone intorno a lui. La sequenza #54-#55 forma un dittico percettivo che registra due versioni dello stesso stato: l'interno dell'appartamento e l'esterno della strada, entrambi filtrati attraverso una sensibilità che ha smesso di distinguere fra soggetto e ambiente.
La #56 del ventitré agosto è un vespro di sconforto esplicito. Arthur scrive di vivere "d'ossimori e contraddizioni" e ammette di non riuscire a decidere se il suo "continuare pei dì abbia di che ser meschino nel piagnucolio afflitto" o se debba "infatuarsi della nostalgia e bracciarla sin biasimi o rimorsi". Riconosce di tendere verso la prima opzione, altrimenti "già 'n sarei quivi a discuterne". Nomina esplicitamente "Ella ed ella solamente" come il vortice di immagini che lo risucchia, ed è una delle poche occasioni del mese in cui Valerie, seppure ancora mascherata dal pronome, è dichiarata centro unico del pensiero: "immagini d'Ella ed ella solamente, e di tutto lo ch'or compirei 'n maniera differente". L'entrata si chiude con una formula di resa che nel corpus assume il valore di un tic linguistico: "Onnò". È un'ammissione monosillabica di impotenza, l'abdicazione dell'argomento. Arthur non prosegue, non articola, non conclude: si ritrae.
La #57 del ventiquattro agosto è l'ultimo sparso prima del silenzio. È anche uno dei pochi sparsi del periodo iniziale a svolgersi in esterno, in una "ressa" che il testo descrive come "disposta in tratti", probabilmente un mercato o una fiera. Arthur restituisce prima di tutto la fisicità caotica della scena: lo "sciabordare" della folla, le spalle che si "attortigliavano a lembi, coturni, bisacce, menti", l'aria che "raspava sul carpo com'una garza riscalzata". In mezzo al brulichio, "montò d'improvviso l'ascesa d'un timbro che s'incrinava più pe' sangue che pe' gola", e Arthur ruota. La bancarella sullo sfondo, "cosparsa di ciotole d'ala e pelli di sambuco", è al fondo della scena, e lì è "ella, di profilo, col mento smussato e le dita inanellate, eppur non v'era più". La sintassi è cruciale: la figura è vista e, nello stesso momento, dichiarata assente. È una presenza che non regge la verifica. Arthur non la nomina, non la raggiunge, non la descrive oltre il profilo. Nel rientro, "la gola s'era sfoderata, ma 'l passo trovò forma nova". E la chiusa, "ogni battito si fece lieve ancòra", è una delle formulazioni più misteriose del mese: la lievità finale non è guarigione, non è serenità, è esaurimento. Arthur scrive come se qualcosa dentro di lui si fosse spezzato in un modo che, paradossalmente, allevia la pressione. Il giorno dopo, il venticinque agosto, il diario tace.
La lacuna che segue la #57 è la più lunga del Libro Primo: quarantadue giorni di silenzio, dal venticinque agosto al cinque ottobre. Ai fini di questa cronistoria mensile, basti registrare che agosto 1923 si chiude non con un'uscita di scena ordinata ma con un'entrata che prepara, consapevolmente o meno, la propria interruzione. La lievità della #57 è il momento esatto in cui la tensione si spezza prima del silenzio, e il fatto che questo momento coincida con un'apparizione femminile vista e subito revocata è significativo: la donna che Arthur ha inseguito per venticinque entrate, sotto forma di attesa, profumo, sogno, eco, sagoma, compare finalmente in carne e ossa al mercato, e appena compare si rivela assente. Non è un ritorno, è la conferma definitiva del "non v'era più". E il diario, subito dopo, smette.
Sul piano lavorativo, agosto 1923 offre dati meno articolati di quanto i mesi successivi forniranno. La Kryomont compare come cliente principale nella #53 ("le bisogne sparse della Kryomont") e come riferimento implicito nelle giornate di lavoro fra Bolinthos e dintorni. Il signor Shores è citato retrospettivamente nella #39 come ex direttore del Moore Shop di Wish Street che mentorò Arthur in passato, ma è un riferimento al passato, non una presenza attiva del mese. Nessun altro superiore operativo viene nominato esplicitamente. Il signor Tinsteel, che in altre fasi del diario sarà figura di riferimento stabile, non compare in nessuna entrata di agosto. Il signor Barweight, che dopo la lacuna diventerà il supervisore diretto, non è ancora nominato.[12] La struttura professionale di Arthur ad agosto è dunque ancora autonoma: lavora per la Kryomont con contatti sporadici con colleghi e responsabili, e la gerarchia interna alla Frontprice Services non è ancora assestata nei termini che il corpus documenterà nei mesi successivi. La solitudine sociale del mese è rafforzata dalla solitudine professionale: Arthur non ha ancora un superiore fisso, e i contatti umani del lavoro sono quelli che lui stesso, nella #53, descrive come intercambiabili.
Sul piano relazionale, agosto 1923 è il mese più saturo di presenze femminili dell'intero primo anno di diario fino a questo punto. Ho contato: Valerie implicita nella #33 e dichiarata esplicitamente nella #53, la fanciulla onirica senza nome nella #34 e nella #35, le tre figure della #44, Berenice Coach nella #45, Allison nella #50 con una centralità che nessuna delle altre donne ha raggiunto nel Libro Primo fino a questo momento, "Ella" nella #56, e la figura vista e subito revocata nella #57. A queste si aggiungono le menzioni laterali a Lily (#34, #36), alla dottoressa Nauer (#37) e a Florence Calvin (#52). Il mese è una ricognizione sistematica della geografia sentimentale di Arthur, condotta senza un piano esplicito ma con una costanza che fa sospettare che il diarista, consciamente o meno, stia cercando di mettere ordine nel proprio passato femminile.
Sul piano stilistico, agosto consolida ciò che luglio aveva solo inaugurato. Gli appunti sparsi del trittico #41-#43 sono il primo esperimento sistematico di una prosa sensoriale che rinuncia alla sintassi ordinaria per perseguire una saturazione descrittiva estrema. Il dittico #54-#55 ne è l'estensione più matura: due sparsi consecutivi che applicano la stessa tecnica a due ambienti diversi, l'interno dell'appartamento e l'esterno della strada, ottenendo due versioni dello stesso stato di decomposizione percepita. Le entrate regolari, dal canto loro, sviluppano una prosa più argomentativa e analitica: la #50 su Allison, la #52 sulle amicizie, la #37 sullo specchio, la #40 sui filosofi. Il diario non è più un flusso indifferenziato di cronache e sfoghi: comincia a mostrare una differenziazione funzionale fra registri. Gli sparsi ospitano l'espulsione lirica e sensoriale, le entrate regolari ospitano l'analisi ragionata. La distinzione, che luglio aveva solo abbozzato, in agosto diventa operativa.
In sintesi, agosto 1923 è il mese della saturazione e della rottura. Arthur scrive ventiquattro giorni su ventiquattro prima del silenzio, con una densità che non si ripeterà nella stessa proporzione per molti mesi; produce dodici sparsi e tredici entrate regolari (con l'asterisco della #54 come secondo segmento del ventuno agosto erroneamente numerato); inventaria sistematicamente le proprie figure femminili; descrive per la prima volta il proprio prontuario sociale come strumento archivistico; sperimenta con la prosa sensoriale degli sparsi fino a raggiungere livelli di oscurità volontaria; dedica un'entrata intera ad Allison con un lessico che nessuna altra donna ha ancora ricevuto nel diario; chiude il mese con un'entrata, la #57, in cui la tensione si risolve in lievità pochi istanti prima di un silenzio che durerà quarantadue giorni. Il mese è, per certi versi, la prova che il diario funziona. Arthur riesce a tenerlo quotidiano, a differenziarne i registri, a farne lo strumento di una ricognizione sistematica del proprio passato. Ma è anche la prova che il diario, quando funziona troppo bene, svuota l'autore fino al punto in cui l'unica risposta possibile è smettere. La lievità della #57 non è una guarigione. È l'esaurimento di un uomo che da venticinque giorni scrive per reggere, e che dal ventiquattro agosto in avanti non regge più.
#45 — Il fiorello e Berenice
La #45 cade di lunedì 13 agosto 1923. Arthur scrive alle 09:17 del mattino, un orario presto per un'entrata di riflessione che non accenna a obbligazioni lavorative imminenti. Non c'è trasferta in programma, non c'è fabbrica da raggiungere, non c'è Tinsteel o Barweight da incontrare. Arthur è al suo scrittoio di April Street, con un libro fra le mani e un fiore morto fra le dita.
L'innesco è materiale. Arthur sta sfogliando uno dei propri tomi, "disfatti" e con la carta che "pare più attendere che vivere", e vi trova i resti di un fiore pressato fra le pagine, "ridotto a nervature dalle stagioni". Non sa quando quel fiore è stato messo lì, non sa se sia stato lui a farlo, non sa se il gesto fu intenzionale o casuale. Tre volte "innioro" in apertura, una triplice dichiarazione d'ignoranza che nel registro parkeriano è un modo di dire: il fatto non importa, importa ciò che il fatto produce.
Ciò che il fiorello produce è Berenice.
Il nome compare qui per la prima volta nel corpus diaristico, sebbene le memorie giovanili di Arthur documentino il rapporto con maggiore ampiezza. Berenice Coach[13] fu compagna di classe di Arthur negli anni di Newbrick, quando il diarista aveva tredici o quattordici anni, e il contesto in cui Arthur la introduce nella #45, senza presentazioni, senza coordinate, come se il nome dovesse bastare a se stesso, è coerente con una figura che appartiene a uno strato della memoria anteriore al diario e alla vita adulta a Bolinthos. Arthur non spiega chi sia Berenice per la stessa ragione per cui non spiega chi sia Valerie nelle primissime entrate: queste figure esistono prima della scrittura e il diario le incontra già formate, già cariche di un peso che il lettore è chiamato a ricostruire da altri indizi.
La definizione che Arthur fornisce è calibrata con una precisione che sconfina nel pudore: "ita compagna che forse un poco di cuore m'avea incrinato". "Ita" colloca il rapporto nel passato concluso. "Compagna" indica una relazione, non un'amicizia. "Forse" introduce un dubbio che suona retorico, un modo di sminuire per cortesia un'incrinatura che evidentemente c'è stata. "Un poco di cuore" è il territorio del danno contenuto: non una rottura, non una devastazione, ma una crepa. Nulla, nel lessico della #45, assomiglia alla catastrofe cosmica con cui Arthur parla di Valerie o al rimpianto strutturale con cui tratterà Allison nella #50, cinque giorni dopo. Berenice ha incrinato, non spezzato. E il fiorello è il residuo fisico di quell'incrinatura, sopravvissuto per anni fra le pagine di un libro senza che nessuno lo cercasse, trascinato probabilmente da Newbrick a Bolinthos dentro un tomo che Arthur non ha più riaperto.
Le memorie che Arthur associa a Berenice sono di una vaghezza che lui stesso riconosce e tematizza. "Poco permane, tuttavia, che 'n sia una nuvolosa scenetta d'in tra le panche d'un oratorio o un brandello fugace tra le seggiole d'una carrozza." Due immagini, entrambe di interni, entrambe in transito: le panche di un oratorio e le seggiole di una carrozza. Sono ricordi di ragazzino, frammenti di una Newbrick che Arthur ha lasciato da anni e che nella memoria si è ridotta a scenette senza contorno. Arthur si domanda se gli anni vissuti "senza appigli 'n memoria" siano "rifiuto o deposito", se l'oblio sia un atto volontario o un processo di conservazione passiva. La domanda è fra le più dense del Libro Primo, e il fatto che nasca da una figura remota nel tempo, non da Valerie, non da Allison, le conferisce un peso inatteso. Non è il dolore a farla sorgere, è la distanza.
Il passaggio finale rovescia il rapporto fra soggetto e oggetto. Non è più Arthur che trova il fiore: è il fiore che trova Arthur. Il fiorello ha "la sfacciataggine di voler insegnarmi tutto lo ch'avrei già dovuto". Berenice "tornò com'obbligo di cogito, qual schiaffo vendicativo d'un fiorello deluso". L'inversione è completa: il vegetale secco diventa agente, il ricordo della donna diventa una punizione inflitta dall'oggetto a chi lo ha dimenticato. E la lezione che il fiore pretende di impartire non riguarda Berenice in sé, ma ciò che Arthur non sa fare: "ella non stava 'n ciò che rammento, bensì in lo che non riesco a fare, in lo che manca". Berenice è l'incarnazione di un'assenza di capacità, non di una presenza perduta. Non è ciò che Arthur aveva e non ha più. È ciò che Arthur non è mai stato in grado di fare: custodire, rammentare, dare peso a ciò che non esplode e non devasta ma si limita a incrinare, piano, e poi scivola via.
La chiusa pone una domanda che resta aperta alla data della #45: "s'il tempo che fu fosse vero e reale nella misura 'n cui resiste all'anni, o se resiste soltanto quan continuo ostinato al tentare di rammentarlo". È la questione della memoria come atto creativo o come atto conservativo. Arthur non la risolve qui. Il fiore resta fra le sue dita, ridotto a nervature, e non sappiamo se lo rimette nel libro o lo getta via. Il gesto che segue la riflessione è, come spesso accade in Arthur, il primo che viene omesso.
La #45 va letta nel contesto della settimana che la circonda. L'agosto 1923 è il mese più saturo di presenze femminili del Libro Primo. Nella #33, Arthur attende i passi di qualcuno che non verrà, "avviluppata ne' tuo' dressi fini", in un passaggio rivolto a Valerie con un'intensità che rasenta l'apostrofe. Nella #34 e nella #35, sogni e fantasie producono figure di donne senza nome che popolano l'onirico. Nella #44, lo sparso del giorno prima, tre sagome femminili "baltano a tre di volta" nel pensiero di Arthur, ciascuna con le proprie caratteristiche e il proprio modo di ferire: l'"immonda ch'ancor bramo", la "inniora" che il cuore di Arthur sa essere stata la scelta migliore, e "la che 'n coda" che lo conosce come nessuna prima. Nella #49, quattro giorni dopo, Arthur rievoca David Jones e il circolo teatrale, una parentesi maschile e lavorativa. Nella #50, Allison riceve la sua entrata più lunga e più composta.
Berenice non è nessuna delle tre della #44, e in questo sta la sua singolarità. Le tre figure che "baltano" nel pensiero di Arthur sono le presenze attive del suo presente emotivo, quelle che ancora producono conflitto e deseo. Berenice appartiene a un'altra categoria: non è chi ferisce, è chi è scivolata via senza lasciare abbastanza traccia, e il cui ritorno avviene per caso, per un fiore dimenticato in un libro dimenticato. La sua posizione nel corpus è quella della figura più lontana nel tempo e la più vicina alla dissoluzione nella memoria. Valerie brucia, Allison pesa, le tre della #44 si avvicendano. Berenice sfuma. E ciò che sfuma, Arthur lo intuisce nella #45, è ciò che più rischia di perdersi per sempre, proprio perché non ha mai fatto abbastanza rumore per farsi custodire.
Ricostruzione congetturale del periodo #58–#98 (25 agosto – 5 ottobre 1923)
Tratto da: Theodore Brooke, The Quiet Machinery, Vol. I (Hillfoot University Press, 1998)
I. La natura della lacuna
Fra la #57 del 24 agosto 1923, un appunto sparso scritto alle 21:19, e la #99 del 6 ottobre 1923, il corpus presenta un vuoto di quarantuno entrate. È la lacuna più ampia dell'intero Libro Primo. Quarantadue giorni senza una sola entrata regolare, senza un solo sparso reinserito, senza nemmeno uno di quegli scarabocchi frettolosi che Arthur, come documentano le note dell'autore, soleva gettare "sopra qualche brandello di carta d'occasione".
Le ipotesi sulla natura del vuoto sono due, e non si escludono a vicenda. La prima è che Arthur abbia semplicemente smesso di scrivere per cinque settimane. La seconda è che abbia scritto e che il materiale sia andato perduto, distrutto o deliberatamente eliminato. Il corpus offre evidenze a favore di entrambe.
Nel Preambolo, scritto nel giugno 1924, Arthur ammette l'esistenza di periodi in cui "il processo di registrazione delle mie vicissitudini cotidiane mi parea sin utilità, non forniva nemmeno la piccola dose di gratificazione ch'oramai, di contro, mi pervade al pormi allo scrittoio e completare un paragrafo". Aggiunge che "molteplici entrate l'ho recuperate quasi per caso dal cassetto ove celavo ogni deturpato foglietto" e che "vi son state settimane o mesi" di questa inerzia diaristica. Il periodo compreso fra la #57 e la #99 cade in piena estate, nel cuore di quella che Arthur stesso definisce "la deriva psicologica che fin d'inizio anno m'avea costretto a perusare professionisti a riguardo". È plausibile che l'inerzia abbia prevalso.
D'altra parte, nella #926 del gennaio 1926, Arthur riconosce che fra gli sparsi e le entrate del periodo iniziale del diario vi sono "artigliate 'n volto e core ch'ho sovente omesso, più per ozio che per effettiva assenza d'una priorizzazzione". Omesse, non mai scritte. E nella medesima entrata confessa che gli sparsi sono "concepiti 'n la maniera più tortuosa possibile p'evitare d'esser compresi", aggiungendo che tale oscurità è intenzionale. È dunque possibile che parte del materiale delle settimane perdute sia stato scritto in forma di sparso, giudicato troppo diretto o troppo compromettente, e scartato durante le operazioni di riordino che Arthur compie periodicamente. Ciò che non ha superato il vaglio dell'archivista non esiste più per noi.
La mia posizione, che espongo come ipotesi di lavoro e non come certezza, è che il vuoto sia il prodotto di entrambi i fattori: un rallentamento reale della scrittura diaristica, esacerbato dalla condizione psicologica di Arthur in quel periodo, combinato con la perdita o l'eliminazione dei pochi materiali che furono effettivamente prodotti. Il risultato è lo stesso: cinque settimane di silenzio nel punto più vulnerabile del primo anno.
II. Lo stato dell'uomo alla vigilia del silenzio
Per comprendere ciò che il vuoto contiene, occorre esaminare ciò che lo precede e ciò che lo segue.
Le ultime sei entrate prima della lacuna, dalla #52 alla #57, coprono i giorni dal 20 al 24 agosto 1923 e documentano un Arthur in condizione di crescente isolamento emotivo. La #52 è una riflessione sulla facilità con cui Arthur recide i legami umani, innescata da un meriggio trascorso con Florence Calvin. Arthur vi riconosce una "fragilità che mal s'accorda colle convinzioni cui ho fatto appello per lustri" e ammette di non possedere ancora la "disciplina interiore" necessaria per reggere la solitudine che si è costruito. La #53 descrive una giornata di lavoro per la Kryomont nelle fabbriche di Bolinthos, dominata dall'ombra di Valerie che "ricompare qual sagoma persistente" ogni volta che la mente si svuota di occupazioni. La #54 e la #55 sono sparsi di una densità percettiva asfissiante, catalogati da Solbourne come esercizi di "saturazione sensoriale" (Solbourne, 1997). La #56 è un vespro di sconforto esplicito: Arthur scrive di vivere "d'ossimori e contraddizioni" e si chiude con un "Onnò" che nel corpus è formula di resa. La #57, l'ultimo sparso prima del silenzio, è la scena dell'avvistamento, reale o immaginato, di Valerie in un mercato, e si chiude con un'inattesa leggerezza: "ogni battito si fece lieve ancòra".
La sequenza è significativa. Arthur sta attraversando il punto più basso dell'estate 1923: la solitudine è oggettiva, il pensiero di Valerie è ossessivo, la scrittura stessa sta diventando un esercizio di resistenza più che di espressione. La #57, con la sua chiusa inaspettatamente luminosa, potrebbe essere letta come il momento esatto in cui la tensione si è spezzata, nel bene o nel male. Il battito si fa lieve, e poi il silenzio. Come se la leggerezza, anziché annunciare un miglioramento, avesse esaurito le ultime riserve di un uomo che da settimane scriveva per non crollare.
III. Lo stato dell'uomo alla ripresa
La #99, datata 6 ottobre 1923, è la prima entrata dopo il vuoto. Arthur scrive alle 08:26 del mattino, un orario relativamente presto che indica una veglia decisa, non un risveglio casuale. Il tono, tuttavia, è quello di un uomo che non si è mosso da dove lo avevamo lasciato. Parla di "inerzia", di "procrastinazione dimostrati 'n giorni trascorsi", di una "palude vischiosa" che avviluppa ogni gesto. Non c'è nessun riferimento alle settimane precedenti, nessun commento sulla propria assenza dal diario, nessuna spiegazione del perché abbia ripreso a scrivere proprio quel giorno. È come se il silenzio non fosse accaduto, o come se Arthur non lo riconoscesse come tale.
La #100, scritta il giorno dopo, è più rivelatrice. Arthur menziona "consolidazioni decenti nell'importanti relazioni lavorative che tanto latitano di recente". La formula è retrospettiva e indica che durante le settimane perdute qualcosa è cambiato sul fronte professionale. Le relazioni lavorative "latitavano", il che suggerisce un periodo di stallo o di assenza dal lavoro, ma ora si stanno ricostituendo. Nella stessa entrata compare per la prima volta il nome di Stewart Barweight, un superiore o referente lavorativo con il quale Arthur intrattiene un "colloquio protratto inutilmente in convenevoli e inutilità".[14] L'apparizione di Barweight è brusca: nessuna presentazione, nessun contesto. Arthur ne parla come di una figura già nota al lettore del diario, il che suggerisce che i primi contatti siano avvenuti durante il periodo non documentato.
La #101, una domenica, mostra Lily presente in April Street: "Lily sogna ancora profondamente, come merita 'n questa domenica". La #102 registra il rientro di Lily a Gersburg e introduce le obbligazioni per la "sede centrale di Polyem" e le "quote di vendita di carburante vegetale", doveri imposti dal signor Barweight. La #103 menziona la "distribuzione dell'ultimi pamphlet della Milkalis Corporation" a Naught Port. Entro una settimana dalla ripresa del diario, Arthur è dunque impegnato in un ventaglio di attività lavorative, fra Polyem, la Milkalis, la Kryomont e le fabbriche delle varie contee, che nel periodo precedente al vuoto non comparivano con questa articolazione. Il quadro impiegatizio è mutato.
IV. Ricostruzione dell'attività lavorativa
Il cambiamento più significativo riguarda il ruolo di Arthur all'interno della struttura di vendita. Prima della lacuna, le entrate del luglio e agosto 1923 mostrano un Arthur che lavora perlopiù in autonomia per la Kryomont, con trasferte nelle fabbriche di Bolinthos e dintorni e contatti sporadici con colleghi e superiori. Il signor Tinsteel è già presente come figura di riferimento, ma Barweight non è mai stato nominato. Dopo la lacuna, Barweight è un superiore operativo che assegna compiti, impone quote di vendita e richiede aggiornamenti. La Kryomont non è più l'unico cliente: si aggiungono la Milkalis Corporation, la Goodhouse Inc e le attività presso Polyem.
La spiegazione più probabile è che durante le settimane perdute sia avvenuta una riorganizzazione interna alla Frontprice Services che ha ridefinito la catena di comando e ampliato il portafoglio dei clienti assegnati ad Arthur. Dalla scheda biografica di Stewart Cauque sappiamo che nel 1923 Cauque fu "convinto da Chester Tinsteel a tentare la sorte in qualità di venditore di servizi presso la Frontprice Services". Non è possibile datare con precisione l'ingresso di Cauque nella Frontprice, ma il fatto che nelle entrate di ottobre Arthur lavori già con una struttura più articolata, che include la figura di Barweight e molteplici clienti, suggerisce che la riorganizzazione sia avvenuta fra settembre e inizio ottobre, ossia nel cuore della lacuna.
Va aggiunto un dettaglio topografico. La #104, dell'11 ottobre, descrive la prima visita documentata di Arthur a Wedgeville, dove incontra la signora Armyn Savin alla fabbrica dell'Activa Corp. Wedgeville diventerà, nei mesi e negli anni successivi, una delle contee più frequentate da Arthur per le obbligazioni inventariali. L'apertura di questo nuovo fronte geografico è coerente con l'ampliamento del mandato lavorativo che ipotizzo sia avvenuto durante la lacuna.
V. Ricostruzione delle dinamiche relazionali
Il Preambolo fornisce un elenco di rapporti che Arthur dichiara di aver modificato nel corso del primo anno di diario: "l'esilio forzato dai rapporti con Allison, con Susan, la demarcazione d'un finito recinto con Samuel e Dalila, sin menzionare l'elisione di Theodore dalle funzioni inerenti". Non è possibile datare con precisione ciascuno di questi eventi, ma la loro collocazione nel Preambolo, all'interno di un ragionamento sul percorso annuale, suggerisce una distribuzione lungo l'intero primo anno piuttosto che una concentrazione in un singolo periodo.
Tuttavia, la condizione emotiva documentata nelle entrate precedenti al vuoto, con la presenza ossessiva di Valerie e la riflessione sulla facilità con cui Arthur recide i legami (#52), rende plausibile che almeno alcune di queste "operazioni chirurgiche" relazionali siano state compiute o avviate durante le settimane perdute. In particolare, la rottura definitiva con Susan Rommer, che la scheda biografica descrive come un "tagliare ogni sorta di comunicazione" avvenuto dopo "una breve relazione piuttosto problematica", potrebbe collocarsi in questo periodo. Nella #49, datata 17 agosto, Arthur ancora "vagheggia" su Susan con un'intensità che suggerisce un rapporto non ancora chiuso. Quando il diario riprende in ottobre, Susan non viene più menzionata fino a molto più avanti nel corpus, il che è coerente con un distacco avvenuto nel frattempo.
Per quanto riguarda Allison, la #50 del 18 agosto 1923 è l'ultima grande riflessione su di lei prima della lacuna, quella in cui Arthur scrive che "l'assenza richieda una sorta d'apprendistato" e che non gli è "mai stato insegnato al solitare 'n una vita 'n cui Allison non figura". L'"esilio forzato" citato nel Preambolo potrebbe essere stato formalizzato, se di formalizzazione si può parlare, proprio nelle settimane successive, quando il peso della solitudine descritto nella #52 e nella #56 ha raggiunto il punto in cui la decisione diventa inevitabile.
Queste rimangono congetture. Il corpus non offre conferme dirette. Le offro come ipotesi di lavoro per chi vorrà, in futuro, incrociare queste date con eventuali materiali epistolari o documenti esterni al diario.
VI. La fondazione della Fox Reprise
Uno degli eventi più rilevanti che con ragionevole certezza si colloca nel periodo della lacuna, o immediatamente a ridosso di essa, è la fondazione del circolo letterario Fox Reprise. La prima menzione esplicita della Fox Reprise nel corpus compare nella seconda metà di ottobre 1923, dove Arthur scrive: "riunione co' la Fox Reprise, soggetto del quale non credo d'aver parlato ancora in queste pagine".[15] La formulazione implica che il circolo esiste già da qualche tempo, abbastanza perché Arthur possa averne taciuto fino a quel punto, ma non tanto da rendere l'omissione clamorosa.
Dalla scheda biografica di Stewart Cauque sappiamo che la Fox Reprise fu fondata "insieme ad Arthur Parker" e che Cauque vi si dedica "agli aspetti più tecnici, materiali e propagandistici del circolo lasciando l'aspetto creativo al collega e socio". Dalla scheda biografica di Florence Calvin sappiamo che ella "contribuisce costantemente dal 1922 al circolo letterario Fox Reprise di cui è membro fondatore". Il 1922 come data di contribuzione di Florence pone un problema cronologico apparente: se Florence contribuisce dal 1922, il circolo esisteva in qualche forma già prima del periodo che stiamo esaminando. La conciliazione più probabile è che la Fox Reprise sia passata attraverso una fase embrionale, forse limitata a incontri informali fra Arthur, Florence e pochi altri, prima di essere formalizzata come circolo strutturato nel settembre o nell'ottobre 1923, in concomitanza con l'ingresso di Stewart Cauque nella Frontprice e con il consolidamento della rete sociale di Arthur.
L'assenza di qualsiasi menzione della Fox Reprise nelle entrate precedenti alla lacuna, dal luglio all'agosto 1923, è coerente con questa ricostruzione: fino ad agosto il circolo è un progetto informale che Arthur non ritiene degno di cronaca, e la formalizzazione avviene durante il vuoto.
VII. Il passaggio stagionale
Un elemento che non va trascurato, per quanto apparentemente banale, è il cambiamento di stagione. La #57 cade il 24 agosto, nel pieno dell'estate. La #99 cade il 6 ottobre, in autunno inoltrato. Arthur attraversa il vuoto passando dal caldo di Bolinthos, descritto nella #53 come "greve e vischioso", al "primo fresco inusuale del fine stagione" che comparirà nella #103. Il corpus è sensibile ai cambiamenti meteorologici: Arthur vi dedica attenzione costante, e il passaggio dall'estate all'autunno è, nel suo sistema metaforico, un passaggio dal tormento alla chiarezza, dall'oppressione alla malinconia. Nella #103 scriverà che "l'impellente autunno spennella ogniddì qualche sbuffo in più di crepuscolarismo e ovatta. E ne son ghiotto". L'autunno, per Arthur, è la stagione della scrittura, della solitudine produttiva, del ripiegamento che non è ancora disperazione. È possibile che la ripresa del diario in ottobre non sia casuale, ma sia legata al ritorno di una stagione che Arthur associa alla capacità di scrivere.
VIII. Ciò che resta
Di quarantadue giorni non abbiamo nulla. Nessun foglio, nessun brandello, nessuno degli "scarabocchi d'alma" che Arthur dichiara di produrre compulsivamente. Il vuoto è totale e, per un diarista che nel Preambolo si vanta di non aver "mai mancato un singolo dì", è una contraddizione che merita di essere presa sul serio. O Arthur mente nel Preambolo, e i giorni mancati sono più di quelli che ammette, il che è possibile ma non dimostrabile; oppure il materiale esisteva e non è sopravvissuto, il che è altrettanto possibile e altrettanto indimostrabile.
Ciò che possiamo affermare con ragionevole sicurezza è il seguente. Durante le settimane perdute, Arthur ha continuato a vivere la sua vita a Lylcoin e nelle contee circostanti. Ha mantenuto il rapporto con Lily, che nella #101 è presente in April Street senza che la cosa venga trattata come una novità. Ha continuato a lavorare, sebbene probabilmente con una frequenza e un'intensità ridotte, dato il riferimento della #100 a "relazioni lavorative che tanto latitano di recente". Ha assistito, o partecipato, a una riorganizzazione del proprio ruolo nella Frontprice che lo ha portato sotto la supervisione di Barweight e gli ha assegnato nuovi clienti e nuovi territori. Ha probabilmente compiuto alcune delle operazioni di distacco relazionale che il Preambolo documenta in forma retrospettiva. Ha contribuito, in forma ancora da chiarire, alla formalizzazione della Fox Reprise come circolo letterario strutturato.
Ciò che non possiamo affermare, e che onestamente dichiaro come lacuna della mia ricostruzione, è come Arthur abbia attraversato queste settimane dal punto di vista emotivo. Le entrate precedenti al vuoto documentano un uomo al limite. Le entrate successive lo mostrano in una condizione non dissimile ma con un orientamento leggermente diverso: la "palude vischiosa" della #99 è stagnazione, non caduta. Arthur non è precipitato ulteriormente; si è fermato. E dalla stasi, lentamente, ha ricominciato a scrivere. Il primo battito dopo il silenzio è fiacco, incerto, privo della forza propulsiva che aveva la #1 del 30 giugno. Ma è un battito.
Il resto, per ora, appartiene al vuoto.
Ottobre 1923 è il primo mese del Libro Primo in cui la cronaca lavorativa prevale sulla scrittura introspettiva, e il primo in cui Arthur Parker appare come un uomo inserito in una struttura professionale con nomi, gerarchie e obbligazioni precise. Le entrate coprono i giorni dal sei al ventisette del mese, dalla #99 alla #120, per un totale di ventidue testi in ventidue giorni consecutivi. I primi cinque giorni di ottobre sono perduti nella lacuna estiva #58-#98, che si chiude il cinque del mese; gli ultimi quattro giorni sono inghiottiti dalla lacuna successiva #121-#164, che si aprirà il ventotto ottobre e si estenderà fino al dieci dicembre. Il mese è dunque un corridoio di ventidue giorni stretto fra due vuoti, e la sua natura di ripresa dopo un silenzio e di preludio a un altro silenzio ne determina il carattere.
Il dato strutturale che salta all'occhio è la quasi totale assenza di appunti sparsi. Delle ventidue entrate, solo le ultime due portano la dicitura "appunti sparsi": la #119 del ventisei ottobre e la #120 del ventisette. Le restanti venti sono tutte entrate regolari, molte delle quali dotate di segmenti multipli all'interno della stessa giornata. La proporzione è invertita rispetto all'agosto precedente, dove dodici entrate su venticinque erano sparsi. Il sottogenere lirico che agosto aveva consolidato come pratica stabile è qui ridotto al minimo, confinato nelle ultime due giornate come segnale di un ritiro dalla cronaca che prelude alla lacuna. Arthur scrive molto, ma scrive soprattutto di lavoro, di spostamenti, di incontri professionali. Lo scarico mentale che gli sparsi gestivano in agosto è sospeso per quasi tutto il mese, e quando ricompare, alla fine, è il segno che il registro cronachistico non regge più.
La #99 del sei ottobre è la prima entrata dopo quarantadue giorni di silenzio. Arthur scrive alle 08:26 del mattino, un orario relativamente presto che indica una veglia decisa. Il tono, tuttavia, non è quello di un uomo rinato: è quello di un uomo che si ritrova esattamente dove si era interrotto. Parla di "inerzia e procrastinazione", di una "palude vischiosa" che "si tesse 'n una rete d'inanimità", di un "vortice senza fine apparente" che lo seduce "dal conforto dell'inconcretezza immediata delle conseguenze". Non c'è nessun riferimento alle settimane precedenti, nessun commento sulla propria assenza dal diario, nessuna spiegazione del perché abbia ripreso proprio quel giorno. È come se il silenzio non fosse accaduto, o come se Arthur non lo riconoscesse come tale. La #99 è un'entrata di stasi, non di ripresa: il diarista constata di essere dove era, ammette di non riuscire a muoversi, e chiude con l'ipotesi che forse la sua "natura" sia proprio questa: "instabile, inaffidabile". O forse, aggiunge con una lucidità che sconfina nella pietà per se stesso, "tale è solo la litania che l'unta palude mi sussurra incessantemente".
La #100 del sette ottobre è più rivelatrice. Arthur ammette di aver "cimentato consolidazioni decenti nell'importanti relazioni lavorative che tanto latitano di recente". La formula è retrospettiva e indica che durante le settimane perdute qualcosa è cambiato sul fronte professionale. Le relazioni lavorative "latitavano", il che suggerisce un periodo di stallo, ma ora si stanno ricostituendo. Nella stessa entrata compare per la prima volta il nome di Stewart Barweight, presentato come un colloquio "protratto inutilmente in convenevoli e inutilità" dal quale sono emerse "nove notizie sull'imminenti celebrazioni natalizie". L'apparizione di Barweight è brusca: nessuna introduzione, nessun contesto. Arthur ne parla come di una figura già nota, il che suggerisce che i primi contatti siano avvenuti durante il vuoto.[16]
La #101 dell'otto ottobre è una domenica. Arthur scrive alle 08:22 in una Lylcoin "cheta" e "tersa", e Lily è in casa: "Lily sogna ancora profondamente, come merita 'n questa domenica." La formula indica che la figlia è arrivata la sera precedente e che il sabato è stato lungo per entrambi. L'entrata è composta, breve, e si chiude su una citazione fra virgolette, "Ciò che facciamo oggi riflette chi vogliamo essere domani", che Arthur non attribuisce a nessuno e che potrebbe essere autoprodotta o tratta da una delle sue letture. È uno dei rari casi nel primo Libro in cui Arthur cita un aforisma in forma chiusa, come un motto da appendere al muro.
La #102 del nove ottobre registra il rientro di Lily a Gersburg e introduce il ventaglio di obbligazioni lavorative che da questo punto in avanti dominerà il mese. Arthur menziona la "sede centrale di Polyem", le "quote di vendita di carburante vegetale", e il fatto che tutto ciò è "imposta dal signor Barweight". In un solo paragrafo, il diario si popola di nomi e di gerarchie: Polyem come cliente, il carburante vegetale come prodotto, Barweight come autorità che assegna i compiti. L'entrata ha un secondo segmento scritto alle 17:23 che rappresenta il primo vero sfogo del mese: Arthur si ritrova "impantanato nell'inerzia della sottovalutazione", incapace di distinguere fra le "candele" che sa di avere dentro di sé e il "buio" che le circonda. La chiusa è un imperativo rivolto a se stesso: "Spèngiti, a volte, perfido me, spèngiti e concedimi talvolta lo che van vivendo l'altri che mi scorron per strada." Il dualismo fra la determinazione lavorativa della mattina e lo sprofondamento della sera è un meccanismo che ottobre ripeterà più volte, e che va registrato come la cifra emotiva del mese: Arthur funziona di giorno e crolla di sera.
La #103 del dieci ottobre è una giornata di lavoro a Naught Port per la distribuzione dei pamphlet della Milkalis Corporation. Arthur menziona la possibilità di incontrare il signor Tinsteel e descrive le commissioni svolte a Orread e Threeks, due paesini fuori Naught Port. Un secondo segmento delle 20:22 aggiunge i dettagli del rientro: un viaggio in carrozza di tre ore nei "primi freschi inusuali del fine stagione" e la delusione per un "libercolo" letto in viaggio il cui contenuto si è rivelato "insensato". È il primo dei tanti resoconti di trasferimento che il mese produrrà in quantità: Arthur si muove fra contee con una frequenza che il Libro Primo non aveva ancora documentato con questa precisione.
La #104 dell'undici ottobre è l'entrata in cui la cronaca professionale comincia a diventare ritrattistica. Il primo segmento, scritto alle 06:31, menziona un appuntamento a Wedgeville con la signora Armyn Savin, "che ha già espresso chiaramente le sue opinioni negative riguardo i nostri carburanti a freddo". Il secondo segmento delle 16:43 fornisce il ritratto: Savin è "una donna ancora attraente nonostante i segni di torno l'occhi per le levate prima dell'alba", con "una criniera nocciola liscia e luminosa" e "uno sguardo 'ncor sveglio e propositivo". Arthur le dedica uno dei passaggi più cordiali del mese, registrando che la capomacchine gli ha "sciorinato della figlia Charlotte, del matrimonio ormai finito, della recente promozione" e gli ha confessato "alcuni timori ed eccitazioni". La formula conclusiva è significativa: "consolidare ulteriormente tale rapporto con lei debba salire di priorità nella mia lista pro potenziali e, finora, imprevedibili sviluppi". Il "potenziali sviluppi" è lasciato volutamente ambiguo: professionali, personali, o entrambi. Nella stessa giornata Arthur menziona per la prima volta Ray, il suo supervisore alla Kryomont, separato gerarchicamente da Barweight, il che conferma che la struttura di comando è articolata su più livelli. La frase "Nessuna notizia di Barweight per ora. Strano." rivela la dipendenza quotidiana dalla comunicazione con il superiore.
La #105 del dodici ottobre è la giornata di Augustine. Il primo segmento menziona la bettola del gioco, il tabacco mediocre, una "narcolessia odierna", e un viaggio in convoglio fino alla contea di Augustine con tappe a Glasspool, Little Castle, Henchester. È qui che il signor Tinsteel riceve la sua prima descrizione fisica nel corpus: "un omone robusto, aggrappato a qualche anno prima del quarantesimo, dallo sguardo buono e permeato da un'energia antitetica e improvvisa che spiazza quasi quanto l'interminabile pazienza 'n ogni garbuglio che gl'ho visto masticare". Il ritratto è affettuoso e professionale: Tinsteel è un superiore che Arthur ammira e di cui apprezza la pazienza e l'energia. Nello stesso segmento compare la signorina Sarah Handlesack, venditrice di un'azienda concorrente, incontrata "per la seconda volta del mese corrente" alla fabbrica di Augustine: una donna di qualche anno più giovane di Arthur, con "i capelli corvini e la corporatura scultorea" che "la stagliano perennemente tra le folle". La descrizione è fisica e ammirata, e il tono è diverso da quello riservato alla signora Savin: più diretto, meno diplomatico. In chiusura, una frase che merita attenzione: "Peraltro, quasi scioccamente, sto omettendo da queste vanvere, le mie personali digressioni di contorno, che, per quanto embrionalmente, stanno gemmando 'n un perfetto equilibrio d'ottimismo e speme." Arthur ammette di stare omettendo dal diario qualcosa di personale che lo rende ottimista, e lo ammette nel momento stesso in cui ha appena descritto due donne con una cura insolita.
La #106 del tredici ottobre è una giornata densa. Al mattino, Arthur racconta l'acquisto di una sveglia a doppia campana, una sveglia che tornerà più volte nelle entrate successive come co-protagonista delle sue mattinate. Menziona il signor Ian Breadrunner, capomacchine di Alveynn, dall’"indelebile sorriso fanciullesco" e dalla "inflessibile esigenza". Ma la parte più importante dell'entrata è il secondo segmento delle 17:22, dove Arthur registra il ritorno di Ada. "Ho recuperato Ada, la fedele domestica che m'ha compagnato lungo vari mesi, fors'ormai anni, a rimuginarci appena." Segue la prima descrizione estesa di Ada nel corpus: "una signora di mezz'età, consumata dai fumi chimici delle detergenze ma con barlumi sognanti ancora tintinnanti tra l'iridi appena grigie. Il costume gentile, l'arguzia educata e la corporatura sana la rendono ancora causa di teste roteanti pelle straduzze di Lylcoin." Il ritratto è sorprendentemente fisico e caloroso, e il dettaglio delle "teste roteanti" attribuisce alla domestica un fascino che Arthur registra con una naturalezza da cronista. Nella stessa giornata, Arthur annota una pausa mattutina con Ada fra "un biscotto al burro e un caffé appena bruciato", durante la quale la domestica gli consiglia di "non sperperare sì tanto tempo sul quotidiano ma di scriver delle vicende oltre l'ordinario". Arthur risponde spiegandole "la differenza tra diario e romanzo, tra biografia e sfogo, tra 'l dentro e 'l fuori". È uno dei rarissimi momenti nel Libro Primo in cui Arthur discute il proprio diario con qualcuno che non sia la dottoressa Nauer, e la risposta che offre ad Ada è, a tutti gli effetti, una dichiarazione di poetica: il diario non è il romanzo, il quotidiano è la sua materia propria.[17]
La #107 del quattordici ottobre registra incubi ricorrenti di cui Arthur "riesce a richiamar solo nebulosi frammenti", e un viaggio a Greenrice in una giornata che "parrà come due giorni 'n uno". Il dato più interessante è contenuto nel secondo segmento delle 12:34, scritto in transito fra Greenrice e Whogburg: Arthur ha investito "una moneta d'argento nella stampa e distribuzione delle locandine del mio pamphlet mensile" e le ha fatte tappezzare "migliaia di muricciòli in regione". Il pamphlet è un prodotto autoriale che Arthur pubblica mensilmente e di cui il corpus non aveva ancora chiarito la portata. La formula "a metà tra 'l gioco e la crescente fiducia che appongo nelle mie capacità di costanza" indica che si tratta di un'iniziativa personale, non imposta dal lavoro, collocata in un territorio di confine fra l'ambizione letteraria e la sperimentazione. Il dato va registrato come una delle componenti del sistema produttivo di Arthur accanto al diario, agli sparsi, ai tabulati e al prontuario sociale.
La #108 del quindici ottobre è una domenica lavorativa a Neckwood, nella contea di Bolinthos, per il supporto inventariale alla fabbrica della signora Reen. Arthur menziona la conclusione della "prima monografia sui decotti mediorientali di Hordeum", un'opera saggistica che il corpus non aveva ancora nominato e che conferma l'ampiezza degli interessi autoriali del diarista. L'entrata si chiude con una formulazione che merita attenzione: "solo per solo per molto del dì, ma non giunge un sol secondo di silenzio da innumerevoli natali". Il "silenzio" che non giunge non è esterno ma interno: il dialogo mentale è incessante, e Arthur lo vive come una condizione cronica che precede il diario di molti anni.
La #109 del sedici ottobre è l'entrata più lunga e più stratificata del mese. Si apre con un'esclamazione che interrompe bruscamente il registro cronachistico: "Ah, il sedici ottobre. Quante pagine, quante vite, quanto ancora v'è da dirvi riguardo. Quant'ancor brucia l'inchiostro che me lo ricorda. Anch'ora. Quattordici anni dopo." La data del sedici ottobre è evidentemente legata a un evento della vita di Arthur collocabile intorno al 1909, cioè quattordici anni prima, ma il diarista non rivela cosa sia accaduto in quella data. Si limita a dichiararne il peso, poi tronca: "Ma sto sparlando."[18] L'entrata prosegue con il resoconto di una domenica lavorativa a Neckwood, dove Arthur lavora con Claudette e il signor Tinsteel, e dove "Stewart" viene menzionato per la prima volta come membro della squadra operativa. Arthur registra il suo "compiacermi silente del saper ancora gestire i subordinati" e menziona la signora Reen come "superlativamente disponibile e cordiale". Il pomeriggio è dedicato alla "rispolveratura del mio ludòfono", strumento musicale che Arthur possiede e che ritornerà nel corpus in varie occasioni. La parte finale dell'entrata è una riflessione sul senso del diario che merita di essere citata con cura: "Frammenti vacui e volgari come questi mi spingon a dimandarmi l'utilità, il senso e la direzione delle memorie che trascrivo su queste cartacce", seguita dalla tentazione di "limitar le mie mire letterarie alle novelle, alla saggistica e al filosofeggiare contradditorio dell'altri mie' quaderni". Arthur considera l'ipotesi di abbandonare il diario in favore di generi più nobili, poi la respinge: "è nel nulla e nella cronaca insipida che dissotterro scopi ed epifanie". La chiusa nomina la dottoressa Nauer per nome proprio, "come pure Camille autorevolmente mi consigliò, centodieci giorni addietro". Il calcolo, centodieci giorni prima del sedici ottobre, colloca il consiglio di Nauer alla fine di giugno 1923, cioè nei giorni immediatamente precedenti o coincidenti con l'inizio del diario. Arthur sta dichiarando che il consiglio fondativo della dottoressa risale a circa centodieci giorni prima, e il dato è coerente con la cronologia della #1.
La #110 del diciassette ottobre registra il primo camino acceso della stagione ("spifferi inusualmente vendicativi") e un viaggio a Closewall per incontrare Hilary Swift, "la giovanissima capomacchine del posto". Arthur menziona che il signor Tinsteel ha "acquisito nuovi clienti" e che nel pomeriggio toccherà a lui introdurli. La fiducia di Tinsteel "è appagante, crescente ma, spesso, estenuante".
La #111 del diciotto ottobre è l'entrata in cui il meccanismo del crollo serale emerge con maggior chiarezza. Arthur descrive "l'ieri" come un giorno "di spirali decrescenti di risultati, motivazione, energia e umore" e registra di essersi arreso al sonno "ben prima dell'ora di pranzo" al The Wayne, un ostello nella periferia di Lylcoin, per poi "meriggiare nel posporre molte obbligazioni più che importanti lasciando annegare il senso di colpa fra il Berbèris e 'l gioco d'azzardo". L'ammissione è notevole per il grado di precisione con cui Arthur descrive la propria autodistruzione: il Berbèris (liquore), il gioco, l'ignorare l'agenda, il "maltrattarmi insensatamente". La spiegazione che Arthur offre è meccanica: "Forse ho stretto troppo il cappio al collo del mastino nell'ultimo periodo e oramai l'abbaiar furioso che a brillii m'arrivava la sera necessitava anche uno sfogo più animale, più istintivo, più volgare." L'immagine del mastino tenuto al guinzaglio troppo stretto è una delle più efficaci del mese e anticipa il meccanismo che la #165 di dicembre qualificherà come "stakanovismo estremo": Arthur ha lavorato tanto da soffocare la propria interiorità, e quando il soffocamento non regge più, il cedimento assume forme primitive. La mattina seguente, tuttavia, "fra i carburanti e gli scarichi gelidi, la cagnara spiccia di Claudette, Stewart e 'l signor Tinsteel", il profilo scavato riprende colore. Il mese oscilla fra questi due poli con una regolarità che non è casuale.
La #112 del diciannove ottobre è il resoconto più dettagliato di un intervento notturno alla fabbrica di Chesterville, preceduto da una descrizione topografica del borgo che è fra le più estese del Libro Primo. Chesterville "giace 'n una quiete surreale", è "adagiata su una grande pianura spennellata di nebbioline mistiche", è "dimora di molti magnati della regione, ereditieri e proprietari terrieri". Arthur registra la difficoltà del tragitto notturno, la "scarsissima visibilità" delle strade senza lanterne, e la "cagnara spiccia" del lavoro con Claudette, Stewart e Tinsteel alla fabbrica di Naught Port il giorno seguente. La chiusa è indicativa: "l'ultime giornate m'han dato modo d'apprezzare la fatica fisica al di là delle mie previsioni, riuscendo casi senza anelo o sforzo a posporre impellenti questioni introspettive che dovrei affrontare fra diari, monologhi e i dondoli di Camille". Arthur ammette esplicitamente che la fatica fisica gli serve per non pensare, e che le "questioni introspettive" che dovrebbe affrontare sono state postposte grazie all'esaurimento del corpo. È il meccanismo che nella #165 di dicembre riceverà il nome di "stakanovismo estremo", e qui lo vediamo in azione, descritto dall'interno, senza ancora il nome.
La #113 del venti ottobre è un venerdì dominato dalla pioggia. Arthur registra un incontro con "Andrew e Victoria, colleghi più esperti della mia compagnia", poi si dirige alla Crosspath Factory di Craneville per una prova operativa richiesta dalla Goodhouse Inc., nuovo cliente acquisito dal signor Tinsteel. La sera, Lily lo raggiunge: "M'ha raggiunto Lily qualche ora fa e spenderemo l'ultimi giorni della settimana tentando d'allietare le fatiche appena trascorse, lei fra i libri, io fra l'impegni lavorativi." L'entrata si chiude con una riflessione sulla "poliedricità dell'incombenze" che sta "lentamente affilando molte caratteristiche che 'n anni addietro ho completamente ignorato, fra la timidezza e la pigrizia". Arthur riconosce che il lavoro lo sta cambiando, affinando competenze sociali che prima non possedeva, ma aggiunge immediatamente che "vi sono 'ncora talmente tante scale da frontare" e che oscilla "imprevedibilmente veloce fra l'ambizione e lo sconforto".
La #114 del ventuno ottobre è un sabato con Lily, scritto in due segmenti. Il primo registra un riposo ininterrotto, il che è insolito per un uomo che si desta abitualmente fra le quattro e le cinque del mattino. Arthur menziona la preoccupazione per la "mancanza di lettere di Juliet: sono due settimane che non ho sue nuove e, per quanto Brickston sia distante molte contee, i nostri colloqui epistolari non impiegano più di due giorni". È la prima menzione di Juliet nel mese e stabilisce un rapporto epistolare regolare fra i due che il silenzio improvviso sta incrinando. Il secondo segmento delle 16:57 è il più dettagliato del mese in materia di sistema documentario. Arthur descrive la propria procedura di contabilità: "tengo un registro da poco più d'un anno 'n cui solito elencare ogni acquisto, spesa o credito", aggiorna il registro ogni due giorni sulla base degli appunti presi "su qualche foglio o sul mio blocco di note tascabile", e "rivaluto i bilanci e le previsioni seguenti". Il registro contabile è dunque un'altra componente del sistema archivistico, separata dal diario, dagli sparsi e dal prontuario sociale. Nello stesso segmento, Arthur menziona una nota su Claudette che ha dimenticato un'autorizzazione per operare a Wedgeville, e si dichiara preoccupato per il mancato seguito da parte del signor Tinsteel. La chiusa è domestica e ironica: il grammofono di Lily "in balìa della noia" invade le stanze e Arthur è "costretto a scansare questa parentesi alquanto soddisfacente".
La #115 del ventidue ottobre è una domenica in cui Arthur e Lily dedicano la giornata a "ricerche saggistiche" di natura ludica e a un pasto alla taverna di Lylcoin con Florence e Bertha, "rispettivamente l'alchimista del Moore Shop e l'apprendista filatrice". Arthur ha "molte questioni da sottoporre a Florence, contributo essenziale dell'avvenimenti dell'ultimi anni di cui parlo nell'altri diari", il che conferma che Florence Calvin è una figura di riferimento non solo emotivo ma anche intellettuale. La menzione degli "altri diari" e dei "sieri sperimentali che al momento giaciono dormiti sulle mensole" suggerisce un'attività parallela al diario, di natura saggistica o scientifica, che Arthur condivide con Florence. L'entrata menziona anche un progetto di "breve spedizione introduttiva" con Florence e Bertha verso una meta non definita, e l'idea di coinvolgere Juliet, i cui "obblighi carrieristici la incatenano alla regione accanto ancora per molto".
La #116 del ventitré ottobre è il resoconto di una giornata di lavoro dalla mattina alla sera. Arthur lavora con il signor Tinsteel, Claudette e Stewart alla fabbrica di Mawl Street a Bolinthos, poi a Closewall, poi a Blackhandburg nella contea di Naught Port, dove è raggiunto da Andrew Hankle e Vincent McNear. La sequenza di nomi, luoghi e operazioni è la più densa del mese. Arthur menziona Rose, la capomacchine di Mawl Street, e la signora Swift di Closewall, entrambe soddisfatte. Stewart è costretto ad abbandonare la squadra per le sue "consuete sessioni di addestramento elettrico", parentesi che Arthur si ripromette di approfondire altrove. La chiusa è una dichiarazione di stanchezza: "percepisco una debolezza atipica e scontornata, alla quale devo arrendermi per comprenderla davvero".
La #117 del ventiquattro ottobre si apre con un'emicrania da eccesso di alcolici e si divide in due segmenti. Il primo è breve: Arthur si prepara alle "obbligazioni davvero importanti" della giornata tentando di "monologar motivazionalmente coll'omino d'affari che son solito portar a spasso con la mia borsa di scartoffie". L'immagine è ironica e rivela un'autoconsapevolezza che il tono industrioso del mese tendeva a mascherare. Il secondo segmento delle 20:32 è la riflessione più articolata del mese: Arthur si interroga sul "senso del tempo perduto", sull'incapacità di "distinguer progresso da stagnazione", sul "silenzio corrosivo del non riuscire a non pensare". La formula "vi è un ossimorico senso di colpa nell'accettare la nostalgia, la mancanza e l'impotenza fronte le mie brame" è la prima ammissione esplicita nel mese di un dolore che il registro lavorativo aveva tenuto sotterraneo. E la domanda finale, "Solitanze, canoscenza, briciole di cagione; son esse l'elmo fronte la salva spietata de lor strali?", introduce un registro arcaizzante e poetico che le entrate precedenti del mese non avevano mostrato. Arthur sta cominciando a tornare verso l'interno.
La #118 del venticinque ottobre è un'entrata di transizione. Arthur descrive una buona notte di sonno, un inizio di giornata "nel petrolio offuscato d'una Lylcoin che mi ignorava ancora", e una mezza giornata di lavoro con Claudette e Tinsteel che si sono mostrati "comprensivi verso la mia odierna prestanza mediocre". Il pomeriggio lo porta a Knighthill, alla Crosspath Factory, dove un'emergenza lo costringe a rimandare i discorsi preparati. La chiusa è il passaggio più significativo: "qui ho ritrovato quell'Arthur Parker che'n tanti bicchieri ho cercato e affogato ieri, qui ho ritrovato quel sorridente arrangiarsi tra un'epifania e un errore in apparenza imperdonabile". Il dualismo fra l'Arthur cercato nei bicchieri e l'Arthur ritrovato alla scrivania è la formulazione più limpida del meccanismo che ha governato il mese: il lavoro come terapia e l'alcol come sabotaggio, con il diario come luogo dove entrambi vengono registrati senza gerarchie morali.
La #119 del ventisei ottobre è il primo sparso del mese, scritto alle 22:02 della sera. Dopo venti entrate di cronaca operativa, il registro cambia bruscamente. Arthur descrive un paesaggio di disfacimento materiale: "grigioruggine" tra le unghie, "zolle che 'n teneano piute", "calve d'un rigoglio finito", "gromme che si pigliavano a vicenda", "chiodi d'osso su vetrame". Il vocabolario e la tecnica sono gli stessi degli sparsi di agosto, ma il contrasto con le entrate precedenti del mese è violento. Per venti giorni Arthur ha scritto di fabbriche, viaggi, clienti, colleghi; ora scrive di crepe, ruggine, fango e pietra cotta. Il passaggio dalla cronaca allo sparso è il segnale di un ritiro dalla superficie che il mese aveva tenuto ordinata. Ciò che gli sparsi di agosto facevano in modo continuativo, mescolandosi alle entrate regolari, qui viene concentrato nelle ultime quarantotto ore prima del silenzio, come un'eruzione tardiva di materiale che era stato tenuto sotto pressione.
La #120 del ventisette ottobre, l'ultima entrata prima della lacuna, è uno sparso onirico scritto alle 09:12 del mattino. Arthur descrive un "vagheggio onirico" in cui una figura femminile muove "l'àere co' diti, due o tre, ma mai insieme", con un gesto che "non chiedea compagnia, solo ripetizione", come chi "tastasse un ricordo nel vuoto". La donna compie un atto di chiusura: si piega, si rimpiccolisce "attorno a un centro che io non vedea", "come chi sigilla ciò che non si scrisse mai". Arthur la osserva "muto senz'obbligo, co' piedi che non chiedean partenza", e la chiusa è fra le più disperate del mese: "se qualcosa si chiuse, fu forse ciò ch'io non fui più in grado d'aprire". La figura non viene nominata, ma il gesto di sigillare qualcosa che non è mai stato scritto è leggibile come una metafora della relazione con Valerie: la chiusura di un capitolo che non ha mai avuto il suo testo esplicito. Come nella #57 di agosto, l'ultima entrata prima del silenzio produce un'apparizione femminile che simultaneamente si mostra e si revoca. E come in agosto, il diario tace subito dopo.
Sul piano lavorativo, ottobre 1923 è il mese che stabilisce la mappa professionale del Libro Primo. Arthur lavora per la Frontprice Services come venditore e coordinatore operativo, sotto la doppia gerarchia di Ray (supervisore Kryomont) e Stewart Barweight (supervisore di livello superiore che assegna le quote e richiede aggiornamenti). Il signor Chester Tinsteel è il referente operativo diretto, presente fisicamente nelle trasferte, e Arthur lo descrive con un'ammirazione che non concede a nessun altro collega. La squadra operativa include Claudette Blotte, Stewart Cauque (qui alle prime armi), Andrew Hankle e Vincent McNear. I clienti principali sono la Kryomont, la Milkalis Corporation, la Goodhouse Inc., la Landscape Corp. e l'Activa Corp. Le contee toccate nel mese sono Bolinthos, Wedgeville, Augustine, Greenrice, Naught Port, e una dozzina di borghi e stabilimenti specifici. Il dato è rilevante perché a settembre il corpus non documenta nulla, e ad agosto la struttura professionale era ancora rudimentale. Ottobre è il mese in cui tutto si assembla.
Sul piano relazionale, ottobre introduce una novità rispetto ai mesi precedenti: le figure femminili non sono più solo fantasmi del passato ma anche presenze del presente lavorativo. La signora Armyn Savin di Wedgeville, la signorina Sarah Handlesack di Augustine, la signora Reen di Neckwood, Hilary Swift di Closewall, Rose di Mawl Street: sono tutte capomacchine, responsabili, colleghe con cui Arthur interagisce professionalmente e che descrive con un'attenzione al dettaglio fisico che il registro operativo non richiederebbe. A queste si aggiungono le presenze consolidate: Ada con il suo ritorno e la sua prima descrizione estesa, Florence con il pasto alla taverna e i progetti comuni, Lily con il fine settimana, Juliet con l'assenza epistolare che preoccupa. Valerie non viene mai nominata esplicitamente, ma la figura femminile della #120 e le "personali digressioni di contorno" della #105 suggeriscono che il fondo emotivo non è cambiato. La superficie è operativa; sotto la superficie, il mese è ancora dominato dalle stesse questioni che agosto aveva esplorato a cielo aperto.
Due sparsi su ventidue entrate, contro i dodici su venticinque di agosto: il dato è eloquente. Ottobre 1923 è il mese in cui Arthur prova a vivere senza gli sparsi, senza lo scarico lirico, senza il registro sensoriale che gli permetteva di espellere ciò che la cronaca non poteva ospitare. Per venti giorni ci riesce, producendo un diario di lavoro denso, popolato e operoso. Poi, il ventisei e il ventisette, gli sparsi tornano, e ciò che tornano a dire è ciò che venti giorni di fabbriche e carrozze avevano coperto: crepe, ruggine, una donna che sigilla qualcosa nel sogno. Il diario tace il giorno dopo, e il silenzio durerà quarantacinque giorni. La lezione di ottobre, per il cronista, è che la strategia dello stakanovismo funziona come copertura, non come cura. Arthur scrive ventidue giorni su ventidue, tiene in piedi un ventaglio di relazioni professionali, viaggia per mezza regione, gestisce subordinati e superiori. Ma quando la copertura cede, il materiale che stava sotto è lo stesso di agosto, e il crollo è altrettanto verticale.
Ricostruzione congetturale del periodo #121–#164 (28 ottobre – 10 dicembre 1923)
Tratto da: Theodore Brooke, The Quiet Machinery, Vol. I (Hillfoot University Press, 1998)
I. La forma del vuoto
Fra la #120 del 27 ottobre 1923, un appunto sparso scritto alle 09:12, e la #165 dell'11 dicembre 1923, il corpus presenta un vuoto di quarantaquattro entrate. È la seconda lacuna per ampiezza del Libro Primo, dopo quella estiva delle settimane fra la #57 e la #99, e copre un arco di quarantacinque giorni: l'intero mese di novembre 1923 e i primi dieci giorni di dicembre. A differenza della lacuna estiva, però, questa dispone di un esordio esplicito alla ripresa. Arthur, nella #165, non finge che il silenzio non sia avvenuto. Lo riconosce, lo qualifica, e ne indica le cause.
"Avrei dovuto ritornare su queste pagine molto prima, l'ammetto e, nella quiete lucida ch'ormai mi pervade da giorni, me ne vergogno anche appena." L'ammissione è seguita da una diagnosi: non fu "la sgocciolante procrastinazione tante volte già esorcizzata" a causare il vuoto, bensì "l'inesorabile spirale discendente di fanghiglia irrazionale" che lo ha "costretto a riconsiderare l'integrità di parecchie colonne di fondamenta". Poche righe dopo, la formula si precisa ulteriormente: Arthur scrive di essere stato "convinto che lo stakanovismo estremo avrebbe potuto domesticar le tempeste emozionali di novembre". Abbiamo dunque, per la prima volta nel corpus, un nome per ciò che il vuoto contiene: le tempeste emozionali di novembre.
II. Ciò che precede il silenzio
Le ultime entrate prima della lacuna documentano un Arthur in condizione ambivalente. L'ottobre 1923 è un mese di ripresa dopo il vuoto estivo: Arthur ha ricominciato a scrivere, ha allargato il ventaglio delle obbligazioni lavorative sotto la supervisione di Barweight, sta costruendo rapporti professionali nuovi nelle contee di Hillfoot. Ma il tono delle entrate, dalla #99 alla #120, oscilla fra la determinazione operativa e lo sprofondamento. La #99 parla di "palude vischiosa" e di "vortice senza fine apparente". La #102 introduce la vendita di carburante vegetale per Polyem, imposta da Barweight, e un tono quasi entusiasta che crolla nel meriggio della stessa giornata ("scaraventan dosso la penombra più appiccicosa e scorbutica possibile"). La #117 contiene una delle riflessioni più crude del mese: "il senso del tempo perduto mi svia dal raziocinio tant'anelato".
Le ultime due entrate, la #119 e la #120, sono entrambe appunti sparsi, e di una densità percettiva che segnala un ritiro dalla cronistoria verso il registro lirico. La #119 è un esercizio di decomposizione materica, un paesaggio di "calve d'un rigoglio finito" e "gromme che si pigliavano a vicenda", dove ogni superficie è in stato di disfacimento. La #120 è un sogno, o un vagheggio onirico come Arthur precisa, centrato su una figura femminile che compie un gesto di chiusura: "sigilla ciò che non si scrisse mai". Arthur la osserva immobile, "muto senz'obbligo", e il frammento si chiude con un'ammissione di irreversibilità: "se qualcosa si chiuse, fu forse ciò ch'io non fui più in grado d'aprire".
La sequenza è indicativa. Come nella lacuna estiva, il silenzio è preceduto da un progressivo ritirarsi della scrittura dal registro cronachistico a quello lirico, dal fatto al simbolo, dalla giornata al sogno. Arthur non smette di scrivere: smette di raccontare. E quando anche il racconto simbolico si esaurisce, resta il vuoto.
III. Le tempeste di novembre: cosa sappiamo
Ciò che sappiamo del novembre 1923 è poco, ma non è nulla. Le fonti sono tre: la #165, che ne parla esplicitamente; le entrate di dicembre, che vi fanno riferimento indirettamente; e il Preambolo del giugno 1924, che colloca nel primo anno di diario una serie di eventi relazionali la cui datazione, per alcuni di essi, è compatibile con questo periodo.
Dalla #165 sappiamo che Arthur ha attraversato "tempeste emozionali" e una "spirale discendente" che lo ha portato a "riconsiderare l'integrità di parecchie colonne di fondamenta". La metafora architettonica, ricorrente nel sistema parkeriano, indica che non si tratta di un singolo evento ma di un processo di erosione: le fondamenta che avevano retto fino a quel punto hanno cominciato a cedere. L'uso del termine "fondamenta" al plurale suggerisce che il cedimento non è stato limitato a un solo ambito della vita di Arthur, ma ha investito contemporaneamente più strutture: il lavoro, le relazioni, il rapporto con la scrittura stessa.
La reazione di Arthur, sempre dalla #165, è stata lo "stakanovismo estremo": un tentativo di soffocare le tempeste emozionali attraverso l'iperattività lavorativa. Lo scrive con il senno del poi, in dicembre, il che significa che la strategia non ha funzionato, o non ha funzionato abbastanza. L'obiettivo era "domesticar" le tempeste, non eliminarle: la scelta lessicale è significativa. Arthur non cercava una cura; cercava un modo di convivere con il danno, tenendolo sotto controllo attraverso l'esaurimento fisico. È un meccanismo che il corpus documenterà ancora in varie occasioni, specie nelle settimane di tabulazione intensiva dove Arthur ammette che la fatica del corpo serve a silenziare il rumore della testa.[19]
IV. L'attività lavorativa durante il vuoto
Se Arthur ha praticato lo stakanovismo durante novembre, ciò implica che non ha smesso di lavorare. Al contrario: ha probabilmente lavorato più del solito. La #165, scritta l'11 dicembre, trova Arthur alla Crosspath di Chesterville alle prime ore del mattino, impegnato a "recuperar l'obiettivi lavorativi ch'ho bellamente trascurato". La formulazione è apparentemente contraddittoria con l'ipotesi dello stakanovismo, ma si risolve se si distingue fra l'attività fisica, la presenza nelle fabbriche, le trasferte, e il lavoro burocratico di compilazione, registrazione e rendicontazione che Arthur tende a rimandare. Lo stakanovismo di novembre era probabilmente fatto di ore nelle contee, di tragitti in carrozza, di tabulazioni completate sul campo, mentre le carte da compilare, i telegrammi da spedire, i registri da aggiornare si accumulavano sul suo scrittoio di April Street. È questo arretrato che Arthur, in dicembre, deve recuperare.
Lo conferma il ritmo delle entrate successive alla ripresa. La #165 copre un'intera giornata con tre inserzioni (08:29, 09:28, 14:00), e la densità operativa non si arresta: la #166 è dedicata a compilazione e registri, la #167 prevede trasferte a Second Saint, Nutterpyne e varie fabbriche del nord-ovest, la #168 include una giornata nella contea di Augustine con quattro fabbriche visitate. Arthur sta recuperando, e il ritmo a cui lo fa indica che il deficit accumulato è consistente.
Dalle entrate di dicembre si possono anche ricostruire alcune tappe lavorative che con ogni probabilità hanno attraversato il periodo di silenzio. La collaborazione con la Milkalis Corporation, menzionata nella #103 di ottobre e nuovamente nella successiva sequenza della #165 e oltre, sembra essere proseguita senza interruzioni. Il rapporto con Barweight, che nelle entrate di ottobre era già consolidato, in dicembre è divenuto più strutturato: nella #171, Arthur deve presentare una "relazione riassuntiva" a Tinsteel e Barweight presso la Crosspath di Chesterville, in quella che descrive come una valutazione formale delle sue "capacità di vendita e affiliazione". Questo livello di formalità suggerisce che durante novembre il rapporto gerarchico sia stato ridefinito, probabilmente in risposta alla riorganizzazione aziendale di cui abbiamo discusso nel saggio sulle settimane estive.[20]
V. La Fox Reprise e la sua formalizzazione
La prima menzione dettagliata della Fox Reprise nel corpus compare nella #168, datata 14 dicembre 1923, nella sezione serale dell'entrata. Arthur la descrive come "un gruppo letterario di recente instaurazione ch'al momento conta cinque membri se comprendo il sottoscritto", ne elenca gli obiettivi ("divulgazione di prose rimate, presentazione d'originali scritti pseudo-classici, intrattenimento musicale") e precisa che la struttura è "embrionale" ma l'ottimismo è presente. La sede è "l'aula riunioni di Dred Street, della periferia di Bolinthos, poco lontano dallo stabilimento della Crosspath Factory".
La formula "di recente instaurazione" è la chiave cronologica. Se il circolo conta cinque membri a metà dicembre ed è "di recente instaurazione", la fondazione formale va collocata con ragionevole sicurezza fra la fine di ottobre e la metà di novembre 1923. Nella #167, due giorni prima della descrizione della Fox Reprise, il signor Tinsteel comunica ad Arthur che "tra un paio di settimane" collaborerà con Stewart in un'attività inventariale a Bolinthos. Sappiamo dalla scheda biografica di Cauque che la Fox Reprise fu fondata "insieme ad Arthur Parker" e che nel 1923 Cauque fu convinto da Tinsteel a entrare nella Frontprice. L'intreccio fra il consolidamento della collaborazione lavorativa con Cauque e la fondazione del circolo letterario è troppo stretto per essere casuale: Arthur e Stewart si sono trovati a lavorare insieme e hanno trasformato la prossimità professionale in un progetto creativo condiviso.
Che questo sia avvenuto durante un periodo di "tempeste emozionali" non è contraddittorio. La Fox Reprise può essere letta come una delle risposte alla crisi, un tentativo di costruire qualcosa di nuovo nel momento in cui le strutture vecchie stavano cedendo. Il fatto che Arthur la presenti nel diario come un progetto al quale crede, con un ottimismo che poche entrate del periodo riescono a esprimere su altri argomenti, rafforza questa lettura.
VI. Lo stato emotivo e la questione di Valerie
La #172, datata 18 dicembre, si apre con un sogno di Valerie: "apparve un arco, un grosso arco d'atavica fattura e di là d'esso, lei, d'eleganza solita in tagli d'abito eccentrici, venia contro me e Lily, con doni che 'n saprei ora descrivere". Il sogno non è esplicitamente datato al periodo del vuoto, ma la sua posizione nel corpus, una settimana dopo la ripresa della scrittura, suggerisce che i sogni su Valerie non siano una novità ma una costante che il ritorno al diario permette finalmente di registrare.
La #166 conferma: Arthur scrive del "sapor agrodolce d'un futuro scritto ma non percorribile, visto ma inesperibile, voluto ma inconquistabile". Il campo semantico è quello del deseo impossibile, non del rimpianto puro. Arthur non sta guardando indietro a ciò che fu; sta soffrendo per ciò che non potrà essere. La distinzione è importante, perché colloca la crisi di novembre non nel registro della nostalgia ma in quello della resa: Arthur sta smettendo di sperare, e lo sta facendo con una lentezza che rende il processo più doloroso di una rottura netta.
Nel Preambolo, scritto sei mesi dopo questo periodo, Arthur menzionerà la propria decisione di "cessare di biasimare l'esteriore, il fato o 'l divino, l'altro e, di contro, osservare lo che da me è stata la reazione e travagliare su essa". Menzionerà anche "l'esilio forzato dai rapporti con Allison, con Susan, la demarcazione d'un finito recinto con Samuel e Dalila". Non è possibile stabilire se queste operazioni siano state compiute durante il vuoto di novembre o se appartengano a una cronologia distribuita lungo tutto il primo anno, ma la crisi di novembre rappresenta il contesto psicologico più plausibile per le decisioni più radicali: è il momento in cui le fondamenta cedono e la ricostruzione diventa inevitabile.
VII. Il ruolo della dottoressa Nauer
La #172 contiene uno dei riferimenti più significativi alla dottoressa Camille Nauer nel contesto del periodo in esame. Arthur, nel tentativo di addormentarsi, scrive: "Per quanto Camille applichi molta pressione sul non biasimar i mie' blocchi creativi o conversazionali, le brughiere echeggianti e aride del nulla da dire mi lassan sempre spiazzato e dondolante". Il rapporto con Camille è presentato come attivo e in corso, il che implica che durante il novembre silenzioso le sedute con la dottoressa siano continuate. Arthur la cita con una familiarità che presuppone incontri recenti, non un contatto remoto.
La pressione di Camille sul "non biasimare i blocchi" è coerente con un periodo in cui Arthur scriveva poco o nulla nel diario. La dottoressa, che nel Preambolo è descritta come colei che per prima gli ha consigliato di tenere un registro quotidiano, avrebbe avuto ragione di occuparsi del silenzio diaristico come sintomo di un regresso. Che Arthur riprenda a scrivere l'11 dicembre, con una determinazione quasi programmatica, e che pochi giorni dopo citi Camille come interlocutrice attiva, rende plausibile che la ripresa sia stata almeno in parte sollecitata dalle sedute terapeutiche.
VIII. Il passaggio stagionale e il ritiro sociale
Come nella lacuna estiva, il vuoto copre un cambio di stagione, questa volta dall'autunno all'inverno. L'ottobre di Arthur, nelle entrate che precedono il silenzio, è già freddo e grigio. Il dicembre in cui riprende è gelido, con nebbie fitte e gelo che "avvolge la contea di Bolinthos". Ma il dato meteorologico conta meno del dato sociale. Nella #165, Arthur nota di non aver scambiato convenevoli con la signora Knowles, la bottegaia del quartiere, "da svariate settimane". Knowles è una delle poche figure del vicinato con cui Arthur mantiene un rapporto di cortesia regolare, e il fatto che anche quel filo si sia interrotto indica un ritiro sociale più ampio della semplice interruzione del diario. Arthur non ha solo smesso di scrivere. Ha smesso di uscire, di parlare, di frequentare le sue solitanze quotidiane. Lo stakanovismo lavorativo, se c'è stato, era un'uscita obbligata, non una socialità scelta.
IX. Il progetto del secondo diario
Un dettaglio della #165 che non va trascurato è la menzione di un secondo diario in gestazione. Arthur scrive: "sto covando un altro diario a proposito, 'ncor più criptico, forse, ma incentrato solo sulle diramazioni introspettive e auto-filosofiche". Non sappiamo se questo secondo diario sia stato effettivamente prodotto, né se sia sopravvissuto. Ciò che sappiamo è che la sua concezione viene attribuita da Arthur ai "mesi precedenti", il che la colloca nel periodo del vuoto o immediatamente prima. L'idea è significativa per due ragioni. La prima: Arthur sente il bisogno di un contenitore per il materiale che il diario corrente non può ospitare, il che conferma che il silenzio non è stato un vuoto di pensiero ma un eccesso di pensiero che non trovava forma adeguata. La seconda: la "cripticità" del secondo diario lo avvicina agli appunti sparsi, ma con un'intenzionalità strutturale che gli sparsi non hanno. Arthur sta progettando, nel cuore della crisi, un archivio parallelo per il proprio caos interiore. Che lo abbia realizzato o meno, il fatto stesso di concepirlo indica che la crisi non era solo distruttiva: stava anche generando nuove esigenze espressive.
X. Ciò che resta
Di quarantacinque giorni abbiamo le seguenti certezze: Arthur ha attraversato una crisi emotiva che lui stesso definisce con precisione lessicale ("tempeste emozionali", "spirale discendente", "fanghiglia irrazionale"). Ha tentato di arginarla con il lavoro fisico nelle fabbriche. Ha probabilmente continuato le sedute con la dottoressa Nauer. Ha partecipato alla fondazione formale della Fox Reprise. Ha accumulato un arretrato burocratico e amministrativo che in dicembre deve recuperare. Ha interrotto i contatti sociali minimi del vicinato. Ha concepito l'idea di un secondo diario.
Abbiamo poi le seguenti congetture ragionevoli: la ristrutturazione del rapporto gerarchico con Barweight si è completata durante questo periodo. Almeno alcune delle operazioni di distacco relazionale menzionate nel Preambolo possono collocarsi qui. Il lavoro con Stewart Cauque si è consolidato, gettando le basi per la collaborazione nella Fox Reprise. I sogni su Valerie, documentati alla ripresa, hanno con ogni probabilità attraversato l'intero periodo.
Abbiamo infine ciò che non sappiamo e che onestamente dichiaro come lacuna non colmabile: la cronologia giorno per giorno, il contenuto specifico delle tempeste emozionali, l'eventuale esistenza di materiale scritto e andato perduto, la ragione precisa per cui il diario riprende l'11 dicembre e non prima o dopo. Il vuoto è parzialmente ricostruibile nei suoi contorni ma non nel suo centro. Le tempeste di novembre rimangono, per il cronista, ciò che sono state per il loro autore: qualcosa che si è attraversato senza riuscire a scriverlo.
Ricostruzione congetturale del periodo #181–#190 (27 dicembre 1923 – 5 gennaio 1924)
Theodore Brooke, The Quiet Machinery, Vol. I (Hillfoot University Press, 1998)
I. Un silenzio differente
Fra la #180 del 26 dicembre 1923, un appunto sparso scritto alle 08:30 del mattino, e la #191 del 6 gennaio 1924, il corpus presenta un vuoto di dieci entrate. È la più breve delle tre lacune del Libro Primo, limitata a undici giorni, ma per due ragioni è la più significativa dal punto di vista dell'intenzione. La prima: Arthur, alla ripresa, non si limita a riconoscere il vuoto, come aveva fatto con parsimonia nella #165 di dicembre, ma dichiara espressamente di non volerlo colmare. La seconda: la ragione che adduce per il silenzio non è la pigrizia, la malattia o l'inerzia, ma una scelta deliberata di omissione, fondata su un principio che formula con chiarezza inequivocabile.
"Non andrò a narrar l'ultime settimane che mancan a questo diario poiché se d'importante 'n effetti qualcosa vi fu, sicuramente rimostrerà il suo aspetto ne' mesi o quissà anni a venire." Fin qui, potrebbe trattarsi di un espediente retorico per giustificare l'ennesima interruzione. Ma la frase successiva chiude ogni margine di ambiguità: "E l'ignorare, come sempre fui ripetendo, allevia, alleggerisce e schiarisce, nel momento 'n cui s'ignora lo che, per quanto si faccia, non andrà mai a cambiare."
Arthur non sta dicendo di non aver nulla da raccontare. Sta dicendo che c'è qualcosa da raccontare, qualcosa che non può essere cambiato, e che sceglie di ignorarlo perché l'ignorare è l'unica strategia che possiede per alleggerirne il peso. Le lacune precedenti, la estiva e la novembrina, potevano essere attribuite a una combinazione di inerzia e crisi. Questa è un atto volontario di cancellazione.
II. Ciò che precede
I giorni che conducono alla lacuna sono fra i più documentati del dicembre 1923, il che rende il contrasto col vuoto ancora più marcato. Arthur è malato dalla #176 (22 dicembre) in avanti: influenza, emicrania, costipazione respiratoria, un fisico che "non rispondeva ai comandi". Il medico lo visita. Ada gli porta frutta e pane. Arthur è confinato fra il letto e la poltrona, "un bozzolo di flanelle sballottato tra divano e letto" come si definisce nella #176. Nonostante la malattia, il calendario festivo lo strappa dall'isolamento. La #178 (24 dicembre) lo trova in preparazione per le celebrazioni natalizie: acquisti dell'ultimo momento alla bottega di Lylcoin, una bottiglia di clante, dolci da portare alla cena di Juliet. La #179 (25 dicembre) è scritta alle 09:37, con le encefalee ancora in corso, prima della partenza per le celebrazioni del giorno: la sera precedente è stata "impeccabile", con Stewart e Juliet presenti. Arthur è diretto a West Sixth, un borgo nei pressi di Gersburg, per un secondo giorno di festeggiamenti.
Poi, la #180. Il giorno dopo Natale, alle otto e trenta del mattino. Un appunto sparso di una desolazione che Solbourne, nella sua nota, ha analizzato con la consueta minuziosità. Il frammento non contiene un solo nome, una sola voce, un solo cenno alla festività appena trascorsa. Arthur si alza su uno scendibotta viscido, afferra qualcosa di caldo che non riesce a bere, si muove in un ambiente che non gli appartiene, fra un "mobilìo d'altri" cinto di rovina e ragnatele.[21] Solbourne nota che "la solitudine dell'entrata non è dichiarata: è inscritta nella sintassi stessa, nell'assenza totale di un tu, di un nome, di una voce" (Solbourne, 2003). L'ultima frase del frammento, "solo il lasciarsi reggere da cosa calda bastava a fingere un principio", è una dichiarazione di non-inizio: l'ultimo giorno scritto del 1923 si chiude con la parola "principio", ma un principio finto, simulato, impossibile.
Dopo questa frase, undici giorni di nulla.
III. Il luogo e la cronologia
Un dettaglio della #180 che merita attenzione è il "mobilìo d'altri". Arthur non si trova nel proprio appartamento di April Street, dove il mobilio è il suo e dove l'ordine minimalista che la #22 descrive con precisione lascia poco spazio all'aracnia e al roviname. L'ambiente della #180 è un luogo estraneo, sporco, trascurato, con una soglia che "non si porge a passo" e una luce che filtra attraverso tessuti logori. Se Arthur è partito per West Sixth il 25 dicembre, come annunciava nella #179, è plausibile che il 26 si trovi ancora nella zona di Gersburg, forse in un alloggio provvisorio, forse presso qualcuno che il frammento si rifiuta di nominare. L'alternativa è che sia rientrato a Lylcoin nella notte e che il "mobilìo d'altri" sia una percezione alienata del proprio ambiente domestico, il che sarebbe coerente con la dissoluzione del soggetto che Solbourne segnala nel frammento. In entrambi i casi, Arthur è in un luogo che non riconosce come proprio, e questo, il giorno dopo Natale, ha un peso che non va sottovalutato.
Per la cronologia dei giorni successivi, disponiamo di un solo dato concreto. Nella #193, scritta l'8 gennaio 1924, Arthur menziona "le lunghe liste dell'ambiziosi arrivi cui mi impegnai qualche settimana fa". Le mire annuali, dunque, sono state scritte durante il vuoto, probabilmente a ridosso del capodanno. Nella stessa entrata Arthur scrive di essersi "concessomi la prima settimana dell'anno per calibrare la bussola", il che indica che i primi cinque o sei giorni di gennaio sono stati dedicati alla pianificazione, non al lavoro nelle fabbriche. La #191 del 6 gennaio conferma: Arthur è in April Street, non ha obbligazioni esterne, riceve Claudette e Ada, lavora su archivi e agende. La ripresa è domestica, non lavorativa.
IV. Ciò che non può essere cambiato
La frase chiave della #191, "lo che, per quanto si faccia, non andrà mai a cambiare", è il centro gravitazionale di questa lacuna. Arthur non sta parlando di lavoro, di salute o di logistica. Sta parlando di qualcosa di irreversibile che è accaduto, o che è stato compreso come irreversibile, durante le undici giornate mancanti.
Il candidato più probabile, alla luce dell'intero primo anno di corpus, è Valerie. Non perché il nome compaia nel vuoto, dove per definizione nulla compare, ma perché il capodanno è una soglia, e le soglie nel sistema parkeriano sono i momenti in cui il pensiero di Valerie diventa più acuto. La #1, scritta il 30 giugno 1923, colloca l'inizio dell'intera impresa diaristica nel contesto di una separazione: "solo adesso, solo il giorno primo di tanti avanti 'n cui converserò meco, comprendo lo che con 'sì poca fatica ho gettato alle ortiche". Il capodanno fra il 1923 e il 1924 segna la fine del primo anno civile senza Valerie, e il passaggio a un secondo anno che consolida l'assenza come condizione permanente.
Ma non è possibile escludere altre cause. Il periodo festivo ha messo Arthur in contatto con figure, Juliet, Stewart, la famiglia a Gersburg, che il resto dell'anno vede di rado. Il contrasto fra la socialità natalizia e il ritorno alla solitudine di April Street è un meccanismo che il corpus documenta anche in altre occasioni: ogni visita di Lily, ogni incontro con Florence, ogni serata alla Fox Reprise produce un ritorno a casa che Arthur vive come una piccola perdita. Il capodanno, con il suo carico simbolico e la sua inevitabile contabilità dei bilanci personali, potrebbe aver amplificato questo meccanismo fino a renderlo insostenibile.
Vi è poi la questione finanziaria. La #193 fornisce il consuntivo dell'anno: circa 600 monete d'oro in entrata, circa 550 in uscita, con una mezza dozzina di spese ancora da affrontare. Arthur lo definisce "non un anno stellare". La ristrettezza economica, combinata con la malattia delle settimane precedenti e con lo stallo lavorativo di fine anno documentato nelle entrate di dicembre, potrebbe aver contribuito a un senso di fallimento che il capodanno ha cristallizzato.[22]
V. Il tono della ripresa
La #191 non è un'entrata depressa. È stanca, meditativa, ma non prostrata. Arthur scrive di un'"aurora rosata e gelida" che lo desta "quasi sin voglia, quasi per pena", ma nel meriggio la giornata si è riempita: Claudette per questioni d'impiego, Ada per le faccende domestiche, l'archiviazione, la pianificazione. La chiusa è addirittura ottimista, con una formula insolita per un uomo che riprende il diario dopo undici giorni di silenzio: "V'è ottimismo come forse mai prima, ché ne' piccoli passi, ne' brevi scatti, ne' frustranti scivolate, m'accorgo che mi son abituato alle salite ch'ormai salite più non paiono ma lunghi viali sconnessi".
L'ottimismo, qui, non è euforia. È il sollievo di chi ha attraversato qualcosa e ne è uscito, non intatto ma funzionante. Arthur ha scelto di non raccontare ciò che è successo, ma non ha scelto di restare dentro il vuoto. La differenza con le lacune precedenti è che qui il ritorno al diario è accompagnato da una dichiarazione programmatica: le "lunghe liste" di mire annuali sono già scritte, la prima settimana è stata spesa a "calibrare la bussola", gli archivi e le agende sono sul tavolo pronti per essere compilati. Arthur non ricomincia da zero. Ricomincia da un punto che ha scelto durante il silenzio, anche se non ci racconta come vi è arrivato.
VI. Lo che resta nel vuoto
Dieci entrate mancanti in undici giorni. È il vuoto più denso e più deliberato del Libro Primo. Non è l'inerzia dell'estate, dove Arthur smette di scrivere perché non ne ha la forza. Non è la spirale di novembre, dove la crisi lo travolge e lo stakanovismo lo assorbe. È una decisione. Arthur sa cosa è successo, sa che non può cambiarlo, e sceglie di non scriverlo. Il diario, che fino a quel punto aveva ricevuto tutto, le vanvere, i lamenti, le epifanie, i sogni di Valerie, le cronache delle fabbriche, le emicranie e le pinte di chiara, per la prima volta viene escluso da qualcosa. C'è un confine che Arthur pone fra sé e il foglio, e quel confine è il capodanno del 1924.
Ciò che possiamo dire con certezza è poco. Arthur ha trascorso il 26 dicembre in un luogo che non era il suo, in una condizione di solitudine che la #180 documenta con un'efficacia che il resto del corpus raramente raggiunge. Ha attraversato il passaggio d'anno. Ha scritto le proprie mire per il 1924. Ha calibrato la bussola durante la prima settimana di gennaio. Ha ripreso a scrivere il 6 gennaio con un tono che, se non è sereno, è quantomeno operativo.
Ciò che non possiamo dire è il contenuto del vuoto. Sappiamo solo che c'è qualcosa che Arthur ha visto, compreso, o subito, e che ha giudicato irreversibile. E che ha deciso che il modo migliore di portarselo addosso era non scriverlo. Per un uomo che nel Preambolo dichiarerà di aver scritto "tutto sul niente e niente sul tutto", questa è forse la confessione più eloquente dell'intero primo anno: che vi sono cose che nemmeno il niente e il tutto riescono a contenere.
Ricostruzione congetturale del periodo #293–#307 (17 aprile – 1 maggio 1924)
Theodore Brooke, The Quiet Machinery, Vol. I (Hillfoot University Press, 1998)
I. Una lacuna dichiarata
Fra la #292 del 16 aprile 1924, un appunto sparso scritto alle 22:07, e la #308 del 2 maggio 1924, il corpus presenta un vuoto di quindici entrate. A differenza delle lacune del Libro Primo, questa non è un silenzio che va interpretato per sottrazione. Arthur, alla ripresa, ne fornisce una diagnosi completa e spietata, con una lucidità che il cronista ha il dovere di prendere alla lettera prima di procedere a qualsiasi congettura.
"Due lunghissime settimane sin aver avuto il tempo, la voglia o la forza di pormi a scrivere su questo libello." Le tre cause sono elencate in ordine di crescente gravità: il tempo mancava, la voglia pure, e infine la forza. Arthur aggiunge, quasi immediatamente, una quarta: il corpus stesso, "ormai di 'sì tante pagine", ha contribuito al latitare, come se il peso materiale del diario fosse diventato un ostacolo alla sua prosecuzione. E poi la diagnosi si stringe: la partenza del progetto Kryomont, gli orari "completamente stravolti", le "peripezie vorticose" delle finanze, e la "salute mentale tornata a camminar sin ritegno su'n filo teso sopra d'un baratro scuro". Le parole non lasciano margine. Arthur non è semplicemente stanco o pigro. È crollato.
II. Ciò che precede
Le entrate che conducono alla lacuna documentano un uomo che sta accelerando verso un muro. La #290, scritta la domenica 14 aprile, è un inventario di fragilità: tosse notturna causata dall'eccesso di alcol e tabacco, l'ultimo bicchiere di chino "ch'avrei potuto evitare", la consapevolezza che la spirale è "autodistruttiva" e la promessa di porvi rimedio. Nella stessa entrata Arthur descrive il progetto di acquistare una vettura per facilitare gli spostamenti fra le contee, un'ambizione pratica che tradisce la consapevolezza di quanto il lavoro stia per intensificarsi. La giornata si chiude con la previsione del lunedì: Wedgeville come prima di tre tappe, Pynenuts come ultima. "Sarà il colpo di grazia."
La #291, datata 15 aprile, è scritta alle 20:02 ed è la prima giornata del progetto Kryomont. Arthur si è destato alle tre del mattino. Si è recato all'officina delle vetture di Lylcoin. Il testo si interrompe a metà frase, con la nota editoriale: "lo scritto si interrompe". È un dato materiale di prima importanza: il manoscritto della #291 esiste ma è incompleto. Arthur ha cominciato a scrivere e ha smesso, oppure la parte restante è andata perduta. In entrambi i casi, la frattura è fisica, non solo psicologica. Il flusso di scrittura che aveva accompagnato Arthur fin dal giugno 1923 si spezza qui, nel mezzo di una frase, nell'atto stesso di raccontare la giornata.
La #292, l'appunto sparso del 16 aprile, è l'ultimo testo prima del vuoto. Solbourne ne potrà offrire una lettura più minuziosa di quanto competa al sottoscritto, ma il cronista non può ignorare il contenuto: una scena domestica di degrado, un ambiente sporco e stantio, un "recipiente d'oppio su la credenza" che "restava dove 'l dito l'avea scartato". L'oppio non è nuovo nel corpus come sostanza del mondo, ma la sua comparsa in uno sparso scritto da Arthur alla vigilia di un crollo psicologico merita di essere registrata senza speculazioni indebite. Che lo sparso sia autobiografico, onirico o puramente letterario, la sua collocazione cronologica non è casuale (Solbourne, 1997).
III. Le due settimane
La ricostruzione dei quindici giorni mancanti si fonda quasi interamente sulla #308, che è, fra tutte le entrate di ripresa dopo una lacuna, la più esplicita e dettagliata del Libro Secondo. Arthur vi fornisce un elenco delle cause del crollo che vale la pena scomporre.
La prima causa è operativa. Il progetto Kryomont è partito e ha stravolto gli orari di Arthur. Dalla #290 sappiamo che il primo intervento era previsto per il 15 aprile, con una levata alle tre del mattino e una giornata di tre tappe. Dalla #309, scritta il 3 maggio, sappiamo che gli interventi inventariali presso le fabbriche dell'Activa Corp. hanno richiesto turni fino a mezzanotte, con Claudette e Stewart al fianco. La #312, scritta il 6 maggio da Sheer Valley, conferma che il progetto ha portato Arthur lontano da Lylcoin per notti consecutive, in alloggi scomodi e senza le sue solitanze. È ragionevole concludere che le due settimane del vuoto siano state occupate da un'attività inventariale ininterrotta, con spostamenti quotidiani fra le contee, orari dilatati e nessun margine per sedersi allo scrittoio.
La seconda causa è finanziaria. Le "peripezie vorticose" delle finanze non sono generiche. Nella #290, Arthur menzionava la necessità di risparmiare i congedi dall'impiego e il tentativo di procurarsi una vettura. Nella #308, parla di aver "sfiorato la corona" nel mercato finanziario prima di "perdere l'instabile equilibrio". Nella #331, scritta tre settimane dopo la ripresa, precisa di aver dovuto "contattare un lontano conoscente gestore di fondi e rinsavire il mio patrimonio temporaneamente". La crisi finanziaria del periodo è dunque duplice: da un lato lo sfasamento fra attività e retribuzione che già conoscevamo dalle entrate di gennaio, dall'altro un investimento o una speculazione andata male che ha eroso le riserve. Arthur non entra nei dettagli, e il cronista non ha modo di ricostruirli, ma il quadro è coerente con un uomo che, nel tentativo di accelerare la propria stabilizzazione economica, ha preso un rischio e l'ha perso.
La terza causa è psicologica. Arthur scrive di essersi trovato "le mani legate ai talloni, rannicchiato 'n un fugiglio polveroso a conversare meco". L'immagine è di una contrazione totale: il corpo piegato su se stesso, le mani che non possono agire, la conversazione ridotta a un monologo interiore. La dottoressa Nauer ha dovuto "ricorrere a lunghe sedute col mio ego", il che indica che le sessioni terapeutiche si sono intensificate durante il periodo del vuoto, non dopo. Arthur non ha smesso di vedere Camille. Ha smesso di scrivere, ha smesso di gestire le proprie finanze, ha smesso di reggere il ritmo delle obbligazioni, ma le sedute con la dottoressa sono continuate, probabilmente come unico argine rimasto.
IV. Lo sparso e il vuoto
La posizione della #292 nel corpus merita una riflessione di metodo. È l'ultimo testo prima di quindici giorni di silenzio, ed è uno sparso, non un'entrata regolare. Il pattern è lo stesso delle lacune del Libro Primo: prima del vuoto estivo (#58–#98), le ultime entrate erano gli sparsi #54 e #55; prima del vuoto novembrino (#121–#164), le ultime erano gli sparsi #119 e #120. Ogni volta che Arthur si avvicina a un periodo di silenzio, la scrittura abbandona il registro cronachistico per quello lirico, come se il diarista cedesse terreno gradualmente, prima rinunciando ai fatti e poi rinunciando anche ai simboli. La #292 è il punto in cui anche i simboli si spengono.
V. La ripresa e il nuovo Arthur
La #308 non è solo una spiegazione del vuoto. È un programma. Arthur scrive da Bleedbig Street, dal "piccolo ufficetto" che ha riordinato e tirato a lucido, dove intende isolarsi nei mesi a venire per "costringersi a lavorare su tutti l'aspetti che ancor tormentano il mio essere". Il trasloco operativo dallo scrittoio di April Street all'ufficio di Bleedbig Street è un dato concreto che il corpus non aveva registrato prima di questa data: Arthur si è procurato uno spazio di lavoro separato dall'abitazione, il che implica un investimento, per quanto modesto, e una decisione di ordine pratico che contraddice l'immagine dell'uomo rannicchiato nel fugiglio polveroso. La crisi ha prodotto, come le precedenti, un riassetto.
L'elenco delle debolezze che Arthur stende nella #308 è il più sistematico del corpus fino a questa data: l'"insufficienza caratteriale", gli "strascichi irrazionali per Valerie", l'incapacità di stabilirsi economicamente, la "propensità all'isolamento sociale". Non è un lamento. È un inventario, scritto con la lucidità di chi ha toccato il fondo e sta catalogando i detriti. Arthur nota che "quissà ho sottovalutato l'influenza ancor materiale e somatica ch'il fanciulletto percosso e deriso che fui ha di modo ancora sui miei cotidiani", una frase che apre per la prima volta nel diario una connessione esplicita fra il passato infantile e le difficoltà del presente.
La chiusa della #308 è combattiva in un modo che le chiuse delle lacune precedenti non erano. Dopo il vuoto estivo, Arthur riprendeva con una "palude vischiosa". Dopo il vuoto novembrino, con la promessa di "domesticar le tempeste emozionali". Dopo il capodanno taciuto, con un ottimismo cauto e una frase sulla strada che forse è quella giusta. Qui il tono è diverso: "Non v'è singolo fallimento che possa far impallidire la maestosità delle mie mire a lungo termine." Arthur sta dichiarando che il crollo non lo ha convinto a ridimensionare le ambizioni. Lo ha convinto che le ambizioni sono più grandi di qualsiasi crollo. È una posizione che può essere letta come resilienza o come hybris, e il corpus dei mesi successivi fornirà elementi per entrambe le letture.
VI. Ciò che resta
Di quindici giorni possiamo affermare quanto segue. Arthur ha lavorato intensamente per il progetto Kryomont, con orari estenuanti, spostamenti fra le contee e turni notturni. Ha subito un rovescio finanziario di natura non precisata. Ha attraversato una crisi psicologica che la dottoressa Nauer ha trattato con sedute prolungate. Ha smesso di scrivere il diario, non per scelta programmatica come nel capodanno taciuto, ma per esaurimento delle risorse. Si è procurato un ufficio in Bleedbig Street, separato dall'abitazione di April Street, come spazio dedicato al lavoro e alla ricostruzione.
Ciò che non possiamo affermare è la cronologia interna del crollo: non sappiamo se il cedimento è stato graduale o improvviso, se ha avuto un singolo innesco o una somma di fattori simultanei, se il punto più basso è stato raggiunto nei primi giorni o verso la fine delle due settimane. La #291 interrotta e la #292 con il suo oppio sulla credenza suggeriscono che il collasso era già in atto il 15 e il 16 aprile, ma non sappiamo quanto si sia protratto né come ne sia uscito.
Sappiamo solo che il 2 maggio Arthur è seduto al suo scrittoio nuovo, in un ufficio pulito, con una lista di debolezze da affrontare e una determinazione che, questa volta, non si esprime come promessa ma come constatazione: "cada volta che mi ritrovo alla base della scala, paion sempre più bassi gli scalini". Non sta promettendo di non ricadere. Sta dicendo che sa ricadere meglio.
Ricostruzione congetturale del periodo #313–#330 (7–24 maggio 1924)
Theodore Brooke, The Quiet Machinery, Vol. I (Hillfoot University Press, 1998)
I. Il silenzio operativo
Fra la #312 del 6 maggio 1924, scritta alle 04:32 del mattino dalla locanda Cobalt Abode di Sheer Valley, e la #331 del 25 maggio, scritta alle 08:35 da April Street, il corpus presenta un vuoto di diciotto entrate. È la quinta lacuna del Libro Primo, e per la prima volta la causa non è psicologica ma puramente operativa. Arthur non è crollato, non si è chiuso nel silenzio, non ha scelto di tacere. Non ha avuto il tempo materiale di scrivere.
La #331 lo dichiara con una frustrazione che ha il sapore dell'evidenza: "Il periodo è 'sì fitto d'obbligazioni, urgenze, appuntamenti e ore di veglia non sfruttabili che quasi mi stupisco come sto riuscendo ad espletare ogni singola mia attività sin mancare qualche cosa." Non è un'ammissione di debolezza. È la constatazione di un uomo che ha funzionato perfettamente come venditore e inventarista, e che ha sacrificato il diario sull'altare della funzionalità. Il rammarico non è per ciò che ha perso, ma per ciò che non ha potuto registrare: "quanto sento la nostalgia del conversar meco di tutto lo che piove d'intorno".
II. La partenza dalla Cobalt Abode
La #312 è il punto d'ingresso nel vuoto. Arthur scrive prima dell'alba, dalla stanza fredda della locanda di Sheer Valley, dopo una notte di sonno disturbato. Il signor Tinsteel è con lui. La giornata prevede un intervento alla Activa Corp. di Sheerburg al mattino e due stabilimenti a Naught Port nel meriggio, "uno minuto e l'altro gargantuesco". Arthur dubita di riuscire a raggiungere la Fox Reprise durante la settimana e tenta di fumare sporto fra le inferriate per aggirare il divieto della locanda. Il quadro è quello di un uomo in trasferta, lontano dalle proprie solitanze, costretto a negoziare perfino la pipa.
Nella #311, scritta il giorno prima dall'ufficio di Bleedbig Street, Arthur aveva preparato il baule da viaggio e annunciato la partenza per Sheer Valley al tramonto, con la vettura appena acquistata. Aveva anche dichiarato che "le prossime settimane non mi concederanno un attimo di tregua". La previsione si è avverata alla lettera.
III. Il progetto Kryomont in piena attività
La ricostruzione delle due settimane e mezzo mancanti si appoggia su ciò che le entrate precedenti e successive permettono di inferire, e su ciò che il corpus documenta della struttura operativa dei progetti Kryomont.
Dalla #291, sappiamo che il progetto è partito ufficialmente il 15 aprile. Dalla #308, scritta alla ripresa dopo la lacuna precedente, sappiamo che le operazioni richiedevano turni fino a mezzanotte, spostamenti quotidiani fra le contee, e la collaborazione di Claudette, Stewart e, occasionalmente, personale di supporto esterno come Sally Dickinson della Corser. Dalla #309, scritta il 3 maggio, sappiamo che Arthur aveva completato un intervento alla Activa Corp. di Chesterville con turno fino all'una di notte, seguito da una levata alle otto del giorno dopo con emicrania.
La #312 conferma il pattern: levata alle tre del mattino, interventi in Sheerburg e Naught Port, pernottamento in locanda. È ragionevole concludere che il ritmo delle due settimane mancanti sia stato identico: levate prestissimo, tabulazioni in stabilimenti di varie contee, spostamenti in vettura o in convoglio, pernottamenti lontano da Lylcoin, e rientri sporadici in April Street solo per ripartire il giorno dopo.
Le contee toccate durante il periodo possono essere ricostruite parzialmente. La #312 menziona Sheerburg e Naught Port. La #331 parla di "pochi interventi operativi ancora mancanti presso le fabbriche dell'Activa Corp. della regione", il che indica che al 25 maggio il grosso del lavoro è stato completato. La #333, due giorni dopo la ripresa, menziona un intervento ad Ascum con Tinsteel. La #309 cita l'Activa Corp. di Chesterville. Il circuito Kryomont copre dunque fabbriche in più contee di Hillfoot, con un'estensione geografica che giustifica pienamente l'impossibilità di tornare allo scrittoio ogni sera.[23]
IV. La questione finanziaria
La #331 fornisce un dato che va oltre la cronistoria lavorativa. Arthur scrive di aver dovuto "contattare un lontano conoscente gestore di fondi e rinsavire il mio patrimonio temporaneamente per permettermi di incipire un flusso di cassa ch'ormai stagnava da settimane". L'operazione è avvenuta durante il periodo del vuoto o nei giorni immediatamente precedenti, e indica che la crisi finanziaria descritta nella #308 non si è risolta con la ripresa del lavoro. Il progetto Kryomont genera compensi che, come per tutte le attività della Frontprice, vengono corrisposti in differita. Arthur sta lavorando a ritmi estenuanti ma il denaro non arriva in tempo per coprire le spese correnti. La soluzione temporanea, il ricorso a un gestore di fondi per sbloccare liquidità, è un espediente di emergenza che conferma la gravità della situazione.
Arthur aggiunge che, "sebbene for della mia contentezza", si è dedicato a spese per riequilibrare i periodi di "perdizione nel possedimento in negativo". La formulazione è contorta ma il senso è chiaro: Arthur ha pagato debiti con denaro ottenuto in prestito o sbloccato da riserve che avrebbe preferito non toccare. Il bilancio complessivo, alla data della #331, è ancora fragile ma in fase di riassestamento, e Arthur confida che "col passare de' mesi caldi" la situazione migliori.
V. Il rapporto coi parenti e Lily
La #331 contiene un'informazione che il cronista non può trascurare. Lily raggiunge Arthur compagnata dai parenti, e Arthur annuncia l'intenzione di "instaurare qualche conversazione costruttiva sin dover anteporre li strascichi tossici ch'han definito l'ultime diatribe con essi". La #332, il giorno dopo, descrive la gita a Lakebird con i familiari: una taverna nel centro del paesino, un pranzo di cui Arthur paga il conto "più per compassione che per diletto od orgoglio", un giro per le viuzze di torno ai laghi.
Il rapporto con i Parker è qui descritto come conflittuale ma in fase di tregua negoziata. Arthur si attribuisce il ruolo di "paciere e addestratore", con una formula che tradisce quanto il rapporto gli pesi e quanto lo consideri un esercizio di maturità più che una gioia. La visita di Lily, di contro, è accolta con la consueta soddisfazione silenziosa: Arthur si propone di non "impantanarsi in attività e progetti complicati" durante la sua permanenza, per garantire un rapporto "costante e sano". Il contrasto fra la tensione coi parenti e la delicatezza con la figlia è indicativo di come Arthur gestisca diversamente i rapporti che ha scelto e quelli che ha ereditato.
VI. La Fox Reprise nel vuoto
Nella #312, Arthur dubitava di riuscire a raggiungere il circolo letterario durante la settimana. Nella #333, scritta il 27 maggio, menziona la necessità di "dedicare molte pagine" ai problemi della Fox Reprise, in particolare l'"avvento delle nuove elezioni governative che prevedono alcuni paletti alle manifestazioni culturali". Il dettaglio è significativo: durante le settimane del vuoto, la Fox Reprise ha continuato a operare, e Arthur è rimasto coinvolto almeno tramite corrispondenza, se non di persona. La questione delle elezioni e dei loro effetti sulle attività culturali introduce un elemento di contesto politico che il circolo deve frontare, e che Arthur menziona con l'urgenza di chi ne ha già discusso ma non ha ancora avuto modo di fissarlo nel diario.
VII. L'ufficio di Bleedbig Street
Un dato che merita segnalazione è la sopravvivenza dell'ufficio di Bleedbig Street attraverso il periodo del vuoto. Arthur lo aveva inaugurato nella #308 come spazio di ricostruzione dopo il crollo di aprile. Nella #311, scritta il 5 maggio, vi stava ancora lavorando, con la "scomoda sediolina in legno" e il "fumaccio scadente di un tabacco economico". Nella #333, tre settimane dopo, lo menziona come luogo dove intende isolarsi "per qualche ora" fra le obbligazioni lavorative. Lo spazio ha dunque resistito: non è stato un esperimento di pochi giorni ma è diventato una struttura fissa della vita di Arthur, un luogo di lavoro parallelo all'appartamento di April Street e separato dal circuito delle fabbriche. La sua funzione, nel sistema parkeriano, è quella di un terzo spazio, né domestico né lavorativo, dedicato alla scrittura e ai progetti personali.
VIII. Ciò che resta
Diciotto giorni di vuoto, interamente occupati dal lavoro e dalle sue conseguenze. Arthur non ha scritto perché non poteva. Non ha prodotto sparsi perché le sue giornate non avevano margini: le ore di veglia erano assorbite dalle tabulazioni, gli spostamenti dalle carrozze e dai convogli, le notti dalle locande lontane da casa. È la lacuna più trasparente del corpus fino a questa data, quella che richiede meno congetture e più semplice contabilità.
Ciò che possiamo affermare: Arthur ha lavorato ininterrottamente per il progetto Kryomont, coprendo fabbriche in più contee di Hillfoot. Ha affrontato una crisi di liquidità che lo ha costretto a ricorrere a un gestore di fondi. Ha mantenuto almeno un contatto minimo con la Fox Reprise. Ha acquistato una vettura che ha facilitato gli spostamenti. Ha continuato a frequentare l'ufficio di Bleedbig Street nei rari giorni di sosta.
Ciò che non possiamo affermare: lo stato emotivo di Arthur durante le due settimane. La #308, scritta appena sei giorni prima della #312, descriveva un uomo che usciva dal "punto più basso ove mi sia mai ritrovato". La #331, alla ripresa, mostra un uomo stanco ma funzionante, frustrato dall'assenza del diario ma non prostrato. Tra i due punti c'è il lavoro, e il lavoro, nel sistema parkeriano, è l'anestetico più potente. Arthur lo ha dichiarato nella #925, quasi due anni dopo, quando ha descritto la "chimicità" della produttività come forza motrice superiore agli istinti primordiali. Nella primavera del 1924, quel meccanismo è già in azione: le fabbriche riempiono le ore, le tabulazioni riempiono la testa, e il diario resta bianco perché tutto il resto è pieno.