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ArticoloArticle · 1926
Il mondo e le sue partizioni: una mappa delle potenze contemporanee
diby Miriam Work · Mundus, Nr. 47, Marzo 1926
Dr. Miriam Work
Studiosa di geopolitica comparata, nata a Frosnaught (Latirom). Ha studiato e insegnato presso l’Università di Kolor, Britannia Teutonica. Collabora con testate giornalistiche e laboratori di ricerca indipendenti.
V’è una tendenza, fra chi vive all’interno dei confini dell’Impero Britannico, a confondere l’impero col mondo. È tendenza comprensibile, financo perdonabile, dacché la Britannia si estende su più continenti, governa popoli di lingue e tradizioni profondamente dissimili, e occupa una porzione tale della superficie terrestre da rendere plausibile, per chi non si ponga mai la domanda, l’illusione che al di là dei suoi confini non vi sia granché di rilevante. Codesta illusione è tanto diffusa quanto pericolosa. Il mondo non è la Britannia, e la Britannia non è il mondo. Il presente articolo si propone di offrire una panoramica sintetica delle grandi partizioni geopolitiche dei nostri tempi, coll’intento di restituire al lettore ciò che la consuetudine imperiale tende a sfumare: la consapevolezza che il pianeta che abitiamo è vasto, plurale e irriducibile a un’unica bandiera.
La Britannia
La Britannia è un impero. Va detto con schiettezza perché il termine, nei decenni, è stato avvolto in una coltre di eufemismi istituzionali che rischiano d’oscurarne la natura. Parliamo d’un’entità politica il cui centro risiede nella Britannia Protocapitale e il cui dominio si estende, attraverso una rete di stati imperiali dotati d’autonomia interna ma subordinati al potere centrale, su un territorio che va dalle isole settentrionali dell’Atlantico fino alle coste meridionali dell’Ausmarica.
L’architettura dell’impero si regge su un principio che potremmo definire d’autonomia vigilata. Ciascuno stato imperiale possiede un proprio parlamento e un proprio governatore, eletto dal popolo sulla base d’una lista di candidati vagliata dal centro. Il governatore non è un fantoccio: ha facoltà concrete in materia di politica economica, fiscale e amministrativa, nei limiti imposti dalla giunta imperiale. È lui il tramite fra le necessità del territorio e le orecchie dell’imperatore; ciò che non porta all’attenzione del centro, per il centro semplicemente non esiste. Al vertice dell’impero siedono tre organi distinti: il parlamento imperiale, che raccoglie le rappresentanze di tutti gli stati e funge da sede del dibattito comune; la giunta imperiale, corpo operativo e diplomatico presente fisicamente nelle nazioni, che opera da raccordo fra i governi locali e il centro; e il consiglio imperiale, il cerchio ristretto che filtra, sintetizza e sottopone all’imperatore soltanto ciò che ha superato ogni vaglio. L’imperatore conserva l’ultima parola su tutto, ma la struttura è concepita affinché quella parola venga spesa di rado e su questioni d’autentico peso.
Gli stati imperiali attualmente riconosciuti sono i seguenti. La Britannia Protocapitale, nucleo storico e sede del potere imperiale, corrispondente alle isole dell’estremo occidente settentrionale. La Britannia Latiromica, che occupa l’intera penisola centro-meridionale del continente e prende il nome dalla regione di Latirom, sua capitale amministrativa. La Britannia Gallica, vasto territorio occidentale del continente. La Britannia Suittica, piccola ma strategicamente rilevante, incastonata fra le catene montuose centrali. La Britannia Teutonica, che si estende sulle grandi pianure e sugli altipiani centrali e orientali. La Britannia Castellica, che domina la penisola sud-occidentale. La Britannia Bassa, la cui collocazione settentrionale e la cui prossimità alla Protocapitale non le han impedito di conquistare un grado d’indipendenza e di considerazione superiore a quello di molti altri stati, al punto da costituire una voce fra le più ascoltate nel parlamento imperiale. La Britannia Ellenica, affacciata sul grande mare interno orientale. La Britannia Daelica, estensione dell’impero nel subcontinente meridionale d’Asia. E la Britannia Ausmarica, l’avamposto più remoto, che comprende il grande continente australe e le isole adiacenti, incluse quelle del Pacifico.
Ciascuno di questi stati ha la propria fisionomia culturale, linguistica e geografica. L’impero non ha cancellato le lingue locali, sebbene abbia imposto l’inglese imperiale quale lingua della burocrazia e della comunicazione ufficiale fra gli stati. I toponimi anglicizzati che costellano ogni nazione sono il segno più visibile d’un processo d’annessione lungo e complesso, non sempre pacifico, che ha riscritto la superficie linguistica del continente pur lasciando intatto, di sotto a essa, il tessuto delle parlate locali. Ogni documento prodotto in lingua nazionale dev’essere accompagnato da una copia in inglese imperiale, archiviata per uniformità e consultazione. Ne risulta un bilinguismo istituzionale asimmetrico che il cittadino comune conosce bene: l’impero parla inglese, i popoli parlano la propria lingua, e le due cose convivono con quell’attrito silenzioso che soltanto chi ha vissuto all’estero impara a riconoscere per quello che è.
Le Meriche
Al di là dell’Atlantico si estendono le Meriche, un complesso territoriale tripartito che comprende la Mericanorta, la Mericacerta e la Mericasurta, assieme all’arcipelago caraibico che vi è annesso. Le Meriche non sono parte dell’Impero Britannico e non lo sono mai state, sebbene i rapporti fra le due potenze oscillino, a seconda del decennio e dell’umore delle rispettive cancellerie, fra la collaborazione cordiale e la diffidenza calcolata. Si tratta d’un territorio vasto, popoloso e in possesso di risorse proprie che i nostri giornali tendono a sottovalutare con una leggerezza che non mi stanco di segnalare. Le Meriche rappresentano, per dimensione e potenziale, l’unica potenza occidentale compiutamente paragonabile alla Britannia stessa, e chi le ignora lo fa a proprio rischio.
Il Conglomerato Indipendente delle Oligarchie Socialiste
Sul fianco orientale dell’impero si estende il Conglomerato Indipendente delle Oligarchie Socialiste, comunemente noto coll’acronimo CIOS. Codesto blocco comprende un’area immensa che va dalle pianure settentrionali dell’Europa orientale fino alle coste del Medio Oriente, includendo i territori baltici settentrionali, le regioni che un tempo furono regni indipendenti dell’Europa centrale, le vaste distese continentali a est della Teutonica, le steppe, e la fascia mediorientale fino alla penisola anatolica. È il vicino più ingombrante dell’impero, e il più ideologicamente distante. La Britannia Teutonica, che vi confina direttamente, è la prima a sentirne la pressione, e non è un caso che la presenza della giunta imperiale nella Teutonica sia fra le più consistenti dell’intero sistema. Chi ha avuto modo, come la sottoscritta, di vivere e insegnare a Kolor per diversi anni, sa che il confine col CIOS non è soltanto una linea sulla carta. È una temperatura che si percepisce nelle conversazioni, nei giornali, nell’attenzione che il governo teutonnico riserva alle proprie province orientali. Il CIOS e la Britannia condividono un confine che è tanto geografico quanto ideologico, e la storia di quel confine è la storia d’una tensione che non si è mai del tutto risolta.
L’Impero Nippico
Nell’estremo oriente del globo sorge l’Impero Nippico, una potenza che combina l’arcipelago del Pacifico settentrionale coi territori artici della Groenlandia. L’accostamento può sorprendere chi non ne conosca le ragioni storiche, ma rivela la natura profondamente marittima e strategica di codesta potenza: il Nippico non si definisce per contiguità territoriale bensì per il dominio delle rotte, dei mari freddi e delle risorse che quei mari custodiscono. È un impero compatto nel numero dei suoi territori ma esteso nella portata della sua influenza, e chi lo sottovaluta per le sue dimensioni apparenti commette un errore che la storia ha già punito più d’una volta.
I regni cinesi e la Corea
Il vasto territorio che si estende fra il CIOS, l’Impero Nippico e la Daelica non risponde a un’unica autorità. I regni cinesi costituiscono un mosaico d’entità indipendenti, ciascuna con la propria dinastia o forma di governo, i propri confini e le proprie alleanze. L’assenza d’un potere unificante rende quest’area al contempo vulnerabile e ingovernabile dall’esterno: ogni tentativo d’annessione o influenza deve fare i conti colla frammentazione stessa del territorio, che è insieme la sua debolezza e la sua difesa. È un paradosso che gli strateghi della Protocapitale conoscono bene, e sul quale si sono infranti più d’un piano d’espansione.
La penisola coreana, pur adiacente ai regni cinesi, costituisce un regno autonomo con una propria identità politica e culturale che i suoi vicini han dovuto imparare a rispettare. Non fa parte né dell’Impero Nippico né dei regni cinesi, e mantiene una posizione d’indipendenza che la sua collocazione geografica rende tanto preziosa quanto precaria.
La Repubblica Autonoma di Mawn
Fra il CIOS e i regni cinesi si colloca la Repubblica Autonoma di Mawn, uno stato indipendente che occupa le grandi steppe e gli altipiani dell’Asia centrale. Mawn non appartiene a nessun blocco e ha fatto della propria autonomia un principio fondante, difeso con quella fermezza silenziosa che soltanto i popoli abituati a grandi spazi e a pochi vicini sanno esercitare. È una nazione vasta e scarsamente popolata, la cui importanza strategica risiede più nella posizione che nella potenza, trovandosi al crocevia fra tre delle maggiori forze del pianeta.
L’Autocrazia Orientale degli Arcipelaghi
Il sudest asiatico e i suoi arcipelaghi rispondono all’Autocrazia Orientale degli Arcipelaghi, comunemente nota come AOA. Come il nome suggerisce, si tratta d’un regime autocratico che governa un territorio disperso fra migliaia d’isole e penisole, dal continente asiatico meridionale fino alle propaggini dell’Oceania occidentale. La tensione fra la concentrazione del potere e la frammentazione geografica del territorio è il tratto distintivo dell’AOA e, probabilmente, la ragione stessa della sua forma di governo: solo un’autorità centrale forte, sostengono i suoi difensori, può tenere insieme ciò che la geografia ha disperso. Se tale argomento sia valido o sia il solito paravento d’un potere che giustifica sé stesso colla necessità, è questione che lascio volentieri al giudizio del lettore.
La Protogea
Resta la Protogea. Il grande continente meridionale, culla di civiltà antichissime e teatro d’una delle vicende più complesse dei nostri tempi. La Protogea possiede una propria struttura politica e un’identità che precede di millenni l’arrivo di qualsivoglia potenza esterna, ma la sua superficie è tuttora puntellata di colonie appartenenti a diversi blocchi. Britannia, Meriche, CIOS e altri ancora han piantato le proprie bandiere sulla terra protogeana, e il processo attraverso il quale quel continente sta lentamente riacquistando la propria autonomia è uno dei fatti più rilevanti del nostro tempo, sebbene i nostri giornali ne parlino assai meno di quanto dovrebbero. Di tutte le partizioni del mondo, questa è forse la più viva, la più instabile e la più meritevole d’attenzione nei decenni a venire. Chi scrive non si vergogna d’ammettere che le informazioni di cui disponiamo sulla Protogea sono ancora insufficienti, e che colmare tale lacuna sarà una delle mire di questa rubrica.
Nota conclusiva
Questo, dunque, è il mondo. Non la Britannia: il mondo. Un pianeta ove un impero continentale convive con un blocco oligarchico, un’autocrazia insulare, un mosaico di regni, una repubblica delle steppe, un continente in lotta per la propria libertà e un complesso transatlantico che da solo potrebbe rivaleggiare con chiunque. Il lettore che si muove per la prima volta in questa mappa troverà, nei numeri futuri di Mundus, il dettaglio che qui manca: la storia delle annessioni britanniche, la struttura interna delle singole nazioni, il funzionamento del sistema monetario imperiale, la rete dei trasporti, l’economia dei carburanti e molto altro. Per ora, ci basti aver stabilito i confini. Sapere dove finisce la propria casa è il primo passo per comprendere cosa vi sia fuori dalla porta. E chi scrive ha sempre creduto che guardare fuori dalla porta non sia soltanto un esercizio intellettuale, ma un dovere.
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