Marco Delrio

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08/02/1926 – #954

Un ulteriore morsello addizionato allo che d’ella permarrà sol’in memoria e nulla più, coll’implicazioni derivanti ch’uno ne puote trarre dall’echi di ritagli e mementi piccicati a fogli e agende. Vi torno sovente, me l’ammetto sin biasimo omai, più p’un rivisitare i simposi dal quale ‘n imparai al tempo che p’una masochistica spirale autolesionista. Ne’ momenti di spurgo, l’emotività tende a sopraffarmi sin fatica alcuna, non ch’ì ponga resistenza o scudi contro, e làssomi fustigare dallo che sì tanto m’alleno a ‘n fare e sittanto perpetua: galleggiare ‘n “se” e “ma” che n’han di che completare ‘l periodo. Vi sarà, dìcomi, un dì lontano e lieto ‘n cui avrò di che maneggiare ‘l tomino ch’or sto compilando colle d’ella memorie, e scorrere cheto d’un ricordo l’altro sin odio alcuno ma solo grazia e gratitudine pe’ lo ch’in fondo avea di che occorrere per ch’ì capissi ‘n quanto qual frenetico moto ha ‘l mondo, quanto qual acerbo umano fossi io. Vi sono marchi ch’ì non avrò modo d’elidere dal mio cotidiano, li ch’han più d’ogni altra cosa di che rammentarmi quali imbocchi s’han preso ai bivi. Essi bruciano meno delli sparuti richiami che scorgo tra ‘n vociare pe’ la calle e una sinfonia scorta ‘n distanza da un casolare; chessìa ch’han di che compagnarmi in entramb’i bui estremi ch’ha ‘l dì, chessìa l’abitudine ch’ho fàttone ‘n questi lunghi anni. Eppure pare ieri, mi sovviene e mi sbigotto; pare ieri ch’aveamo di sanare le molte ma minute falle e cedere all’infinito ch’ì cantavo ‘n rima ed ella agognava sin remore o modestia. Parrà sempre ieri, talvolta mi confido ‘n una lucidità crudele. Ché lo d’ella stare ha di che stare a prescindere dal mio nettare.