Marco Delrio

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06/02/1926 – #952

Vi son dì alcuni, talvolta che protraggonsi longo tant’ore sicché se ne fan due, chissà tre in fine, ov’ì mìromi al riflettente e nulla dello che mi riva par aggradarmi, qual scorgessi i rivoletti di pece che sovente tento d’arginare coll’infiniti metodi contenitivi che la dottoressa Nauer m’ha proposto fin dall’incipio di codeste cronistorie. V’è un alone caotico d’in tra le fessure d’ogni moto che compàgnami pe’ questo fine di settimana e ancor non ho agito riguardo, lassando che ‘l viso familiare della palude piccicosa del far nulla nel tutto s’abbia pigliato un posto privilegiato p’assistere a una lenta deriva motivazionale. Seppur breve, ben lo sappiamo entrambi or che vegetiamo appollaiati a fogli gianchi che dimandano l’avvenimenti diari. Debbo ancor apprendere per bene la maniera migliore p’assecondare tale rinculo della mia frenesia creativa e produttiva; capita ch’in fondo è lo stesso corpo che si sbriciola dissotto dello stremo impiegatizio o della carenza di valvole d’aprire pe’ smollare la pressione del quotidiano. Tant’aiuta ‘l grammofono, le chiare infilate fuor de’ pasti, e l’infinite liste di componimenti ancora da terminare. Sittanto d’oltre v’è ancora di che sistemare pe’ giungere alla geometria stabile ch’anelo e venero e mi basisce costantemente la velocità con cui l’entropia si riappropria delli spazi dei quarti, dell’androni didentro ‘l cranio, dello stesso dialogo ch’ì spiattello al tizio che mi fissa didietro del vetro. V’è la bisogna intrinseca di codesto sbudellamento consapevole, di tant’in quando, sin la pretesa d’essere capace ed abile a gestire li scivolamenti nel mutismo selettivo che fino qualch’anno addietro era più marchio di fabbrica che solitanza nociva acquisita e finata. Sfoltire la matassa del cogito via la costrizione allo stilo diviene sempre più quistione d’un arresto forzato e conscio, un vezzo ch’or posso vantare, ch’impianta una parete ‘n sassi dinnanzi, costrìngemi a ficcarvici la fronte in dosso e a ricalibrare l’individuo ch’or sta narrando di tali cose quivi. P’uno spietato suberbo egocentrico, le schermiglie coi limiti della mia persona s’han fatti meno agonistici e sempre più riflesso d’uno sviluppo che, seppure invidiabile pe’ le dinoccolature, percorre ‘l sentiero ch’a lungo andai cercando. Non è un dì perduto s’anche una stropicciata carta qual codesta m’osserva a quest’ora tarda e mi narrerà diqquì ‘n avanti del mero rigetto psicologico ch’ho avuto di che frontare.