Marco Delrio

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25/01/1926 – #940

Oi ho messo la palma nel tiretto dell’archivio ove conservo le missive ormai desuete e lassate a macerare. N’è sortito un plico di modeste dimensioni ov’ì nemmeno aveo di che spulciarne ‘l contenuto per sapere di che vi si narrasse didentro. L’ho gittate. Non rammento l’ultima volta ch’ho costretto un qualché a dimenticarsi d’esistere, sopra tutto quan l’argomento ‘n atto è pigliato dall’anni delle peripezie con Valerie. Vi è stato un qualché di liberatorio – ben lo so, or che ne leggo, che l’esarcebazione delle contraddizioni che si possono estrapolare da questi diari pare d’un individuo ch’ancora non ha compreso come superare ‘l dì ‘n corso sin tenzonare colla quistione almeno un poco. Tuttavia sono limitate l’opzioni rimastemi or che l’anni paiono ‘n aver intenzione d’arrestarsi e le memorie s’affoscano didietro l’idealizzazioni liriche ch’ancor compongo e le segnature violente ch’ancor reco didentro: un eventuale riavvicinamento è divenuto arduo persino da concepire oltre ‘l disio e la cornice tant’idilliaca quant’effimera ch’avrebbe di che portarsi in dosso. L’allontamento pur fisico de’ ninnoli al quale ancor mi piglio è l’unica sana risposta ch’avrei di che attuare nel modo più celere possibile. Iscosti ‘n bauli e agende, tiretti e mensole, vi sono memorandi dell’epoca ch’acciuffano pulviscolo e non rilasciano nulla che ‘n sia malinconia agroamara. Inoltre, dal dì ormai avulso in cui rimossi d’ogni registro i contatti p’un eventuale recupero, che senso avrebbe attendere all’uscio, consegnare una missiva a Watson, inviare un telegramma? Or che nemmeno la dimora ‘n April Street avrà di che durare nell’anno ch’ha di che venire, con molta probabilità, non v’è cagione ch’ì resti ‘n tale limbo rimato e onirico, di speme e ipotetiche. Ha di che sfumare tutto. Quasi la memoria mia stessa avrebbe di che concedermi la grazia di sbriciolarsi e prendere forma ‘n lezioni e rimproveri, null’altro. Or ch’ogni fase della perdita ha visto luce ‘n questi scritti, or che ‘l minimalismo strutturale prende piede nel cotidiano, or che non péntomi dello detto o scritto ma lo vesto qual medaglie, or ch’ho detto ‘n milliaia di maniere lo che ‘n tutti i casi rimane imprescindibile – ho da purgare ancora. E ancora.