Marco Delrio

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12/01/1926 – #927

‘N una già fredda sera del novembre scorso, io e la signorina Rommer ci siamo recati presso la Foamy Carpet, una taverna al margine settentrionale di Bolinthos pe’ qualche ciarla riassuntiva. Non credo d’averne discusso ‘n qualche entrata del diario e, quissà, v’era una cagione; tuttavia, oi non la rammento e, d’ogni modo, tal memoria m’ha compagnato sin epifanie tutta la mane. Nell’ebbrezza del filotto di chiare agrumate ch’entrambi abbiamo invitatoci vicenda, ben so d’aver manifestato sprazzi nostalgici riguardo l’avventure che giunti avemmo scorso, per quanto circoscritti a qualche luna o poco meno. Lo che d’ella fàscinami tutt’ora, pur poscia ‘l palese rifiuto d’una riconciliazione differente da quella che si limita a un incontro annuale, pare ser la semplicità colla quale i dialoghi scivolano ‘n tematiche impegnate, dalli commenti sulli studi accademici alla condivisione dell’opinioni sulle politiche imperiali. Raro m’è interagire co’ compagni delle mie giornate potendo affinare la dialettica sperimentale o discutendo dell’implicazioni ch’hanno le mie assidue ricerche riguardo, sia d’uno spiraglio etico e morale, che d’uno più dimostrabile e concreto. Da quel vespro ito del quale tesoro qualche frammento ancora effervescente credo d’aver ricevuto solamente due brevi missive d’ella. Non ch’ì n’abbia iscritto milliaia, di contro, son lassàtomi pareggiare, dàtasi la palese aberrazione del contrario ch’ho potuto scorgere nell’occhi d’ella al sondare ‘l terreno pe’ ‘n qualché di dissimile. Non che ciò m’azzoppi, per chiaro, or ch’il solo zonzare pei dì s’alleggerisce un poco sempre più, e or ch’in fine paio d’aver appreso a non cercar dell’altri malta pe’ sanare i buchi de’ mie’ muri. Tuttavia, è agrodolce cotanta distanza epistolare e d’inviti, esacerbata dalle memorie d’ella che pìttanomi come null’altro ch’una sciancata macchina di tortura. Ebbene, doveo trovare quiete nel rogo ch’appiccai al rapporto fin dalle prime settimane e quiete maggiore nella quiete stessa che derivava dall’aver lassato all’intemperie la capannina ch’andavamo issando giunti. Lo feci, ben lo so, ‘sì com’ella fece, e ben so anche questo. Ciononostante m’è arduo biasimarla pe’ ‘l quadro d’Arthur ch’ha da scarrozzare in dosso ogniqualvolta ne traverso un respiro o ne condivido una pinta. Resta, di contro, a prescindere dell’eventuale lista di roveti ch’ho omesso ‘n quest’entrata, uno de’ rapporti meno malsani ch’ho avuto modo di ruinare, bieco e cieco qual fui.