02/12/1925 – #887
Ho da poco compreso che codeste righe, sparse, scoordinate, nate più per tediare che per trasmettere, mi si fan varco per un genere d’uscita che m’era ignoto. Le vergavo a mo’ di controsenso, ‘sì credevo, smozzichi e scarti, pe’ ‘n dover seguire la linearità d’un vivere che m’aggancia e mi spiuma. Eppure, a rileggerle, ci trovo com’una pista scalcagnata ma insistente, ché seppur non conducono a meta, mi danno segno ch’ero. Quivi, lìvi e altrove. Mi coglie ora, sovente, lo sgomento d’un pensiero che si finge osservazione, qual se scrutando ‘l filtrare obliquo d’un lume sulle mattonelle, ì potessi incastrare la mia forma in ciò che palpo. E codesto, ch’è solo frammento e mai componimento qual tant’altri hanno preso nomea, mi svela d’essere tentativo, d’intendere, d’allacciare, di poggiare ‘l polso su ciò che fluttua e ‘n si fa stringere. Il fogliame gianco non consola quanto vorrei: pone resistenza, raccoglie, mantiene, almeno quanto s’abbisogna perch’io vi scarabocchi tracce d’un donde possibile. Scribacchio, dunque, non per cronacare. Per lassar trapelare. E lo faccio mentre carezzo i bordi d’una brocca stinta, o quando ‘l fruscio delle pioggine mi pare idioma antico, o pure quando ‘l mondo s’ostina a volteggiare troppo pigramente pe’ le mie pretese. Lo so ora, e un poco sempre più: codesti appunti sono una sorta di scappatoia, una feritoia; ed ì, ratto domestico, vi sguscio didentro appena posso.