Marco Delrio

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08/07/1925 – #739

Quissà eliger chino e fumo ‘sì di presta l’ora ha di che controdire alli voti ch’ier e dì avanti fecimi, vuolsi pe’l fosco nebbiare ch’or carezza i mie’ congetti o pe’l devermi ammettere ch’ancor v’è di che tollerare l’io morente; di contro, dalla pece inincui le calli quivi ancor sollazzano, gaudio e nove spemi fannosi largo in fra li molti bivi che l’ore fronte son postemi. Scenne soave dissulla groppa il tepido conforto della precoce giubba cremisi ch’oi compagnerammi in fra le valli a settentrione. M’ho di che canoscermi a nuovo al riflettente, casi abbeano scorso lustri del vespro passato. E pur, mentre l’alito della mane si disfa ‘n una luce esitante, sento che la mansueta resa non è tradimento ‘n sé quanto tregua concessa a chi troppo a lungo ha serrato ferree le ganasce. Le promesse antiche ch’ un tempo pretendeano rigidità e costanza, or giacciono qual carte piegate volte su volte, leggibili ancora, ebbene, ma in fine incapaci di reggere ‘l maestrale. In questo allentarsi non vi è vergogna, sol una stanca miseria ch’ha imparato il proprio nome. E ch’ì ho appreso a richiamare.[29]