01/07/1925 – #732
Da mesi oramai, ché mesi furono, né v’ha chi lo smenta, ‘n cui nulla s’è scorto d’una lena qualsivoglia, quella solita, mia, che sovente mi spinge a riquadrare, ‘n su codesti foglietti sempre più sgualciti e sbilenchi, le minute effemeride del dì. Fogli che, sparsi e poi accatastati, danno di spalliera a ‘l muro, ché il tinello mio poco s’offre ad altro che non sia riparo dal visibile. E sì, porrìa, come chiunque, cavarne ragioni, sciorinarne, e l’una la direi credibile, l’altra zoppica e la terza s’è già sbriciolata, ma ‘l vero è che sarebbero tutte scuse, male impastate, sabbiose, e quel di troppo molli pe’ reggere. Onde lasso. Lasso che sian i pochi scritti postumi, già allignati come fittizie anticaglie nel diario anteriore, a far la facciata che, sì, avrei voluto avessero sin dal lor concepimento, benché più pe’ mestiere che pe’ gaudio. E ‘l ché già mi rattrista, ché ‘n fu mai quello lo spirito ‘n cui nacquero ‘sti scarabocchi d’ordinario. Ed ecco ch’ora, terza criatura dello scrittore che quivi move la penna, giungo a scribacchiare ‘n questo dì ove poco macinano le ganasce e, per converso, assai stridono l’ingranaggi didietro la fronte, non so se pe’ la canicola che imperia o se pe’ talune traversie ch’ancora m’allungano l’ombra. Ho lassiato il quarto, quello più fresco, poco fa, pe’ guadagnar l’emporio quivi in April Street — scatoletta di cicche, aimè — e ‘l mio corpo mal ha sopportato ‘l biascichìo d’una calura che, fosse un poco più rovente, diresti mezzodì. Ebbene, poco m’avrà da lamentar, se pur spartano sarà ‘l riposo, pure su ‘n letto improvvisato, pe’ terra, ché almeno codesto pavimento par ancora non s’essere piegato all’incendio che morde gli angoli d’ogni altro vano. Ma, oibò, sparlo. Mi son promesso, e ben me ne sovviene ora, d’abbandonare la doppia numerazione all’incipit d’ogni entrata. Ché poco serve, se non a far memoria—e già so che memoria non ho. O che, se l’ho, mi tradirà domani. E nondimeno, lasso che sian le cifre a far da balia, ché nulla v’ha di più saldo d’un numero, quando il pensiero vacilla. E poi non saranno que’ due numeretti, là ‘n cima, a lordare i milliaia di paragrafi ch’ho in animo di gittare su carta, sònlo? Che sperar dunque, in codesto novello risvolto? Continuare a cronacare de’ fatti materiali, ché di fatto, il più delle ore, quelli m’ingombrano o, più fors’anco, lasciar che romanzino, da sé, le pletore di filosofie che m’assalgono pure mentre dormo? Ma vi è, sopra ogni cosa, una quistione. Una domanda. E sia questa a suggellare codesta prima novella entrata: quando, e come, ho cessato di voler descrivermi felice?