Marco Delrio

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11/03/1925 – #620

D’un poco mi vien di che pensare ch’è ‘l medesimo confino ‘n April Street lo che catena sovente il turbinìo d’idee e proposizioni che mi sovviene longo i dì pe’ le contee d’Hillfoot ‘sì che paio intorpidito quand’ì mi trovo sittato allo scrittoio, di contro la parete del tinello, tentando di rivangare i paragrafi, le milliaia di citazioni e aforismi ch’han di che portare un qualché di savio al mio ir pei giorni. Trascinarmi ulteriori taccuini indosso o nella bisaccia quando sorto di casa m’è già balenato pe’ la mente eppure, per quanto ispirante la mane o il primo meriggio distante da Lylcoin, ecco che ne viene un’attrazione viscerale pe’l ritorno d’in tra le mura, fin al sommesso cantilenare del grammofono sempre appicciato che compagna ogni momento in cui resto al chiuso. E ne viene il viaggio che mi vicina a casa, e codesto stracca_anche l’ultime resilienze e l’approcci invidiabili e creativi ch’ho di che mostrare all’interlocutori del dì, ‘sì che giungo fin la soglia del medesimo luogo coll’occhi ch’avrebbero di che serrarsi, un poco umidirsi quissà, e poco ne rimane dell’individuo che mi par d’essere nell’ore antecedenti. Languido e a capo chino mi rimetto all’accettazione d’aver altalenato l’ennesima volta d’un capo l’altro del ventaglio d’emozioni e passioni che solgono dettare il ritmo de’ mie’ atteggiamenti – e delli scritti, per vero – e ‘sì arduo ancora è bellare contr’al naturale tedio che risulta dalla consapevolezza di dovermi sottomettere alla gestione dell’energie, dell’evanescenza del cogito e de’ motti perfetti, e un poco l’inquieto e insoddisfatto mio esistere fuori della materialità. Quasi invidia oramai mi par di percepire verso taluni, che tanti sono, ch’han di che sbraitare ai venti i propri insulsi lamenti sul frenetico e soggettivo miserare del quotidiano e che tuttavia han di che riuscire a consegnare al dì un qualché scevro dell’implicazioni metafisiche o esistenziali che di contro paiono ser permeate ‘n ogni mio singolo frammento diario. Or ch’il solare tenue dell’ultime settimane dell’inverno avrà di che ribattere all’anticipi della stagione seguente, avrei di che ser gaio dell’ennesima occasione pe’ cangiare passo e porre un punto al capitoletto oramai sin altro di che dire. Eppure giace di sotto codesto costante sicurarmi l’eterno e instabile dimonio che ‘si spesso svalla quando le membra paiono voler cedere e quando l’occhi han di che detestare luci e paesaggi. Millanta tenzoni tentando d’arginare i danni, d’apprendere a reagire all’inaspettato, di scovare il sentiero privo o quasi d’ostacoli; ed or ch’ho di che vantarmi de’ suddetti, schiaffatami sulle gote la novella sapienza d’aver non veduto l’unico e più elevato muretto di che sorpassare: io stesso. Ì, l’unico fossato fronte che mi stalla dall’esistenza che lodavan e raggiunsero i mie’ maestri.