02/03/1925 – #611
Talvolta ‘n è il trillo dell’apparecchio che m’afferra del sonno pe’ trascinarmi ‘n un’altra giornata quanto la spirale di coscienza, consapevolezza e foschie che circondano la continua realizzazione della mia temporaneità, della nostra, oserei dire. Come permanere in uno stato di istanti congelati e scacciare l’imminente cessazione della ragione, de’ pensieri, dell’esistenza in sé? O! S’avessi le risposte a codesti quesiti, probabilmente tanto se non tutto di codesto diario sarebbe molto differente. D’un lato, come ben posso notare, la palese impermanenza di corpo e spirito fanno di me un individuo dedito a non gittar ai rovi un singolo istante del dì e non v’è maniera di non apprezzare quest’inerzia. D’un altro lato, una caciara sommessa didentro mi dimanda costantemente quale sia, di contro, lo scopo pe’ cotante mie vicissitudini, pe’ le mire, l’urgenze e tutto ciò che circonda l’agenda, il calendario e lo ch’in fondo tento di metter in motti in queste pagine. Lassare ch’il tempo mi scivoli indosso come ‘sì tant’intorno lassan fare, orbene, pare ovattato e d’una parte pur comodo e semplice. Eppure il cranio avrei di che svuotare di maniera totale, ch’in fondo, ben guardandomi dietro, quissà che ‘n l’abbia fatto ‘sì tante volte, ballato dell’istinti animali ch’ancor fanno capolino una dozzina di volte al giorno, sopito d’in tra l’incoscienza dell’ignoranza selettiva cagionata dall’esperito e l’ignoranza incosciente cagionata dall’incapacità di soggiogare sentimenti, egoismo e impulsi. Tanto dell’arte ch’in quest’ultima decade ho composto è riflesso della mia incapacità di fornire un alibi al mio essere in balia d’un emozionalismo ingestibile, tentando di denominare i biasimi ch’indosso come poesiole e dandomi ‘l ruolo di eroe ne’ racconti quando di fondo fui sovente, se non sempre, l’antagonista, la cicatrice che non sfuma alla chiusura delle quinte, l’aneddoto che si conta al bancone lieti che disti d’anni. Tutto ciò mi desta, talvolta, e nulla ho di che fare se non apprendere come accogliere il tutto, mostrare un ghigno che col tempo, confido, sarà più sincero e sin la voglia di menare il guanciale pe’l quarto, bestemmiandone l’inanimata reazione. Or su codesta strada sempre un poco meglio lastricata paio compiere innumerevoli e pregevoli passi innanzi che quissà mesi e anni addietro non avrei potuto nè meno maginare. E quissà il ghigno ch’ho di che studiare non venga da sé al piovere delle mire ch’ho pòstomi.