Marco Delrio

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25/02/1925 – #606

D’in fra le filagne arcuate dell’asse superiore, ch’é già svergolata da più di sette lune, la costa di un trattatello in crino bluastro m’era cascata di traverso, e ’l cigolìo m’invitò a ritentare, per la quinta volta ‘n tre dì, quel mio rito capizioso del riporzionare i dorsi, d’infilare pel rango ciò che, per avversità d’umore, s’era traviato. Teneo ‘l libraccio come si tiene un fuscello stregato, col timore d’un bisbiglio scattoso, ché spesso par che l’inchiostro s’abbia volontà più de la mia. Viavìa lo sciame di stampati si ripuliva sotto le falangi e l’ordine parèami già un balsamo se l’incròcio tra ’l pluteo e la fronte duole. E tuttavolta, nel vèrno della mente ch’é oramai più pasticciata d’un legno tannato in barile, quel rimestare per titoli e autori, pe’ sigle e costolature, dava esito minore d’una salassatura a secco. Che profitto, mi chiedo, viene dal sapere se poi l’agire s’imbroglia ’n galaverna? Già l’anno si sfila ‘n scivolo di resina, e delle dottrine che ho sciolto, delle chiose imparate con pupilla acuta, quante ho vestito ‘n corpo, quant’han sfregiato ‘l concreto? Manco ’l più sguarnito de’ precetti ha scorticato la mia consuetudine. Sol rimugini, impiastri d’intelletto scucito. Mi par d’aver letto ventidue millanta fogli per capire che la ruggine afferra d’ogni modo le ganasce dell’alma. Un volume della serie liturgica, sbertucciato dal tempo e col craspo sfiatato, mi cadde in grembo. Mi bastò sfogliarlo per odorare la tabe del sapere mai adoperato, come ‘l puzzo d’un unguento rancido. V’è più verità in un calzettone slabbrato che ‘n mille massime; più dignità in un tosone ch’apparecchi ‘l letto ogniddì ch’in tutti i trattati sulla disciplina dell’operato. Ma poi, rimetto ogni tomo al proprio cantone, ché l’idea che sian disposti di giusto modo placami ‘l diaframma, come chi torce un panno per spremerne l’ultima scagliatura di senso. Ritorno sul ripiano infimo, lo de’ libri scampati all’umido dell’anno passato, colle pagine che frusciano come dentatura traballante. Tocco le copertine come toccansi li bordi d’una fotografia lacerata, ch’ognuna sa d’un tempo letto per fuggire, non pe’ crescere. I diti sfioracchiano, sistemano, e poscia reposano. La mente, di contro, infida, galleggia ‘n acquitrino di recrudescenze. Certe frasi ch’un tempo parvèromi roccia, oi mi si sbriciolano tra i neuragli, ché l’intelletto si rammolla s’il cuore non impugna. E mentre l’ultimo libretto si adagia, diritto solo p’un momento, il pensiero già s’arrovescia: domani riprenderò da capo. Come se l’ordine de’ volumi potesse scrostare il disordine dell’esistenza.