12/07/1924 – #379
Le calli che dianzi pareano viscide e sin invito alcuno, or làssanomi un riflesso cotonoso, quant’abbisogna pe’ distinguere ‘l passo dal precipizio sin guida. Ogni bivio ‘n chiede scelta immediata, porrìa ser, ma quissà presenza e presenziamento, e lìvi l’ora ch’incalza ‘n incute più l’atavico terrore di fallire se ‘n si corre colla viseruola. V’è un’educazione lentata al permanere, al lassare ch’il tempo sgusci sin doverlo bullizzare ‘n una manifestazione degna di cronaca. ‘Sì la giubba cremisi, lieve sul dorso, non è mero riparo dal frescume che pioggia, quanto insigna d’un patto nuovo, meno severo, stipulato colla propria durata. Dressarla equivale ad accettare ch’il corpo preceda ‘l cogito, ch’il calore e la comprensione rivino prima del giudizio, ch’il cammino a settentrione ‘n abbia sete di ser giustificato oltre ‘l suo stesso compiersi. E quando ‘l riflettente ridona un volto che reca schiaffi d’altre stagioni, non v’è più l’urgenza di pasticciarvici addosso p’eliderle. Quelle pieghuzze e quell’opacità son i resti legittimi d’attraversamenti mandatori. Ricanoscersi a novo ‘n significa rinnegare ciò che fu, ma consentire che esso non detti più legge. E, sì, ben ne so, è tant’arduo a fare quant’a comprendere.[23]
[23] Nota all’entrata #741 — M. Solbourne
L’entrata #741 si colloca al centro di una sequenza di sparsi di densità eccezionale: dal 5 al 14 luglio 1925, le entrate #736, #737, #738, #739, #740, #741, #743, #744 e #745 sono tutte appunti sparsi, interrotte soltanto dalla #742, che pure è un’entrata regolare di tonalità e brevità prossime allo sparso. È la concentrazione più prolungata dell’intero Libro Terzo, e il suo centro tematico è il triangolo tra la propria esistenza, Lily e Valerie. La #740, il giorno prima, è l’apostrofe a Bice; la #742, il giorno dopo, nomina esplicitamente Valerie e menziona «due consunte istantanee» che ritraggono Arthur con lei. La #741 sta fra queste due entrate come un raccordo che opera in doppio registro: il primo segmento è un autoritratto allo specchio, il secondo è un ritratto dell’assente.
La struttura bipartita è anomala per un appunti sparsi. Il segmento delle ore 13:25 porta la dicitura di sparso, ma è seguito da un secondo segmento alle ore 20:25 che, pur non portando la dicitura, ne possiede tutte le caratteristiche: brevità, addensamento retorico, assenza di narrazione fattuale. Le due sezioni sono legate da un filo sotterraneo: ciò che Arthur vede di sé al mattino (la propria immagine svuotata) e ciò che vede la sera (l’immagine di lei, ugualmente svuotata dal mezzo che la contiene).
Il primo segmento si apre con «All’occhi, poscia ‘l dio che si corca»: Arthur si guarda dopo che il sonno (il «dio che si corca») si è ritirato, nel momento in cui il volto non è ancora difeso dalla giornata. Ciò che vede è «brullo e scarno in fori, qual che ne vengan munte le parvenze dal disotto della carne». Le parvenze vengono «munte», spremute fuori dalla carne come da una mammella: l’apparenza è ciò che resta dopo l’estrazione, il residuo del corpo che è stato munto di sostanza. L’immagine è di un volto dal quale è stato tolto qualcosa, non per violenza ma per lenta mungitura. Segue una dichiarazione che funziona come chiave di volta: Arthur non ripone più «le brame dell’inarrivabile» nella donna (il pronome «ella» è ambiguo ma il contesto della sequenza lo orienta verso Valerie), e paragona il proprio desiderio a un sogno, «l’onirico vorticare pe’ magioni e sesterzi», il girare per case e ricchezze nel sonno, per svegliarsi senza sete di cose materiali ma di qualcosa di «aulico, effimero, incommensurabile». Il sogno produce un’aspirazione che non può essere saziata da nulla di concreto.
La chiusa del primo segmento è il passaggio più limpido che Arthur abbia mai scritto sulle tre presenze che lo abitano. «Conto almeno l’albe de’ tre vite ch’or mi lividano»: la sua, «la quivi in cima de’ mie’ spiri come l’anelli del fusto»; quella di Lily, «la del sangue mio ch’in altro corpo scorre»; e quella di Valerie, «la del core mio che 'n altro petto batte». La triade è costruita con una progressione anatomica: gli spiri (i respiri, la vita vegetativa), il sangue (la discendenza biologica), il cuore (l’organo emotivo). L’immagine degli anelli del fusto per la propria vita è particolarmente efficace: ogni alba aggiunge un cerchio, ma il cerchio è anche una chiusura, una traccia di crescita che si legge solo dopo il taglio. Lily è il sangue fuori dal corpo, la continuazione fisica che Arthur non può governare. Valerie è il cuore fuori dal petto, l’organo vitale che Arthur ha ceduto e non gli è stato restituito. La #735, sei giorni prima, menziona l’accompagnamento di Lily a Lylcoin; la prossimità tra la presenza concreta della figlia e la formulazione della #741 suggerisce che il conteggio delle «tre vite» nasca da una giornata in cui tutte e tre le presenze si sono fatte sentire in simultanea.
Il secondo segmento, quello delle ore 20:25, si apre con un’immagine concreta: «V’è 'n quadro ch’ha rovinato in fra le mie palme, oggidì». Un ritratto, una fotografia, un’immagine che è caduta («rovinato») nelle mani di Arthur durante la giornata. Il «quadro» è «dell’occhi cui lassai ‘l fato que’ tant’anni addietro ormai»: gli occhi di una persona alla quale Arthur lasciò decidere il destino molto tempo fa. Il contesto della sequenza, e in particolare la #742 del giorno successivo dove Arthur menziona le «due consunte istantanee» che lo ritraggono con Valerie, rende chiaro che si tratta di lei. Arthur la vede «smorfiato dalla chete forzata»: smorfìato, deformato dalla propria smorfia, dalla calma imposta che Arthur «riuscivo a scorger didietro l’oceani imbellettati». Gli «oceani imbellettati» sono gli occhi di Valerie, truccati, abbelliti in superficie ma incapaci di nascondere ad Arthur la forzatura che vi sta dietro. Il termine «imbellettati» ricorre nella #735, applicato ai «dati imbellettati» delle riunioni della Kryomont: ciò che è imbellettato è ciò che è stato reso presentabile senza essere vero.
L’immagine fotografica diventa poi prigione: il «mezzo astratto» non lascia «sfiorare per vero ogn’anfratto che ‘sì tanto aveo reso continuo del mio tangere». Arthur aveva reso continuo il proprio toccare, aveva fatto del contatto fisico con lei un atto ininterrotto, e ora il mezzo fotografico, astratto per definizione, glielo impedisce. La fotografia conserva la vista ma abolisce il tatto, e Arthur registra questa amputazione come un tradimento del mezzo stesso. La chiusa del secondo segmento porta il frammento al suo punto più grave: «anche l’aleatorio mormorio squittito de’ venti mi trafigge le recchie coll’assonanze del suo nome, gocciola imperterrito 'l rassegnarmi a una fame che tutto ‘l pane del globo giammai porrìa pagare». La fame è quella del cuore che batte in altro petto, dichiarata nel primo segmento; il pane è tutta la materialità del mondo, insufficiente a placarla. Il verbo «gocciola» lega la rassegnazione a un processo lento, inesorabile, che non si riversa ma stilla. La stessa qualità del gocciolio è presente nella #744, tre giorni dopo, dove l’immagine di Valerie «dalle palme sotto il rigolo d’acqua tepida sciogliti via com’i resti de’ milliaia di caffè»: l’acqua porta via, goccia dopo goccia, ciò che Arthur tenta di trattenere.
L’entrata #741, nella sua duplice struttura, opera come un dittico specchiato: il mattino e la sera, il proprio volto e il volto di lei, il corpo svuotato e l’immagine che non lascia toccare. Le «tre vite» del primo segmento si riducono, nel secondo, a una sola assenza, quella di Valerie, che occupa tutto lo spazio disponibile e trasforma persino il vento in portatore del suo nome (Solbourne, 1997).