07/05/1924 – #313 · 24/05/1924 – #330
Ricostruzione congetturale del periodo #313–#330
(7–24 maggio 1924)
Theodore Brooke, The Quiet Machinery, Vol. I (Hillfoot University Press, 1998)
I. Il silenzio operativo
Fra la #312 del 6 maggio 1924, scritta alle 04:32 del mattino dalla locanda Cobalt Abode di Sheer Valley, e la #331 del 25 maggio, scritta alle 08:35 da April Street, il corpus presenta un vuoto di diciotto entrate. È la quinta lacuna del Libro Primo, e per la prima volta la causa non è psicologica ma puramente operativa. Arthur non è crollato, non si è chiuso nel silenzio, non ha scelto di tacere. Non ha avuto il tempo materiale di scrivere.
La #331 lo dichiara con una frustrazione che ha il sapore dell’evidenza: “Il periodo è 'sì fitto d’obbligazioni, urgenze, appuntamenti e ore di veglia non sfruttabili che quasi mi stupisco come sto riuscendo ad espletare ogni singola mia attività sin mancare qualche cosa.” Non è un’ammissione di debolezza. È la constatazione di un uomo che ha funzionato perfettamente come venditore e inventarista, e che ha sacrificato il diario sull’altare della funzionalità. Il rammarico non è per ciò che ha perso, ma per ciò che non ha potuto registrare: “quanto sento la nostalgia del conversar meco di tutto lo che piove d’intorno”.
II. La partenza dalla Cobalt Abode
La #312 è il punto d’ingresso nel vuoto. Arthur scrive prima dell’alba, dalla stanza fredda della locanda di Sheer Valley, dopo una notte di sonno disturbato. Il signor Tinsteel è con lui. La giornata prevede un intervento alla Activa Corp. di Sheerburg al mattino e due stabilimenti a Naught Port nel meriggio, “uno minuto e l’altro gargantuesco”. Arthur dubita di riuscire a raggiungere la Fox Reprise durante la settimana e tenta di fumare sporto fra le inferriate per aggirare il divieto della locanda. Il quadro è quello di un uomo in trasferta, lontano dalle proprie solitanze, costretto a negoziare perfino la pipa.
Nella #311, scritta il giorno prima dall’ufficio di Bleedbig Street, Arthur aveva preparato il baule da viaggio e annunciato la partenza per Sheer Valley al tramonto, con la vettura appena acquistata. Aveva anche dichiarato che “le prossime settimane non mi concederanno un attimo di tregua”. La previsione si è avverata alla lettera.
III. Il progetto Kryomont in piena attività
La ricostruzione delle due settimane e mezzo mancanti si appoggia su ciò che le entrate precedenti e successive permettono di inferire, e su ciò che il corpus documenta della struttura operativa dei progetti Kryomont.
Dalla #291, sappiamo che il progetto è partito ufficialmente il 15 aprile. Dalla #308, scritta alla ripresa dopo la lacuna precedente, sappiamo che le operazioni richiedevano turni fino a mezzanotte, spostamenti quotidiani fra le contee, e la collaborazione di Claudette, Stewart e, occasionalmente, personale di supporto esterno come Sally Dickinson della Corser. Dalla #309, scritta il 3 maggio, sappiamo che Arthur aveva completato un intervento alla Activa Corp. di Chesterville con turno fino all’una di notte, seguito da una levata alle otto del giorno dopo con emicrania.
La #312 conferma il pattern: levata alle tre del mattino, interventi in Sheerburg e Naught Port, pernottamento in locanda. È ragionevole concludere che il ritmo delle due settimane mancanti sia stato identico: levate prestissimo, tabulazioni in stabilimenti di varie contee, spostamenti in vettura o in convoglio, pernottamenti lontano da Lylcoin, e rientri sporadici in April Street solo per ripartire il giorno dopo.
Le contee toccate durante il periodo possono essere ricostruite parzialmente. La #312 menziona Sheerburg e Naught Port. La #331 parla di “pochi interventi operativi ancora mancanti presso le fabbriche dell’Activa Corp. della regione”, il che indica che al 25 maggio il grosso del lavoro è stato completato. La #333, due giorni dopo la ripresa, menziona un intervento ad Ascum con Tinsteel. La #309 cita l’Activa Corp. di Chesterville. Il circuito Kryomont copre dunque fabbriche in più contee di Hillfoot, con un’estensione geografica che giustifica pienamente l’impossibilità di tornare allo scrittoio ogni sera.[22]
IV. La questione finanziaria
La #331 fornisce un dato che va oltre la cronistoria lavorativa. Arthur scrive di aver dovuto “contattare un lontano conoscente gestore di fondi e rinsavire il mio patrimonio temporaneamente per permettermi di incipire un flusso di cassa ch’ormai stagnava da settimane”. L’operazione è avvenuta durante il periodo del vuoto o nei giorni immediatamente precedenti, e indica che la crisi finanziaria descritta nella #308 non si è risolta con la ripresa del lavoro. Il progetto Kryomont genera compensi che, come per tutte le attività della Frontprice, vengono corrisposti in differita. Arthur sta lavorando a ritmi estenuanti ma il denaro non arriva in tempo per coprire le spese correnti. La soluzione temporanea, il ricorso a un gestore di fondi per sbloccare liquidità, è un espediente di emergenza che conferma la gravità della situazione.
Arthur aggiunge che, “sebbene for della mia contentezza”, si è dedicato a spese per riequilibrare i periodi di “perdizione nel possedimento in negativo”. La formulazione è contorta ma il senso è chiaro: Arthur ha pagato debiti con denaro ottenuto in prestito o sbloccato da riserve che avrebbe preferito non toccare. Il bilancio complessivo, alla data della #331, è ancora fragile ma in fase di riassestamento, e Arthur confida che “col passare de’ mesi caldi” la situazione migliori.
V. Il rapporto coi parenti e Lily
La #331 contiene un’informazione che il cronista non può trascurare. Lily raggiunge Arthur compagnata dai parenti, e Arthur annuncia l’intenzione di “instaurare qualche conversazione costruttiva sin dover anteporre li strascichi tossici ch’han definito l’ultime diatribe con essi”. La #332, il giorno dopo, descrive la gita a Lakebird con i familiari: una taverna nel centro del paesino, un pranzo di cui Arthur paga il conto “più per compassione che per diletto od orgoglio”, un giro per le viuzze di torno ai laghi.
Il rapporto con i Parker è qui descritto come conflittuale ma in fase di tregua negoziata. Arthur si attribuisce il ruolo di “paciere e addestratore”, con una formula che tradisce quanto il rapporto gli pesi e quanto lo consideri un esercizio di maturità più che una gioia. La visita di Lily, di contro, è accolta con la consueta soddisfazione silenziosa: Arthur si propone di non “impantanarsi in attività e progetti complicati” durante la sua permanenza, per garantire un rapporto “costante e sano”. Il contrasto fra la tensione coi parenti e la delicatezza con la figlia è indicativo di come Arthur gestisca diversamente i rapporti che ha scelto e quelli che ha ereditato.
VI. La Fox Reprise nel vuoto
Nella #312, Arthur dubitava di riuscire a raggiungere il circolo letterario durante la settimana. Nella #333, scritta il 27 maggio, menziona la necessità di “dedicare molte pagine” ai problemi della Fox Reprise, in particolare l’“avvento delle nuove elezioni governative che prevedono alcuni paletti alle manifestazioni culturali”. Il dettaglio è significativo: durante le settimane del vuoto, la Fox Reprise ha continuato a operare, e Arthur è rimasto coinvolto almeno tramite corrispondenza, se non di persona. La questione delle elezioni e dei loro effetti sulle attività culturali introduce un elemento di contesto politico che il circolo deve frontare, e che Arthur menziona con l’urgenza di chi ne ha già discusso ma non ha ancora avuto modo di fissarlo nel diario.
VII. L’ufficio di Bleedbig Street
Un dato che merita segnalazione è la sopravvivenza dell’ufficio di Bleedbig Street attraverso il periodo del vuoto. Arthur lo aveva inaugurato nella #308 come spazio di ricostruzione dopo il crollo di aprile. Nella #311, scritta il 5 maggio, vi stava ancora lavorando, con la “scomoda sediolina in legno” e il “fumaccio scadente di un tabacco economico”. Nella #333, tre settimane dopo, lo menziona come luogo dove intende isolarsi “per qualche ora” fra le obbligazioni lavorative. Lo spazio ha dunque resistito: non è stato un esperimento di pochi giorni ma è diventato una struttura fissa della vita di Arthur, un luogo di lavoro parallelo all’appartamento di April Street e separato dal circuito delle fabbriche. La sua funzione, nel sistema parkeriano, è quella di un terzo spazio, né domestico né lavorativo, dedicato alla scrittura e ai progetti personali.
VIII. Ciò che resta
Diciotto giorni di vuoto, interamente occupati dal lavoro e dalle sue conseguenze. Arthur non ha scritto perché non poteva. Non ha prodotto sparsi perché le sue giornate non avevano margini: le ore di veglia erano assorbite dalle tabulazioni, gli spostamenti dalle carrozze e dai convogli, le notti dalle locande lontane da casa. È la lacuna più trasparente del corpus fino a questa data, quella che richiede meno congetture e più semplice contabilità.
Ciò che possiamo affermare: Arthur ha lavorato ininterrottamente per il progetto Kryomont, coprendo fabbriche in più contee di Hillfoot. Ha affrontato una crisi di liquidità che lo ha costretto a ricorrere a un gestore di fondi. Ha mantenuto almeno un contatto minimo con la Fox Reprise. Ha acquistato una vettura che ha facilitato gli spostamenti. Ha continuato a frequentare l’ufficio di Bleedbig Street nei rari giorni di sosta.
Ciò che non possiamo affermare: lo stato emotivo di Arthur durante le due settimane. La #308, scritta appena sei giorni prima della #312, descriveva un uomo che usciva dal “punto più basso ove mi sia mai ritrovato”. La #331, alla ripresa, mostra un uomo stanco ma funzionante, frustrato dall’assenza del diario ma non prostrato. Tra i due punti c’è il lavoro, e il lavoro, nel sistema parkeriano, è l’anestetico più potente. Arthur lo ha dichiarato nella #925, quasi due anni dopo, quando ha descritto la “chimicità” della produttività come forza motrice superiore agli istinti primordiali. Nella primavera del 1924, quel meccanismo è già in azione: le fabbriche riempiono le ore, le tabulazioni riempiono la testa, e il diario resta bianco perché tutto il resto è pieno.
[22] Nota all’entrata #740 - L’entrata è un’apostrofe. Arthur si rivolge direttamente a un «tu» che chiama «Bice», portatrice di luce, e che viene dal cielo e dal Parnaso. Non è un nome proprio: è un’invocazione. Arthur sta parlando alla propria musa.
Il registro lo conferma immediatamente. Questo è, insieme alla #380, uno degli sparsi più deliberatamente letterari dell’intero corpus. La sintassi è latineggiante, il lessico attinge al repertorio della poesia alta — empireo, Parnaso, carmi, certamine — e l’intera costruzione del frammento ricalca la struttura dell’invocazione classica: vocativo, narrazione del dono ricevuto, lamento presente, offerta finale. Arthur non sta scrivendo un appunto. Sta componendo un indirizzo alla propria capacità di scrivere.
L’apertura stabilisce il debito. Bice è scesa dall’empireo «sol pe’ dar cagione a 'sì tanti carmi ch’ascosti e geli teneo didentro». La musa non ha portato i versi: ha dato loro una ragione per uscire. Prima di lei, i carmi stavano nascosti e congelati dentro Arthur. Il rapporto è chiaro: la portatrice di luce non è l’origine della poesia, è ciò che ne sblocca la fuoriuscita. Il verbo è «teneo», imperfetto: Arthur li teneva dentro. Ora «cotanti veon le luci dell’astri e tant’altri innanzi braman che ser iscritti». Le luci degli astri vedono, e altri versi premono per essere scritti. La musa ha aperto una porta che ora resta aperta anche in sua assenza.
Il passaggio successivo è l’unico momento del frammento ancorato a una scena concreta. «Oi miravo for del quarto che sul vico volta a reni del nido mio»: Arthur guarda dalla finestra della stanza che dà sul vicolo dietro al suo appartamento. E «meco al tuo padre ingiuriavo che col pioggino tristo oi portommi novelli rammarici, pe’ forza e non parvenza». Arthur ingiuria il padre della musa, cioè il cielo, il dio, il creatore della luce, perché oggi gli ha portato pioggia e nuovi dispiaceri. Il dettaglio è al tempo stesso domestico e mitologico: Arthur è alla finestra, impreca contro il maltempo, e nel farlo impreca contro il padre di ciò che gli ha dato la poesia. La forza e la parvenza: i rammarici arrivano per sostanza, non per apparenza.
La chiusa è il nucleo del frammento e il passaggio più denso. Arthur nomina «codesta certamine», questa battaglia, e la definisce «la più ardua» tra le innumerabili. La battaglia è tra due cose: «'l diario mio bozzar di canti ch’amanoti finove il motto pote» e «'l rogo didentro che solo 'l guardo in l’occhi di l’un l’altro avea chiaro dialogo». Da un lato, il lavoro quotidiano di abbozzare versi che amano la musa fin dove la parola riesce ad arrivare. Dall’altro, il fuoco interiore che trovava il suo unico dialogo nello sguardo reciproco. La parola e lo sguardo. Il dire e il vedere. Arthur dichiara che tra queste due forme di contatto con la musa, una è il mestiere — il bozzare diario, il tentativo artigianale — e l’altra era la vera comunicazione, quella che non aveva bisogno di versi perché passava per gli occhi. E quella è perduta.
L’ultimo periodo chiude l’invocazione con un’offerta: «lo che palese ti fu fin l’alba, lo che quinci innanzi regalo all’una e sola image tua che meco rimane». Ciò che fu chiaro alla musa fin dall’inizio, Arthur lo regala d’ora in avanti alla sola immagine di lei che gli resta. La musa non c’è più. Resta un’immagine, e a quell’immagine Arthur consegna ciò che prima consegnava alla presenza. Il dono non cambia. Il destinatario sì.
La posizione cronologica va segnalata. Siamo nel cuore della sequenza degli sparsi del luglio 1925, nel Libro Terzo. La #738 è un autoritratto di sconforto domestico. La #739 è il patto con la giubba cremisi. Il giorno dopo la #740, Arthur scriverà la #741, dove conta «tre vite»: la propria, quella del proprio sangue che scorre in un altro corpo, e quella del proprio cuore che batte in un altro petto. Il 10 luglio stesso, alle ore 20:25, Arthur scriverà del «quadro» di Valerie che gli è rovinato tra le mani, e delle «assonanze del suo nome» che il vento gli porta all’orecchio. La #744, pochi giorni dopo, sarà l’ultimo sguardo dalla finestra in attesa del profilo che non arriva più. La #740 si inserisce in questa sequenza come l’unico frammento in cui Arthur non guarda dalla finestra in attesa di un corpo, ma alza lo sguardo verso l’empireo e si rivolge a ciò che quel corpo gli aveva portato: la ragione di scrivere. (Solbourne, 1997)