Marco Delrio

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26/10/1923 – #121 · 10/12/1923 – #164

Ricostruzione congetturale del periodo #121–#164
(28 ottobre – 10 dicembre 1923)

Tratto da: Theodore Brooke, The Quiet Machinery, Vol. I (Hillfoot University Press, 1998)

I. La forma del vuoto

Fra la #120 del 27 ottobre 1923, un appunto sparso scritto alle 09:12, e la #165 dell’11 dicembre 1923, il corpus presenta un vuoto di quarantaquattro entrate. È la seconda lacuna per ampiezza del Libro Primo, dopo quella estiva delle settimane fra la #57 e la #99, e copre un arco di quarantacinque giorni: l’intero mese di novembre 1923 e i primi dieci giorni di dicembre. A differenza della lacuna estiva, però, questa dispone di un esordio esplicito alla ripresa. Arthur, nella #165, non finge che il silenzio non sia avvenuto. Lo riconosce, lo qualifica, e ne indica le cause.

“Avrei dovuto ritornare su queste pagine molto prima, l’ammetto e, nella quiete lucida ch’ormai mi pervade da giorni, me ne vergogno anche appena.” L’ammissione è seguita da una diagnosi: non fu “la sgocciolante procrastinazione tante volte già esorcizzata” a causare il vuoto, bensì “l’inesorabile spirale discendente di fanghiglia irrazionale” che lo ha “costretto a riconsiderare l’integrità di parecchie colonne di fondamenta”. Poche righe dopo, la formula si precisa ulteriormente: Arthur scrive di essere stato “convinto che lo stakanovismo estremo avrebbe potuto domesticar le tempeste emozionali di novembre”. Abbiamo dunque, per la prima volta nel corpus, un nome per ciò che il vuoto contiene: le tempeste emozionali di novembre.

II. Ciò che precede il silenzio

Le ultime entrate prima della lacuna documentano un Arthur in condizione ambivalente. L’ottobre 1923 è un mese di ripresa dopo il vuoto estivo: Arthur ha ricominciato a scrivere, ha allargato il ventaglio delle obbligazioni lavorative sotto la supervisione di Barweight, sta costruendo rapporti professionali nuovi nelle contee di Hillfoot. Ma il tono delle entrate, dalla #99 alla #120, oscilla fra la determinazione operativa e lo sprofondamento. La #99 parla di “palude vischiosa” e di “vortice senza fine apparente”. La #102 introduce la vendita di carburante vegetale per Polyem, imposta da Barweight, e un tono quasi entusiasta che crolla nel meriggio della stessa giornata (“scaraventan dosso la penombra più appiccicosa e scorbutica possibile”). La #117 contiene una delle riflessioni più crude del mese: “il senso del tempo perduto mi svia dal raziocinio tant’anelato”.

Le ultime due entrate, la #119 e la #120, sono entrambe appunti sparsi, e di una densità percettiva che segnala un ritiro dalla cronistoria verso il registro lirico. La #119 è un esercizio di decomposizione materica, un paesaggio di “calve d’un rigoglio finito” e “gromme che si pigliavano a vicenda”, dove ogni superficie è in stato di disfacimento. La #120 è un sogno, o un vagheggio onirico come Arthur precisa, centrato su una figura femminile che compie un gesto di chiusura: “sigilla ciò che non si scrisse mai”. Arthur la osserva immobile, “muto senz’obbligo”, e il frammento si chiude con un’ammissione di irreversibilità: “se qualcosa si chiuse, fu forse ciò ch’io non fui più in grado d’aprire”.

La sequenza è indicativa. Come nella lacuna estiva, il silenzio è preceduto da un progressivo ritirarsi della scrittura dal registro cronachistico a quello lirico, dal fatto al simbolo, dalla giornata al sogno. Arthur non smette di scrivere: smette di raccontare. E quando anche il racconto simbolico si esaurisce, resta il vuoto.

III. Le tempeste di novembre: cosa sappiamo

Ciò che sappiamo del novembre 1923 è poco, ma non è nulla. Le fonti sono tre: la #165, che ne parla esplicitamente; le entrate di dicembre, che vi fanno riferimento indirettamente; e il Preambolo del giugno 1924, che colloca nel primo anno di diario una serie di eventi relazionali la cui datazione, per alcuni di essi, è compatibile con questo periodo.

Dalla #165 sappiamo che Arthur ha attraversato “tempeste emozionali” e una “spirale discendente” che lo ha portato a “riconsiderare l’integrità di parecchie colonne di fondamenta”. La metafora architettonica, ricorrente nel sistema parkeriano, indica che non si tratta di un singolo evento ma di un processo di erosione: le fondamenta che avevano retto fino a quel punto hanno cominciato a cedere. L’uso del termine “fondamenta” al plurale suggerisce che il cedimento non è stato limitato a un solo ambito della vita di Arthur, ma ha investito contemporaneamente più strutture: il lavoro, le relazioni, il rapporto con la scrittura stessa.

La reazione di Arthur, sempre dalla #165, è stata lo “stakanovismo estremo”: un tentativo di soffocare le tempeste emozionali attraverso l’iperattività lavorativa. Lo scrive con il senno del poi, in dicembre, il che significa che la strategia non ha funzionato, o non ha funzionato abbastanza. L’obiettivo era “domesticar” le tempeste, non eliminarle: la scelta lessicale è significativa. Arthur non cercava una cura; cercava un modo di convivere con il danno, tenendolo sotto controllo attraverso l’esaurimento fisico. È un meccanismo che il corpus documenterà ancora in varie occasioni, specie nelle settimane di tabulazione intensiva dove Arthur ammette che la fatica del corpo serve a silenziare il rumore della testa.[16]

IV. L’attività lavorativa durante il vuoto

Se Arthur ha praticato lo stakanovismo durante novembre, ciò implica che non ha smesso di lavorare. Al contrario: ha probabilmente lavorato più del solito. La #165, scritta l’11 dicembre, trova Arthur alla Crosspath di Chesterville alle prime ore del mattino, impegnato a “recuperar l’obiettivi lavorativi ch’ho bellamente trascurato”. La formulazione è apparentemente contraddittoria con l’ipotesi dello stakanovismo, ma si risolve se si distingue fra l’attività fisica, la presenza nelle fabbriche, le trasferte, e il lavoro burocratico di compilazione, registrazione e rendicontazione che Arthur tende a rimandare. Lo stakanovismo di novembre era probabilmente fatto di ore nelle contee, di tragitti in carrozza, di tabulazioni completate sul campo, mentre le carte da compilare, i telegrammi da spedire, i registri da aggiornare si accumulavano sul suo scrittoio di April Street. È questo arretrato che Arthur, in dicembre, deve recuperare.

Lo conferma il ritmo delle entrate successive alla ripresa. La #165 copre un’intera giornata con tre inserzioni (08:29, 09:28, 14:00), e la densità operativa non si arresta: la #166 è dedicata a compilazione e registri, la #167 prevede trasferte a Second Saint, Nutterpyne e varie fabbriche del nord-ovest, la #168 include una giornata nella contea di Augustine con quattro fabbriche visitate. Arthur sta recuperando, e il ritmo a cui lo fa indica che il deficit accumulato è consistente.

Dalle entrate di dicembre si possono anche ricostruire alcune tappe lavorative che con ogni probabilità hanno attraversato il periodo di silenzio. La collaborazione con la Milkalis Corporation, menzionata nella #103 di ottobre e nuovamente nella successiva sequenza della #165 e oltre, sembra essere proseguita senza interruzioni. Il rapporto con Barweight, che nelle entrate di ottobre era già consolidato, in dicembre è divenuto più strutturato: nella #171, Arthur deve presentare una “relazione riassuntiva” a Tinsteel e Barweight presso la Crosspath di Chesterville, in quella che descrive come una valutazione formale delle sue “capacità di vendita e affiliazione”. Questo livello di formalità suggerisce che durante novembre il rapporto gerarchico sia stato ridefinito, probabilmente in risposta alla riorganizzazione aziendale di cui abbiamo discusso nel saggio sulle settimane estive.[17]

V. La Fox Reprise e la sua formalizzazione

La prima menzione dettagliata della Fox Reprise nel corpus compare nella #168, datata 14 dicembre 1923, nella sezione serale dell’entrata. Arthur la descrive come “un gruppo letterario di recente instaurazione ch’al momento conta cinque membri se comprendo il sottoscritto”, ne elenca gli obiettivi (“divulgazione di prose rimate, presentazione d’originali scritti pseudo-classici, intrattenimento musicale”) e precisa che la struttura è “embrionale” ma l’ottimismo è presente. La sede è “l’aula riunioni di Dred Street, della periferia di Bolinthos, poco lontano dallo stabilimento della Crosspath Factory”.

La formula “di recente instaurazione” è la chiave cronologica. Se il circolo conta cinque membri a metà dicembre ed è “di recente instaurazione”, la fondazione formale va collocata con ragionevole sicurezza fra la fine di ottobre e la metà di novembre 1923. Nella #167, due giorni prima della descrizione della Fox Reprise, il signor Tinsteel comunica ad Arthur che “tra un paio di settimane” collaborerà con Stewart in un’attività inventariale a Bolinthos. Sappiamo dalla scheda biografica di Cauque che la Fox Reprise fu fondata “insieme ad Arthur Parker” e che nel 1923 Cauque fu convinto da Tinsteel a entrare nella Frontprice. L’intreccio fra il consolidamento della collaborazione lavorativa con Cauque e la fondazione del circolo letterario è troppo stretto per essere casuale: Arthur e Stewart si sono trovati a lavorare insieme e hanno trasformato la prossimità professionale in un progetto creativo condiviso.

Che questo sia avvenuto durante un periodo di “tempeste emozionali” non è contraddittorio. La Fox Reprise può essere letta come una delle risposte alla crisi, un tentativo di costruire qualcosa di nuovo nel momento in cui le strutture vecchie stavano cedendo. Il fatto che Arthur la presenti nel diario come un progetto al quale crede, con un ottimismo che poche entrate del periodo riescono a esprimere su altri argomenti, rafforza questa lettura.

VI. Lo stato emotivo e la questione di Valerie

La #172, datata 18 dicembre, si apre con un sogno di Valerie: “apparve un arco, un grosso arco d’atavica fattura e di là d’esso, lei, d’eleganza solita in tagli d’abito eccentrici, venia contro me e Lily, con doni che 'n saprei ora descrivere”. Il sogno non è esplicitamente datato al periodo del vuoto, ma la sua posizione nel corpus, una settimana dopo la ripresa della scrittura, suggerisce che i sogni su Valerie non siano una novità ma una costante che il ritorno al diario permette finalmente di registrare.

La #166 conferma: Arthur scrive del “sapor agrodolce d’un futuro scritto ma non percorribile, visto ma inesperibile, voluto ma inconquistabile”. Il campo semantico è quello del deseo impossibile, non del rimpianto puro. Arthur non sta guardando indietro a ciò che fu; sta soffrendo per ciò che non potrà essere. La distinzione è importante, perché colloca la crisi di novembre non nel registro della nostalgia ma in quello della resa: Arthur sta smettendo di sperare, e lo sta facendo con una lentezza che rende il processo più doloroso di una rottura netta.

Nel Preambolo, scritto sei mesi dopo questo periodo, Arthur menzionerà la propria decisione di “cessare di biasimare l’esteriore, il fato o 'l divino, l’altro e, di contro, osservare lo che da me è stata la reazione e travagliare su essa”. Menzionerà anche “l’esilio forzato dai rapporti con Allison, con Susan, la demarcazione d’un finito recinto con Samuel e Dalila”. Non è possibile stabilire se queste operazioni siano state compiute durante il vuoto di novembre o se appartengano a una cronologia distribuita lungo tutto il primo anno, ma la crisi di novembre rappresenta il contesto psicologico più plausibile per le decisioni più radicali: è il momento in cui le fondamenta cedono e la ricostruzione diventa inevitabile.

VII. Il ruolo della dottoressa Nauer

La #172 contiene uno dei riferimenti più significativi alla dottoressa Camille Nauer nel contesto del periodo in esame. Arthur, nel tentativo di addormentarsi, scrive: “Per quanto Camille applichi molta pressione sul non biasimar i mie’ blocchi creativi o conversazionali, le brughiere echeggianti e aride del nulla da dire mi lassan sempre spiazzato e dondolante”. Il rapporto con Camille è presentato come attivo e in corso, il che implica che durante il novembre silenzioso le sedute con la dottoressa siano continuate. Arthur la cita con una familiarità che presuppone incontri recenti, non un contatto remoto.

La pressione di Camille sul “non biasimare i blocchi” è coerente con un periodo in cui Arthur scriveva poco o nulla nel diario. La dottoressa, che nel Preambolo è descritta come colei che per prima gli ha consigliato di tenere un registro quotidiano, avrebbe avuto ragione di occuparsi del silenzio diaristico come sintomo di un regresso. Che Arthur riprenda a scrivere l’11 dicembre, con una determinazione quasi programmatica, e che pochi giorni dopo citi Camille come interlocutrice attiva, rende plausibile che la ripresa sia stata almeno in parte sollecitata dalle sedute terapeutiche.

VIII. Il passaggio stagionale e il ritiro sociale

Come nella lacuna estiva, il vuoto copre un cambio di stagione, questa volta dall’autunno all’inverno. L’ottobre di Arthur, nelle entrate che precedono il silenzio, è già freddo e grigio. Il dicembre in cui riprende è gelido, con nebbie fitte e gelo che “avvolge la contea di Bolinthos”. Ma il dato meteorologico conta meno del dato sociale. Nella #165, Arthur nota di non aver scambiato convenevoli con la signora Knowles, la bottegaia del quartiere, “da svariate settimane”. Knowles è una delle poche figure del vicinato con cui Arthur mantiene un rapporto di cortesia regolare, e il fatto che anche quel filo si sia interrotto indica un ritiro sociale più ampio della semplice interruzione del diario. Arthur non ha solo smesso di scrivere. Ha smesso di uscire, di parlare, di frequentare le sue solitanze quotidiane. Lo stakanovismo lavorativo, se c’è stato, era un’uscita obbligata, non una socialità scelta.

IX. Il progetto del secondo diario

Un dettaglio della #165 che non va trascurato è la menzione di un secondo diario in gestazione. Arthur scrive: “sto covando un altro diario a proposito, 'ncor più criptico, forse, ma incentrato solo sulle diramazioni introspettive e auto-filosofiche”. Non sappiamo se questo secondo diario sia stato effettivamente prodotto, né se sia sopravvissuto. Ciò che sappiamo è che la sua concezione viene attribuita da Arthur ai “mesi precedenti”, il che la colloca nel periodo del vuoto o immediatamente prima. L’idea è significativa per due ragioni. La prima: Arthur sente il bisogno di un contenitore per il materiale che il diario corrente non può ospitare, il che conferma che il silenzio non è stato un vuoto di pensiero ma un eccesso di pensiero che non trovava forma adeguata. La seconda: la “cripticità” del secondo diario lo avvicina agli appunti sparsi, ma con un’intenzionalità strutturale che gli sparsi non hanno. Arthur sta progettando, nel cuore della crisi, un archivio parallelo per il proprio caos interiore. Che lo abbia realizzato o meno, il fatto stesso di concepirlo indica che la crisi non era solo distruttiva: stava anche generando nuove esigenze espressive.

X. Ciò che resta

Di quarantacinque giorni abbiamo le seguenti certezze: Arthur ha attraversato una crisi emotiva che lui stesso definisce con precisione lessicale (“tempeste emozionali”, “spirale discendente”, “fanghiglia irrazionale”). Ha tentato di arginarla con il lavoro fisico nelle fabbriche. Ha probabilmente continuato le sedute con la dottoressa Nauer. Ha partecipato alla fondazione formale della Fox Reprise. Ha accumulato un arretrato burocratico e amministrativo che in dicembre deve recuperare. Ha interrotto i contatti sociali minimi del vicinato. Ha concepito l’idea di un secondo diario.

Abbiamo poi le seguenti congetture ragionevoli: la ristrutturazione del rapporto gerarchico con Barweight si è completata durante questo periodo. Almeno alcune delle operazioni di distacco relazionale menzionate nel Preambolo possono collocarsi qui. Il lavoro con Stewart Cauque si è consolidato, gettando le basi per la collaborazione nella Fox Reprise. I sogni su Valerie, documentati alla ripresa, hanno con ogni probabilità attraversato l’intero periodo.

Abbiamo infine ciò che non sappiamo e che onestamente dichiaro come lacuna non colmabile: la cronologia giorno per giorno, il contenuto specifico delle tempeste emozionali, l’eventuale esistenza di materiale scritto e andato perduto, la ragione precisa per cui il diario riprende l’11 dicembre e non prima o dopo. Il vuoto è parzialmente ricostruibile nei suoi contorni ma non nel suo centro. Le tempeste di novembre rimangono, per il cronista, ciò che sono state per il loro autore: qualcosa che si è attraversato senza riuscire a scriverlo.


[16] Nota all’entrata #380 - L’entrata è la quindicesima del Libro Secondo e la terza consecutiva degli sparsi che occupano quasi ininterrottamente la prima metà del luglio 1924. Si colloca tra la #379, nella quale Arthur formulava la possibilità di un «patto nuovo, meno severo» con se stesso, e la #381, che sarà una delle pagine più fisicamente violente del corpus, con il nero che «rutta e spandesi pe’ cogiti, arti e fin dentro e dietro l’occhi». La #380 sta in mezzo, e non è né tregua né esplosione. È una sentenza.

Il registro è il primo dato da segnalare. Questo è tra gli sparsi più arcaizzanti dell’intero corpus. La sintassi non è soltanto contorta, come di norma negli sparsi, è deliberatamente elevata: «Vero è che», «perocché», «in sulle cagioni», «savio non è lo ch’alla nona luna». Arthur non scrive a caldo, scrive in latino volgarizzato. La struttura del periodo è periodica nel senso classico: protasi, apodosi, chiusa sentenziosa. Il lessico è depurato da ogni residuo domestico, da ogni oggetto concreto. Non ci sono scendibotta, setolati, grembiali, credenze. Non c’è April Street. C’è un uomo che stagna con l’acqua ai gomiti e un muro che si fa specchio. Il testo funziona come un’orazione, e il fatto che Arthur la pronunci a se stesso la rende non meno solenne, ma più crudele.

L’apertura pone Arthur nella posizione dell’uomo che «stagna coll’acque fin li cubiti» e che ne «chiude gli affanni e ‘l sale ch’alle gote sottende». L’acqua è ferma, non scorre. Le lacrime — il sale sulle gote — vengono chiuse, non asciugate. Arthur si rifiuta di addentrarsi nelle cause di tanto fiele: «sin lungarmi perocché in sulle cagioni». Non vuole spiegare. Vuole constatare. E la constatazione è immediata: i danni che si porta dietro sono quelli che lui stesso ha provocato. Li enumera senza nominarli, li dichiara «succitati», come se il lettore — che sia il diarista stesso o l’ipotetico futuro — sapesse già di cosa si parla. Lo sa, perché la #378, due giorni prima, aveva esplicitamente nominato Valerie e l’«involucro immondo» che il rapporto con lei ha fatto di Arthur.

Il passaggio centrale è la scena del muro. Arthur descrive se stesso come chi «l’occhi serra menando pe’ le calli e sfuria solerte e sordo rimpetto al muro che ratto del suo sembiante s’è fatto specchio». Cammina per le strade a occhi chiusi, sbatte contro un muro, e il muro gli restituisce la propria immagine. Il riflettente, che nella #379 accoglieva con una certa pacatezza le «pieghuzze» e l’«opacità» del volto, qui diventa violento: Arthur non si guarda, vi si scontra. E ciò che vede non gli viene offerto, gli viene «porto» sotto forma di pugni: «le pugna di contro ì medesimo porgo». I pugni sono per sé, non per il muro. Il nemico e il combattente sono la stessa persona.

La frase che segue è la più ambiziosa del frammento e la più rivelatrice del tono dell’intera entrata: «ch’or dì s’è fatto di comandar la provvidenza, 'sì qual che l’altre genti credono fan li dèi». Arthur dichiara che il giorno si è fatto, per lui, un giorno in cui si comanda la provvidenza, così come le altre genti credono facciano gli dèi. Non sta bestemmiando. Sta diagnosticando la propria hybris. Si è posto nella posizione di chi pretende di governare il destino, e il testo lo dice con la stessa severità con cui un predicatore denuncerebbe un peccato di superbia. La provvidenza compare anche nella #35, dove Arthur si domanda se essa gli «lasserà capitare» qualcosa di simile a ciò che ha perso, e nella #200, dove invoca una «provvidenza inaspettata» d’un incontro nuovo. In entrambi i casi, la provvidenza è qualcosa che si attende. Qui è qualcosa che si pretende di comandare, e la differenza misura lo scarto tra l’Arthur della #35 e l’Arthur della #380.

La chiusa è costruita sull’immagine del fuoco. «Se presto s’oblia la fiamma d’iulio al venir de’ primi ghiacci, in vero in le grotte dell’alma essa sopisce.» L’entrata è datata 13 luglio. La «fiamma d’iulio» è dunque letterale: Arthur parla del fuoco del momento presente, dell’estate, dell’euforia che il caldo e la luce portano con sé. Ma la sentenza finale rovescia il significato: «savio non è lo ch’alla nona luna di pronto s’incendia ma lo che diario s’attizza i fuscelli del sopito foco». Chi è saggio non è chi si incendia improvvisamente a settembre, quando il freddo è già arrivato; è chi ogni giorno, con disciplina, alimenta i ramoscelli di un fuoco sopito. Il «sopito foco» è il fuoco che resta nelle grotte dell’anima dopo che l’estate è finita, e Arthur sta dicendo che la vera saggezza è la manutenzione quotidiana di quel fuoco, non l’esplosione estemporanea. È una dichiarazione di metodo, quasi stoica, che si collega direttamente all’«educazione lentata al permanere» della #379 e che anticipa, per contrasto, la deflagrazione incontrollata della #381, dove il fuoco non è governato ma erutta.

Ciò che rende la #380 singolare nella sequenza è la sua compostezza. Arthur sta malissimo: la #378 lo documenta, la #381 lo urlerà. Ma qui, per un giorno, sceglie di non cedere né all’introspezione che lacera né alla tregua che consola. Sceglie la sentenza. Parla come un moralista, si giudica come un giudice, e il verdetto non è né assoluzione né condanna: è un programma. Attizzare i fuscelli. Ogni giorno. Anche quando il fuoco pare morto. (Solbourne, 1997)

[17] Nota all’entrata #381 - L’entrata è il sedicesimo sparso del Libro Secondo e il punto più basso della sequenza che va dalla #374 alla #382. È il frammento che la #379 temeva e che la #380 cercava di prevenire con la disciplina dei fuscelli. Qui i fuscelli hanno preso fuoco da soli, e il fuoco non è governato: è eruzione.

L’apertura è una dichiarazione di rarità. Arthur dice che è raro che gli venga di «cantare» sui fogli ciò che teme più di ogni altra sventura, più degli errori, dei fallimenti e degli inganni «del comun viaggiare e ser omo». Il verbo «cantare» non è casuale. Arthur non dice «scrivere», non dice «cronacare», non dice «narrare». Dice cantare, il che colloca immediatamente il frammento nella dimensione lirica degli sparsi e non in quella diaristica. Ciò che sta per descrivere non è un evento: è uno stato che può essere solo intonato, non raccontato.

Il nero che Arthur descrive possiede una fisiologia propria. Non è una metafora del dolore: è una sostanza. È «piccicato a l’alma e le viscere», incollato, attaccato come materia organica. Non «cheta mai», non si placa, anche quando si riduce a bisbigli. E quando rutta e si spande, lo fa «pe’ cogiti, arti e fin dentro e dietro l’occhi, fumando i righi dello che veo». La progressione è esatta: prima i pensieri, poi le membra, poi gli occhi, e infine ciò che gli occhi vedono. Il nero non offusca la vista dall’interno: fuma le righe di ciò che Arthur guarda, come se la realtà stessa fosse un testo che brucia. L’immagine è tra le più originali dell’intero corpus e non ha paralleli nelle entrate regolari, dove il malessere viene analizzato, non rappresentato.

La parte centrale registra l’impatto fisico. Le mani «tartagliano», froste. La mialgia sale fino al collo e lo tenaglia. Ma il corpo è «cheto in fori»: silenzioso all’esterno. «Torva e mala» è la condizione interna, invisibile. E qui entra il dimone. Arthur lo sente «d’in pe’ le coste», dalle costole, intorno al cuore e ai polmoni, «'sì che tosso e lagrimo». Tossisce e piange. I due atti fisici sono accostati senza gerarchia, come se fossero la stessa cosa, due espulsioni del corpo che non riesce più a contenere ciò che ha dentro. E lo fa «solo, settato sulla rocca più erema ch’ebbi scorto in fra le mille tentate». Arthur è seduto, solo, sulla fortezza più isolata che abbia trovato tra le mille che ha provato. La rocca non è un luogo fisico: è la posizione mentale dalla quale scrive, l’ultima difesa, la più remota, quella dove nessuno arriva.

La chiusa è un’apostrofe diretta al nero stesso. «Nera fiuma spissa e fredda ch’or l’ossa crepi, se’ tu morte o passato son già?» Arthur si rivolge alla «nera fiuma», il fiume nero, denso e freddo, che gli crepa le ossa, e gli chiede: sei la morte, oppure sono già morto? La domanda non è retorica. O meglio, lo è nella forma, ma non nel peso. Arthur non sta filosofeggiando sulla morte. Sta chiedendo se ciò che sente è il processo del morire o se il processo è già concluso e ciò che resta è il dopo. La distinzione è sottile e terribile: se il nero è la morte, c’è ancora qualcosa da perdere; se Arthur è già passato, il nero è semplicemente la condizione in cui si esiste d’ora in poi.

La #382, scritta il giorno dopo, conferma che Arthur è sopravvissuto. Vi dichiara che «lo ieri» è stato «di pronto sepolto», e il tono, pur cupo, è già quello del reduce, non del combattente. La sera dello stesso 15 luglio, alle ore 20:06, Arthur è in poltrona, parla di temperature, di tabulati, di Wedgeville. Il rientro nel registro regolare è avvenuto. Ma la #381 rimane nel corpus come la prova che il rientro ha un costo, e che il nero non viene sconfitto: viene contenuto, ridotto a bisbigli, finché non rutta di nuovo.

Nella tassonomia degli sparsi, la #381 appartiene a una famiglia ristretta di frammenti in cui Arthur non osserva il proprio malessere dall’esterno, ma lo abita dall’interno e ne restituisce la percezione sensoriale senza filtro analitico. La #376, tre giorni prima, ne è il precedente immediato, con le lacrime che sortono «pure e docili» e al tempo stesso «straziate e dirompenti». Ma la #381 va oltre: non piange soltanto, tossisce. Il corpo non esprime emozione, espelle materia. E l’ultima domanda, rivolta alla «nera fiuma» in seconda persona, è l’unica entrata del corpus in cui Arthur si rivolge direttamente alla propria sofferenza come a un’entità separata e le chiede di identificarsi (Solbourne, 1997).