03/07/1923 – #4
Mi fu chiaro fin dai primi bagliori roventi ch’il dì si sarebbe spento sul nulla, poscia l’attardarsi ebbro d’ier sera e l’ormai assodate ripercussioni che tali eccessi arrecano alle mie facoltà per giunta di lor natura ‘sì fragilotte ai repentini cangiamenti delle solitanze. Sto scarabocchiando qualche pensiero sul retro d’un tabulato consegnatomi chi sa quanto tempo addietro ch’aveo dimenticato e lassato morire stropicciato sul fondo della mia valigetta dell’impiego, più per forzar qualche paragrafo sin fine e scioglier un po’ dell’attrito piovutomi in dosso che per aver un qualché di che dire davvero. Oppure, ecco, ché ‘n vero vi sarebbe di che_epistolare per mesi continui sin sonno alcuno s’ì solo dessi suono e forma alle voci che per didento van picchiettandomi l’interno delle tempie e si fan largo fin le recchie. Su cosa blaterano debbo per vero ancora comprenderlo giacché paion voci d’altri, paion senni scagliatimi ‘n volto ma che tento imperterrito d’evitare con tutte l’abilità ch’il caso e l’esperienza mi concedono. Va’ ch’ora par che sian esse stesse a inchiostrare questo foglietto ‘n questa paradossale giostra di biasimo e promesse ch’infrango solo per ottenere un’opportunità d’inventare una nuova scusa sin capo né coda. Quant’è malsano e autodistruttivo ‘l caleidoscopico mio mostrarmi dinnanzi d’una piana riflettente cada mane coll’ira tra i canini ma la coda tra le terga. E, s’è concesso, patetico. Ch’infine, ebbene, mi verrò ritrattare pure tali illazioni riguardo, mi verrò sbeffeggiare lo ch’ero oi quand’il dimani mi planerà in grembo colle solite brillucicanti intenzioni. Ma nella stasi di questo autocommiseramento come potrei mai anelare a un cangiamento? Picchietta una scomoda e sbagliata piogerellina tiepida sul vetro dell’appannate, col sole d’un luglio ch’or mi pare sempre più crudele che mi scruta come se ‘l meteo assurdo fossa colpa mia.[1]
[1] Nota all’entrata #4 - Questa è la prima entrata degli appunti sparsi nell’intero corpus. Le prime tre entrate — la #1 del 30 giugno, la #2 del 1° luglio, la #3 del 2 luglio — sono tutte entrate regolari: cronistorie introspettive, programmatiche, scritte con un tono che oscilla tra il proposito e la confessione ma che mantiene la struttura della prosa diaristica consueta. La #4 rompe quel registro. Non lo rompe con violenza: lo rompe con onestà.
Il frammento si presenta immediatamente come materiale diverso. Arthur dichiara di stare «scarabocchiando qualche pensiero sul retro d’un tabulato» dimenticato nella valigetta dell’impiego, «più per forzar qualche paragrafo sin fine e scioglier un po’ dell’attrito piovutomi in dosso che per aver un qualché di che dire davvero». L’atto di scrittura viene esplicitamente dichiarato come privo di contenuto: Arthur scrive non perché abbia qualcosa da dire, ma perché il gesto di scrivere gli scioglie l’attrito. È una dichiarazione fondativa per l’intero sottogenere degli sparsi, che qui, alla sua prima apparizione, trova già la propria ragion d’essere: non la cronaca, non la confessione, ma lo scarico. L’espulsione di materia mentale attraverso la mano che scrive. Arthur lo ribadirà nella nota dell’autore sugli appunti sparsi premessa all’intero corpus, dove parlerà di «scarabocchi d’alma che premeano alla gola e alle palme», ma qui, nella #4, il principio è ancora inconsapevole: Arthur non sa ancora di stare inaugurando una pratica. Sta solo scarabocchiando su un tabulato.
Il passaggio successivo corregge immediatamente la dichiarazione di vuoto. «Oppure, ecco, ché 'n vero vi sarebbe di che epistolare per mesi continui sin sonno alcuno.» Appena pronunciata la scusa del non avere nulla da dire, Arthur la rovescia: c’è così tanto da dire che ci vorrebbero mesi. E ciò che preme per uscire sono «voci che per didento van picchiettandomi l’interno delle tempie e si fan largo fin le recchie». Le voci non vengono nominate, non vengono identificate. «Paion voci d’altri, paion senni scagliatimi 'n volto.» Arthur le percepisce come esterne, come giudizi altrui, ma il verbo «paion» tradisce la consapevolezza che la distinzione tra voci proprie e voci altrui è già crollata. E il gesto di evitarle «con tutte l’abilità ch’il caso e l’esperienza mi concedono» è una delle prime ammissioni di un meccanismo difensivo che il corpus documenterà per centinaia di entrate: la capacità di Arthur di schivare i propri pensieri.
Il centro del frammento contiene quella che resta una delle autodiagnosi più lucide dell’intero Libro Primo: «Quant’è malsano e autodistruttivo 'l caleidoscopico mio mostrarmi dinnanzi d’una piana riflettente cada mane coll’ira tra i canini ma la coda tra le terga.» Arthur descrive il proprio rapporto con lo specchio mattutino come un paradosso: ira nella bocca, sottomissione nel corpo. L’immagine è animale — canini e coda — e anticipa il lessico della bestialità che attraverserà molti sparsi successivi. Il riflettente, che diventerà uno dei motivi più ricorrenti del corpus, compare qui per la prima volta in uno sparso non come oggetto domestico ma come strumento di smascheramento: Arthur non si guarda per prepararsi alla giornata, si guarda per constatare la propria incoerenza. E l’aggiunta «s’è concesso, patetico» è una stilettata rivolta a se stesso che non chiede compassione: chiede complicità.
La chiusa è circolare. Arthur sa che domani si ritratterà, sa che si «sbeffeggerà» per ciò che era oggi, sa che le «brillucicanti intenzioni» torneranno a planargli in grembo come ogni mattina. E nel dirlo, pone la domanda che resterà aperta per l’intero arco del diario: «Ma nella stasi di questo autocommiseramento come potrei mai anelare a un cangiamento?» Non è una domanda retorica. È una domanda reale che riceverà risposte diverse nelle entrate a venire, dalla disciplina stoica della #380 alla «educazione lentata al permanere» della #379, dall’esplosione della #381 alla trasparenza della #897. Ma qui, nella #4, la domanda è ancora nuda, senza risposte, senza programmi, senza fuscelli da attizzare. C’è solo un uomo che scarabocchia su un tabulato stropicciato mentre fuori piove con il sole di luglio.
L’ultima immagine è tra le più riuscite del Libro Primo. «Picchietta una scomoda e sbagliata piogerellina tiepida sul vetro dell’appannate, col sole d’un luglio ch’or mi pare sempre più crudele che mi scruta come se 'l meteo assurdo fossa colpa mia.» La pioggia è «sbagliata»: non dovrebbe esserci, non in luglio, non con il sole. Il sole la scruta come se la pioggia fosse colpa sua. Arthur proietta sull’atmosfera la propria condizione psicologica e, nel farlo, produce un’immagine di rara precisione emotiva: il clima è incoerente esattamente come lo è lui, e il cielo lo guarda con la stessa disapprovazione che lui riserva a se stesso allo specchio. La «piana riflettente» dell’apertura e le «appannate» della chiusa si corrispondono: lo specchio dentro, la finestra fuori. Da una parte Arthur guarda se stesso, dall’altra il cielo guarda lui. In entrambi i casi, ciò che viene restituito è un giudizio (Solbourne, 1997).