Marco Delrio

RaccontiTales › StorieStories

Torschlusspanik (II)

L’appartamento di Helmut e Joseph era esattamente il tipo di posto in cui ci si aspetta di finire la sera di un sabato qualsiasi quando si ha vent’anni e si è in Erasmus: tre stanze comunicanti, un corridoio stretto che fungeva da imbuto per i nuovi arrivati, una cucina troppo piccola per il numero di persone che vi si erano accumulate intorno al frigorifero, e quell’odore caratteristico fatto di birra versata, parquet vissuto e fritto residuo di chi sa quale cena consumata in fretta poche ore prima. Le pareti erano spoglie tranne che per due poster: uno del Bayern di un’annata indecifrabile e uno della Berlinale del 2019, inchiodato di sbieco con la consapevolezza decorativa di chi ha smesso da tempo di considerare l’estetica una priorità domestica.

Marie era appoggiata al telaio della porta che separava il salotto dalla cucina, con una bottiglia di Tannenzäpfle in mano e il cappotto ancora abbottonato fino al penultimo bottone, perché aveva fatto il calcolo termico sbagliato all’arrivo e adesso non voleva intraprendere la trafila di toglierselo, cercare un posto dove appoggiarlo, e poi ritrovarsi a presidiare quel posto per il resto della serata. Accanto a lei, Hillary giocherellava con l’etichetta della propria bottiglia con quella concentrazione apparente che si dedica agli oggetti quando non si sa esattamente dove guardare in una stanza piena di sconosciuti.

Si erano conosciute dieci minuti prima, in cucina, davanti a un piatto di patate al forno con il rosmarino che Marie aveva avvistato come un naufrago avvista una boa. Hillary le aveva chiesto qualcosa in inglese sull’origine del piatto, Marie le aveva risposto con un accento italiano che Hillary aveva intercettato alla seconda sillaba, e da lì in poi era partita la conversazione tra italiani all’estero, quel rito breve e necessario che consiste nello stabilire le coordinate reciproche prima di decidere se la conoscenza meriti di proseguire oltre i convenevoli. Hillary era di Firenze. Studiava storia dell’arte e aveva scelto Friburgo perché c’era un programma su qualcosa di tedesco medievale di cui Marie aveva afferrato solo una parola su tre. Era arrivata da una settimana esatta, indossava un maglione color ruggine che le stava bene in modo studiato, e aveva quel tipo di sorriso fiorentino che sembra sempre sul punto di formulare un’ironia leggera anche quando sta semplicemente dicendo buongiorno.

«Allora» disse Marie, abbassando la voce di un mezzo tono come fanno gli italiani quando si trovano in un contesto straniero e parlano la propria lingua come se stessero condividendo un segreto, «adesso qual è il piano? Andiamo a parlare con qualcuno o restiamo qui a fingere di essere molto interessate alle nostre bottiglie?»

Hillary rise. «Il piano sarebbe parlare con qualcuno. Il problema è che il mio tedesco, quando lo provo a usare in pubblico, suona esattamente come il tedesco di un italiano che lo sta provando a usare in pubblico.»

«Cioè?»

«Cioè una cosa che fa pena.»

Marie annuì con l’aria di chi aveva esaminato a fondo lo stesso problema. Il suo tedesco era oggettivamente migliore di quanto temesse, due anni di università avevano lasciato un sedimento solido di grammatica e lessico, eppure restava un abisso tra il sapere come dire una cosa e il sentirsi pronunciarla davanti a un madrelingua che ti guarda con quella pazienza educata che è già di per sé una forma di giudizio. Aveva passato la prima settimana a Friburgo a evitare conversazioni complesse con la stessa cura con cui si evitano le pozzanghere profonde dopo un temporale. Ordinava colazioni, pagava il pane, ringraziava, ricambiava i saluti, e considerava ognuna di queste micro-interazioni una vittoria personale che archiviava mentalmente con orgoglio sproporzionato.

Si guardò intorno. Il salotto era affollato senza essere stipato, una ventina di persone disposte in piccoli grappoli di tre o quattro, alcuni seduti sul divano sfondato e su due poltrone scompagnate, altri in piedi con il bicchiere di plastica in mano e la postura leggermente sbilanciata di chi sta bevendo da un’ora ma non da abbastanza. Su un tavolino al centro della stanza erano state allineate le bottiglie di amaro e di liquore: una Jägermeister di formato da ristorante che dominava la scena come un totem, due bottiglie di un liquore alle erbe che Marie non riconobbe, e una grappa italiana che qualcuno aveva contribuito con la diplomazia gastronomica di chi vuole essere ricordato come il portatore di qualcosa di buono. I piatti di plastica giravano per la stanza con dentro Brezeln tagliate, würstel a pezzi, una specie di insalata di patate fredda, e ovviamente le patate al rosmarino della cucina, che evidentemente erano il vero centro gravitazionale del buffet.

Helmut e Joseph li aveva intravisti all’arrivo, presentati con frettolosa cordialità da un’altra ragazza che li aveva accolti alla porta. Helmut era alto, magro, con gli occhiali tondi e l’aria di chi avrebbe preferito stare a leggere ma aveva accettato l’idea della festa come un dovere coinquilinare. Joseph era il contrario: tarchiato, espansivo, con una camicia a quadri e una risata che attraversava le stanze come un comunicato. Adesso erano entrambi nel salotto, in due conversazioni separate, e Marie li osservava senza farsi notare con quella mappatura sociale che si compone nella testa quando si entra in una stanza piena di sconosciuti e si cerca di capire chi sia chi.

Pensò, con un sollievo che le arrivò inatteso, che era contenta di non dovere condividere il proprio appartamento con nessuno. Era una ragazza socievole, lo sapeva, lo era sempre stata, e in una serata come quella si trovava perfettamente a suo agio anche conoscendo solo Hillary da dieci minuti. Esisteva però un’altra parte di lei, più segreta e meno negoziabile, che aveva bisogno del proprio paradiso silenzioso alla fine della giornata. Una stanza dove rientrare e chiudere la porta e non dovere salutare nessuno, non dovere spiegare la propria stanchezza, non dovere coordinare la doccia con qualcun altro. I suoi genitori avevano accettato di pagarle un piccolo monolocale al posto della stanza in condivisione che la convenzione Erasmus avrebbe suggerito, e lei aveva insistito su quella spesa con una determinazione tranquilla, sapendo che era un lusso e sapendo allo stesso tempo che era un lusso necessario. Era figlia unica e i suoi genitori la viziavano con misura, una misura calcolata dalla loro educazione borghese genovese, mai sopra le righe, mai esibita, presente come una rete di sicurezza che le permetteva di prendere decisioni leggermente più ambiziose di quelle dei suoi coetanei.

«Senti» disse Hillary, riportandola alla cucina e alla bottiglia tiepida nella sua mano, «a quelle due lì hai fatto caso? Stanno parlando spagnolo. Forse con loro è più facile cominciare.»

Marie seguì lo sguardo. Vicino alla finestra, due ragazze più o meno della loro età parlavano con una velocità e una gestualità che Marie aveva imparato a riconoscere come spagnola peninsulare, lontanissima dalla cantilena sudamericana. Una era piccola e bruna, con un piercing al naso e una felpa oversize che le arrivava a metà coscia. L’altra era più alta, capelli castano chiaro raccolti in una coda alta, e aveva la posa di chi ha dormito poco di proposito.

Marie spinse via la cornice della porta e si avviò verso di loro con Hillary al seguito, navigando tra i grappoli di gente con quella prudenza laterale che si usa nelle stanze piene. Si presentarono nella maniera in cui ci si presenta a una festa Erasmus, mezza in inglese e mezza nella lingua più vicina alla mano. La piccola si chiamava Lucía e veniva da Granada. La più alta era Paula, di Valencia. Erano arrivate a Friburgo a metà settembre, quindi stavano lì da quasi un mese, il che nel calendario relativo dell’Erasmus le rendeva delle veterane.

La conversazione partì in spagnolo, perché era l’opzione di compromesso più comoda per tutte e quattro: Marie aveva spagnolo come seconda lingua e lo parlava con scioltezza, Hillary se la cavava, Lucía e Paula ovviamente erano a casa loro. Si parlò di Friburgo, dei corsi, del tempo. Si parlò del Münster e del mercato la mattina. Si parlò di un professore di linguistica che a quanto pare era un personaggio noto. E poi, quasi senza un ponte vero, Lucía cominciò a raccontare di un weekend che lei e Paula avevano passato a Innsbruck due fine settimana prima.

«Avete preso il treno?» chiese Marie, interessata, perché Innsbruck era esattamente il tipo di destinazione che aveva in mente per i suoi futuri spostamenti.

«No, abbiamo fatto autostop» disse Paula, come se stesse dicendo che avevano preso il tram. «Tre passaggi all’andata, due al ritorno. Una signora austriaca ci ha portato per duecento chilometri parlandoci della sua collezione di campanacci.»

Marie rise, e una piccola scheggia di qualcosa le si infilò sotto la pelle. Autostop. Lei non aveva mai fatto autostop in vita sua. Era una di quelle cose che apparteneva al lessico delle possibilità teoriche, qualcosa che si vedeva nei film e si associava agli anni Settanta o agli zaini americani.

Lucía rilanciò. Aveva fatto free climbing in Andalusia l’estate prima, su una parete vicino a Ronda di cui pronunciò il nome con una familiarità che presupponeva una conoscenza precedente di quella geografia. Paula era stata a Vienna a marzo per cinque giorni con un budget di centoventi euro totali, dormendo sul divano di un’amica di un’amica conosciuta tramite un’app di couchsurfing. Lucía aveva imparato a fare il pane con lievito madre durante il lockdown e da allora sfornava pagnotte ogni domenica. Paula aveva fatto un mese di volontariato in una fattoria biodinamica in Portogallo l’anno prima dell’università. Lucía sapeva fare le trecce africane, glielo aveva insegnato una compagna di liceo senegalese, e ogni tanto le faceva alle amiche per dieci euro a testa per arrotondare. Paula aveva visto i Radiohead a Madrid quando aveva diciassette anni e ne parlava ancora come di un evento che le aveva riassestato l’asse spirituale.

Marie ascoltava con quel sorriso interessato e leggermente annuente che si adotta quando si è affascinati da quello che si sta sentendo e contemporaneamente ci si comincia a sentire piccoli. Hillary, accanto a lei, faceva più o meno la stessa faccia. La conversazione scorreva e ogni nuova attività menzionata da Lucía o Paula andava ad aggiungersi a una specie di colonna mentale che Marie non aveva voluto aprire e che si era aperta da sola, una colonna intitolata «cose che io non ho fatto» e che si stava allungando con una velocità preoccupante.

Aveva diciannove anni, quasi venti. Lucía e Paula avevano la sua stessa età. Forse Paula era persino più piccola, di qualche mese. Eppure le loro vite, raccontate così, avevano un volume che la sua sembrava non avere. Marie aveva studiato bene al liceo, aveva fatto due anni di università con una buona media, aveva letto molto, aveva visto qualche film importante, era andata in vacanza con i genitori in posti scelti dai genitori, aveva avuto un paio di relazioni brevi e più o meno innocue, e adesso era a Friburgo. Era una vita ordinata, sensata, che si raccontava bene su un curriculum e male su un divano sfondato in una festa Erasmus.

E poi pensò una cosa che la sorprese per la sua nitidezza, una cosa che le si formò nella testa come una frase pronunciata da qualcun altro: però anche loro hanno la mia età. Lucía e Paula non avevano vissuto trent’anni in più. Avevano vissuto gli stessi anni, nello stesso mondo, con le stesse ventiquattro ore al giorno. La differenza era di scelte, di coraggio, di propensione a infilarsi nelle pieghe di quello che il mondo offriva senza aspettare un invito formale.

Se era così, allora niente le impediva di iniziare adesso. Non fra un anno, non quando sarebbe stata più sicura di sé, non quando avesse avuto più soldi o più tempo o più tedesco. Adesso. Ogni giorno che passava era un giorno in meno disponibile per imparare a fare il pane, per visitare Vienna con centoventi euro, per fare autostop fino a Innsbruck, per arrampicarsi su una parete vicino a Ronda, per provare una qualunque delle infinite cose che esistevano là fuori e che lei finora aveva guardato attraverso il vetro spesso della propria prudenza.

L’idea le arrivò addosso con la concretezza di un pensiero pratico. Niente rivelazioni filosofiche, niente epifanie da romanzo: era una specie di urgenza tranquilla, un tipo di panico domestico e quasi piacevole, come quando ti accorgi di essere in ritardo per un treno che però sai di poter ancora prendere se ti sbrighi. Sentì le dita stringersi intorno al collo della Tannenzäpfle e si rese conto che la bottiglia era ormai del tutto tiepida, scaldata dal palmo della sua mano per un tempo che non aveva calcolato.

Lucía stava raccontando qualcos’altro, una cosa su un festival di musica elettronica in Slovenia, ma Marie non la stava più ascoltando con la stessa attenzione di prima. Si girò verso Hillary, le mise una mano sull’avambraccio, e disse, in italiano e a voce bassa: «Vieni con me.»

«Dove?»

«A parlare con quelli là.»

Hillary seguì lo sguardo di Marie e capì. «Cioè con Helmut e Joseph?»

«Sì.»

«In tedesco?»

«In tedesco.»

«Marie, io non…»

«Vieni e basta. Se andiamo in due fa meno paura. Se dico una cosa stupida tu ridi, se la dici tu rido io. Va bene?»

Hillary la guardò per un secondo, poi annuì con quel mezzo sorriso fiorentino che adesso Marie cominciava a riconoscere come la sua firma facciale. Si scusarono brevemente con Lucía e Paula, attraversarono il salotto schivando un ragazzo con una bottiglia di Augustiner e una ragazza che stava ridendo con la testa rovesciata all’indietro, e si avvicinarono al gruppetto dove Joseph stava raccontando qualcosa con grande gesticolazione a tre persone che lo guardavano con divertimento sincero.

Marie aspettò una pausa. Poi, scegliendo le parole con la stessa cura con cui si sceglie dove mettere il piede su un sentiero scivoloso, disse: «Entschuldigung. Ich wollte nur sagen, dass die Kartoffeln wirklich sehr gut sind.»

Era una frase ridicola, lo sapeva mentre la stava pronunciando. Era venuta a una festa per dire al padrone di casa che le patate erano buone. Joseph la guardò per un istante con la sorpresa cortese di chi non si aspettava di essere interrotto, poi scoppiò in una di quelle risate larghe che Marie aveva sentito attraversare le stanze poco prima.

«Ach, danke! Das sind eigentlich Helmuts Kartoffeln. Er ist der Koch hier.»

E indicò Helmut, che era a un metro di distanza in un’altra conversazione e che adesso si girò sentendo il proprio nome. Joseph gli disse qualcosa in tedesco veloce di cui Marie afferrò soltanto «italienische Mädchen» e «Kartoffeln», e Helmut sorrise con la timidezza concentrata di chi non è abituato a ricevere complimenti per qualcosa di così semplice.

«Sind sie wirklich gut?» chiese Helmut, con un tono a metà tra il dubbio e il piacere.

«Sehr gut» disse Marie. E poi, prendendo coraggio, aggiunse: «Was ist das Geheimnis? Mit dem Rosmarin, meine ich.»

Hillary, accanto a lei, era rimasta in silenzio ma aveva l’espressione attenta di chi sta seguendo ogni parola della conversazione e si sta preparando a inserirsi alla prossima occasione utile. Helmut cominciò a spiegare qualcosa sul rosmarino fresco e sull’olio d’oliva che si era fatto mandare dalla nonna in Baviera, e Joseph si inserì per correggerlo su un dettaglio, e Hillary trovò il momento per chiedere in un tedesco lento ma corretto se la nonna fosse di una zona specifica della Baviera, e Helmut rispose qualcosa su un paese il cui nome non significava niente per nessuno e che Joseph riprese per costruirci sopra una battuta locale che fece ridere tutti, anche Marie e Hillary, anche se Marie aveva capito solo metà della battuta e Hillary forse anche meno.

La conversazione prese piede in quel modo curioso in cui prendono piede le conversazioni a una festa quando l’inerzia iniziale è stata superata, con quella specie di galleggiamento collettivo in cui ognuno aggiunge un pezzo e nessuno è troppo preoccupato che il proprio pezzo sia perfetto. Marie sbagliava un caso ogni due frasi e nessuno sembrava accorgersene davvero, o forse se ne accorgevano e non gliene importava. Helmut le pose una domanda sulla cucina italiana e lei rispose con una frase che aveva tre verbi al posto giusto e uno al posto sbagliato. Joseph rilanciò con un aneddoto sulla sua unica visita in Italia, a Verona, e la pronuncia con cui disse «Veròna» fece sorridere Marie e Hillary contemporaneamente. La stanza intorno a loro continuava a vivere la propria vita di sottofondo, le bottiglie continuavano a passare, qualcuno aveva alzato il volume della musica nel salotto, la voce di Joseph si confondeva con quella di altri due o tre che parlavano vicino al divano, e a un certo punto Marie si rese conto di non potere più isolare le singole frasi della conversazione, di sentire soltanto il flusso, il movimento delle labbra di Helmut che spiegava qualcosa, la risata di Hillary che rispondeva, l’aria della stanza che si scaldava intorno a loro mentre tutto, lentamente, perdeva i contorni.