Schadenfreude (II)
Marie aveva scoperto che la socialità, a Friburgo, funzionava per strati. Il primo era quello dell’Erasmus: le feste, i gruppi WhatsApp con i nomi improbabili, le cene improvvisate in appartamenti minuscoli dove ognuno portava qualcosa della propria cultura e il risultato era un buffet climaticamente incoerente che andava dal gazpacho ai Knödel. Il secondo strato era quello dell’università: le lezioni, i seminari, la mensa dove ci si sedeva vicino a qualcuno che non si conosceva e si parlava per il tempo necessario a finire uno Schnitzel con insalata di patate. Il terzo, più sottile e più ambito, era quello della vita locale: i tedeschi, quelli che dopo la lezione tornavano a casa in una città che era la loro e che non avevano bisogno di esplorare con l’entusiasmo affamato dell’ospite.
Marie aveva deciso, nelle ultime settimane, di smettere di orbitare intorno al primo strato e cominciare a infiltrarsi negli altri due. Lo faceva con metodo. Si sedeva accanto a persone nuove durante le lezioni di fonetica. Si fermava a parlare dopo i seminari con la scusa di chiedere chiarimenti sugli appunti. Frequentava la biblioteca della Philologische Fakultät con una regolarità che aveva poco a che fare con lo studio e molto con la possibilità di incrociare le stesse facce ogni giorno fino a rendersi riconoscibile. Era un investimento sociale calcolato, e Marie era brava a calcolare.
Fu alla mensa, un mercoledì a pranzo, che Moritz si sedette di fronte a lei.
Lo conosceva di vista. Era nel suo stesso seminario di grammatica storica del tedesco, terza fila, sempre puntuale, con una penna rossa che usava per sottolineare le dispense in modo maniacale. Alto, spalle larghe in modo quasi sproporzionato rispetto al viso, che era sottile e aveva una mascella definita da cui partivano delle basette che in un altro contesto sarebbero state discutibili e su di lui funzionavano. Capelli biondo scuro, occhi chiarissimi. Il tipo di ragazzo che entra in un’aula e le ragazze lo notano prima di decidere se piaccia o meno, per puro riflesso percettivo.
«Du bist die Italienerin aus dem Seminar, oder?» disse, appoggiando il vassoio con la naturalezza di chi ha già deciso che si siederà lì indipendentemente dalla risposta.
Marie annuì. «Ja, genau. Marie.»
«Moritz.» Le tese la mano. Marie la strinse e notò che la stretta durava mezzo secondo più del necessario. Mezzo secondo che nella grammatica dei gesti significava qualcosa di preciso, e che Marie registrò con la stessa attenzione con cui registrava i casi del dativo.
La conversazione partì nello spazio sicuro del seminario: il professore, il carico di lettura, una domanda su una declinazione che Moritz le pose con un interesse che era al sessanta per cento linguistico e al quaranta per cento pretestuoso. Marie rispose bene, perché sapeva rispondere bene, e perché quando qualcuno la guardava con quel tipo di attenzione il suo tedesco migliorava di colpo, come se la lingua avesse un coefficiente di rendimento legato alla quantità di interesse percepita. E forse lo aveva davvero.
A un certo punto Moritz le disse che il suo tedesco era impressionante per qualcuno che stava a Friburgo da poche settimane. Marie sapeva che era un complimento calcolato, il genere di cosa che si dice per fare piacere e che contiene una domanda implicita, qualcosa come: ti piaccio abbastanza da voler continuare a parlare? Sapeva anche che il suo tedesco non era impressionante. Era buono, solido, frutto di due anni di studio disciplinato. «Impressionante» suonava meglio, e Marie non lo corresse.
Qui stava il punto. Qui c’era la parte di sé che Marie conosceva bene e che non sempre le piaceva ma che non aveva mai provato seriamente a cambiare: le piaceva piacere. Le piaceva essere guardata, cercata, desiderata. Le piaceva la sensazione che produceva un complimento ricevuto, anche quando sapeva che era gonfiato o strumentale. Le piaceva il momento in cui uno sguardo si spostava dalla cortesia all’interesse, quel mezzo grado di intensità in più che trasformava una conversazione in qualcos’altro. Era una fame silenziosa che portava con sé dalla prima adolescenza, da quando aveva scoperto che l’attenzione altrui le dava una solidità che non riusciva a garantirsi da sola. A tredici anni era un bisogno confuso e ingombrante. A quasi venti era diventato un meccanismo raffinato, una macchina che sapeva azionare e spegnere con precisione, e che la faceva sentire al centro di una scena anche quando la scena era soltanto un pranzo alla mensa con uno sconosciuto biondo.
Moritz continuò a parlare. Le chiese dell’Italia, di Genova, di cosa l’avesse portata a Friburgo. Marie rispondeva con il dosaggio di chi conosce esattamente il peso delle proprie parole: abbastanza da sembrare aperta, poco abbastanza da risultare misteriosa. Raccontò della sua passione per le lingue, del suo desiderio di viaggiare, dell’appartamentino in centro che le permetteva di avere il suo angolo di silenzio. Non menzionò i genitori che lo pagavano. Disse «ho trovato un buon affare» con la disinvoltura di chi sa che il confine tra semplificare e mentire è una questione di intonazione.
Moritz le raccontò di sé. Era di Karlsruhe, studiava germanistica e linguistica comparata, aveva un fratello più piccolo che voleva fare il pompiere e una madre che cucinava le Spätzle migliori del Baden-Württemberg, e lo disse con una sicurezza che suggeriva di averlo già detto ad altre ragazze e di avere ottenuto ogni volta la reazione desiderata. Viveva in una WG con altri tre studenti nella zona di Wiehre, giocava a pallavolo il giovedì sera, e aveva la capacità, che Marie riconobbe subito come talento sociale, di fare domande che sembravano spontanee e che erano in realtà piccole porte lasciate aperte perché l’altro ci entrasse. «Und du? Vermisst du Italien?» chiese a un certo punto, inclinando il capo con un’angolazione che era esattamente a metà tra il genuino e lo studiato.
Marie rispose che sì, ogni tanto, certi sapori soprattutto, il caffè vero, i caruggi di Genova alla luce di un certo tardo pomeriggio, certe persone. E su quella parola, «certe persone», la sua mente scivolò per un istante verso un punto che non aveva coordinate precise in quella conversazione. Verso qualcuno che si trovava in un altro paese, a una distanza che non si misurava solo in chilometri, e che pensava a lei con una costanza e un’intensità che lei avvertiva come un suono di fondo continuo, una specie di ronzio gentile e permanente che a volte la confortava e a volte la opprimeva e quasi sempre le ricordava che da qualche parte nel mondo esisteva una persona per cui lei era la cosa più importante, il che è una responsabilità che fa piacere ricevere e che pesa portare.
Moritz non sapeva niente di tutto questo. Moritz vedeva una ragazza italiana seduta di fronte a lui alla mensa che parlava un tedesco sorprendentemente buono e che lo guardava con un’attenzione che lui interpretava come interesse. E aveva ragione a interpretarla così, perché era interesse, almeno in parte. Il resto era qualcosa di meno nobile: era il piacere di essere corteggiata, la soddisfazione di sentirsi scelta, il fuocherello che s’attizza quando qualcuno decide che tu sei la persona con cui vuole sedersi in una mensa universitaria piena di posti liberi. Marie raccoglieva queste attenzioni come si raccolgono conchiglie su una spiaggia, con piacere ma senza urgenza, sapendo che il valore sta nell’abbondanza e che nessuna conchiglia singola è indispensabile.
A un certo punto Moritz sorrise. Era un sorriso che non c’entrava con la frase che Marie aveva appena detto, un sorriso che apparteneva a un binario parallelo della conversazione, quello dove le cose si dicono con i tempi, le pause, l’angolazione del corpo. «Wir könnten mal zusammen einen Kaffee trinken. Außerhalb der Mensa, meine ich.»
Marie non rispose subito. Lasciò la proposta sospesa per un paio di secondi, un intervallo che dall’esterno poteva sembrare riflessione e che dall’interno era qualcos’altro: era il momento in cui sentiva di avere il controllo, il breve istante in cui la risposta era soltanto sua e il valore della risposta cresceva proporzionalmente al tempo in cui la tratteneva. Un potere minimo, domestico, quasi invisibile. E proprio per questo perfetto.
Poi disse: «Ja, warum nicht.»
Mentre lo diceva, pensò all’altra persona. Pensò ai messaggi che arrivavano con una regolarità che era già di per sé una dichiarazione, scritti con una cura che lei apprezzava e trovava commovente e leggermente soffocante allo stesso tempo. Pensò a quella cosa senza un nome preciso che esisteva tra loro, una cosa che non era mai stata definita ad alta voce e che forse proprio per questo poteva essere piegata nella forma che serviva: abbastanza concreta da dare conforto nelle sere in cui si sentiva sola, abbastanza vaga da non costituire un vincolo nelle mattine in cui si sentiva libera. Pensò che quella persona era lontana. Che niente di scritto o pronunciato li legava in modo formale. Che lei era qui e lui era altrove e che in quello spazio intermedio le regole erano sfumate come i bordi di una fotografia mossa.
C’era qualcosa di crudele in quello che stava facendo? Probabilmente sì. C’era una parola per il piacere sottile che si prova sapendo che qualcuno, da qualche parte, ci desidera con tutta la forza che ha, mentre noi stiamo sorridendo a qualcun altro. Il tedesco, che ha parole per sentimenti che le altre lingue circoscrivono con perifrasi, probabilmente ne aveva una. Una parola per la crudeltà minima e quasi involontaria di chi sa di essere amato più di quanto ami e non fa niente per correggere lo squilibrio perché quello squilibrio, in fondo, è una forma di potere che non vuole cedere.
Marie non era una persona cattiva. Questo lo sapeva, lo sentiva come un dato di fatto al pari del suo gruppo sanguigno o del suo numero di scarpe. Se qualcuno le avesse chiesto se teneva a quel ragazzo lontano, avrebbe risposto di sì con convinzione sincera. E sarebbe stata sincera. Il problema era che la sincerità e la lealtà sono due cose diverse, e Marie aveva abbondanza della prima e una relazione complicata con la seconda. Teneva a lui nel modo in cui si tiene a qualcosa che si è lasciato nel cassetto del comodino prima di partire: con affetto, con la certezza di ritrovarlo al ritorno, e con la libertà che viene dal sapere che nel frattempo il cassetto è chiuso e il contenuto non ti può vedere.
Moritz le diede il suo numero. Lo scrisse sul tovagliolo di carta della mensa con la penna rossa del seminario, e Marie lo trovò un gesto che apparteneva a un’epoca precedente in un modo che le piacque. Avrebbe potuto dettarglielo, mandarglielo via messaggio, aggiungerla su qualche piattaforma. Invece glielo scrisse su un tovagliolo, con una grafia ordinata e leggermente inclinata a destra. Marie piegò il tovagliolo e lo infilò nella tasca del cappotto con una cura che era già una risposta.
Si salutarono fuori dalla mensa, sotto un cielo grigiastro che prometteva pioggia senza mantenerla. Moritz le disse «Bis bald» con un sorriso che conteneva una certezza, e Marie rispose con un sorriso che conteneva una possibilità, e nella differenza tra le due cose c’era esattamente lo spazio in cui Marie si muoveva meglio: quello in cui tutto è aperto e niente è deciso e lei è al centro, desiderata da più di una direzione, libera di scegliere e libera di non scegliere, il che, a pensarci bene, era la posizione che aveva sempre preferito.
Camminò verso casa da sola, attraversando la Rempartstraße e poi giù verso il centro, con il passo leggero di chi si sente guardata anche quando non lo è più. L’aria era fredda e umida e le foglie sui marciapiedi avevano quel colore brunito e l’aspetto fradicio di fine ottobre che rende le città tedesche più belle e più tristi allo stesso tempo. Passò davanti alla Bäckerei dove aveva fatto colazione qualche giorno prima e per un momento si vide riflessa nella vetrina: una ragazza con il cappotto scuro e i capelli mossi dal vento che camminava con una sicurezza che dall’esterno poteva sembrare grazia e che dall’interno era qualcosa di più calcolato e di meno innocente.
Nella tasca il telefono vibrò. Lo tirò fuori, stavolta. Era un messaggio. Non di Moritz. Era dell’altra persona, quella dei centinaia di chilometri, quella del ronzio gentile e permanente. Il messaggio era breve, gentile, pieno di quella premura studiata che appartiene a chi sceglie ogni parola sapendo che sarà letta da qualcuno a cui vuole piacere disperatamente. Marie lo lesse camminando. Sorrise. Era un sorriso diverso da quello che aveva fatto a Moritz: più tenero, più protettivo, con un fondo di qualcosa che in un’altra persona sarebbe stata tenerezza pura e che in Marie era più vicino alla gratitudine. La gratitudine di sapere che qualcuno la pensava così. Che qualcuno, in quel momento, stava costruendo qualcosa intorno a lei nella propria testa, qualcosa di grande e di fragile che lei aveva il potere di alimentare o di distruggere con una sola frase.
Rispose al messaggio. Scrisse qualcosa di carino, di affettuoso, calibrato con la stessa precisione con cui calibrava tutto il resto. Abbastanza da tenerlo vicino. Poco abbastanza da non promettergli niente.
Infilò il telefono nella tasca, l’altra tasca, quella senza il tovagliolo. E continuò a camminare verso casa, con due conversazioni aperte e nessuna conclusa, che era esattamente come le piaceva.