¿Qué Sentido Tiene Todo Esto? (II)
La stanza aveva quell’odore specifico che Winston aveva imparato a riconoscere come il profumo dell’inerzia: umidità vecchia, birra tiepida, il fantasma di una sigaretta fumata a metà sul davanzale un’ora prima. Le pareti color crema, che alla luce del giorno sembravano semplicemente anonime, di notte assumevano una tonalità giallastra e soffocante sotto la lampada da scrivania, l’unica fonte di luce rimasta accesa nell’appartamento. L’orologio sul comodino segnava le due e qualcosa. Winston era seduto sul letto con la chitarra acustica appoggiata sulle cosce, le dita della mano sinistra che si spostavano pigramente tra un accordo e l’altro senza una direzione precisa. Non stava suonando una canzone. Stava occupando il silenzio.
L’appartamento era vuoto. I coinquilini erano fuori, probabilmente ancora in qualche locale del centro, o a casa di qualcuno, o ovunque andasse la gente che alle due di notte aveva ancora uno scopo sociale. Winston aveva declinato l’invito con una scusa generica che non ricordava già più. Non aveva voglia di dormire e non aveva voglia di uscire, il che lo lasciava in quella zona grigia e bastarda in cui l’unica compagnia tollerabile era la propria, a patto di non ascoltarla troppo.
Posò la chitarra sul letto e si spostò alla scrivania. Sulla superficie si contendevano lo spazio tre lattine di Mahou, di cui due vuote e una appena iniziata, l’agendina nera aperta a una pagina fitta di cancellature, e il laptop che aveva comprato qualche giorno prima in un negozio del centro. Era un aggeggio piccolo, economico, con la scocca in plastica che scricchiolava se lo aprivi con troppa decisione e un processore che impiegava un tempo geologico ad avviare qualsiasi cosa più complessa della calcolatrice. Winston ne andava fiero comunque. Lo aveva comprato con l’idea precisa di registrare le sue canzoni, di dare una forma meno volatile a quelle strofe che fino a quel momento esistevano solo sulla carta e nella memoria della chitarra. Ci aveva installato un programma di registrazione trovato su un forum, collegava il microfono incorporato e premeva rec. Il risultato era quello che era: la voce sembrava arrivare dal fondo di una scatola di cartone e la chitarra aveva la definizione acustica di un temporale ascoltato da sotto un cuscino. Non importava. O così si ripeteva.
Prese l’agendina con l’intenzione di scrivere qualcosa che non riguardasse Marie. Un pensiero qualsiasi. Un’osservazione sulla Spagna, sugli esami che non stava preparando, sulla birra che costava meno dell’acqua. Appoggiò la punta della penna sulla carta e la penna restò lì, inchiodata, mentre nella testa si formava già il nome di Marie, la sua voce durante l’ultima telefonata, il modo in cui aveva detto «certo, ci sentiamo presto» con un tono che poteva significare tutto o niente, e che Winston aveva analizzato almeno una dozzina di volte senza arrivare a un verdetto.
Scrisse il nome. Lo guardò. Lo cancellò con una riga orizzontale decisa, poi scrisse sotto una frase in inglese che voleva essere il verso di una canzone e che invece era la traduzione sfacciata di quello che pensava. Accanto, nell’angolo della pagina, disegnò un cerchio senza motivo e lo ripassò più volte finché la penna non bucò la carta.
Si chiese che senso avesse. Non la canzone, non il cerchio bucato. Tutto quanto. Chiedersi cosa stesse facendo Marie a quell’ora, se fosse sveglia, se stesse studiando nella sua stanza a Friburgo, se stesse pensando a qualcosa che non lo riguardava minimamente. Immaginava le scene con una precisione che sapeva essere inventata: lei alla scrivania con una tazza di tè, i capelli raccolti, un libro aperto che lui probabilmente avrebbe capito a metà. Oppure a letto, già addormentata, con il telefono sul comodino e nessuna notifica in sospeso. Queste immagini gli facevano compagnia e gli facevano male nella stessa esatta proporzione.
La cosa che aveva cominciato a sospettare, e che respingeva ogni volta che si affacciava nella testa, era che questi vortici di pensiero fossero soltanto suoi. Che Marie non stesse facendo lo stesso esercizio dall’altra parte della distanza. Non per cattiveria o indifferenza. Semplicemente perché quei pensieri, con tutta probabilità, non le appartenevano. Non con la stessa densità ossessiva, non con la stessa tonalità febbrile. Winston era innamorato. Marie gli voleva bene. E tra le due cose c’era un oceano che nessun verso scritto su un’agendina avrebbe mai attraversato.
Bevve un sorso dalla lattina ancora in vita e fece una smorfia. Era calda. La birra calda alle due di notte in una stanza che sapeva di anni Novanta: il manifesto non ufficiale della sua condizione sentimentale. Appoggiò la lattina accanto al laptop e aprì la cartella dove salvava le registrazioni. Ce n’erano sette. Ne fece partire una a caso, abbassando il volume fino a ridurlo a un sussurro. La sua voce uscì dalle casse minuscole con la fedeltà sonora di una telefonata intercontinentale degli anni Settanta. La chitarra era riconoscibile più per fede che per qualità audio. Il testo era quello che era. Parole sincere, disposte in un ordine che aspirava alla poesia e atterrava nella prosa sentimentale di un ventenne che non aveva ancora imparato la differenza tra dire tutto e dire bene.
Le avrebbe mandate a Marie. Tutte insieme, alla fine, quando fossero state abbastanza. Abbastanza per cosa, non lo sapeva. Sapeva che l’idea era romantica nella sua testa e probabilmente imbarazzante nella realtà. Sapeva anche che l’alternativa era non fare niente, e non fare niente era la specialità della casa a cui stava cercando di rinunciare.
Se fosse stato onesto con sé stesso — e le due di notte con tre birre in corpo era forse l’unico contesto in cui poteva permetterselo — avrebbe ammesso che quelle canzoni non erano granché. Erano il prodotto di qualcuno che conosceva gli accordi sufficienti a non far sembrare ogni pezzo uguale al precedente e che aveva cose da dire ma non ancora il vocabolario per dirle. Probabilmente, se un altro ventenne gli avesse fatto ascoltare le stesse identiche canzoni, Winston avrebbe annuito con cortesia e cambiato discorso dopo trenta secondi. Lo sapeva. Quella consapevolezza, però, non gli impediva di continuare a scriverne. Come se la goffaggine stessa fosse una forma di autenticità che prima o poi qualcuno — Marie, evidentemente — avrebbe saputo decifrare.
Guardò il telefono. Lo schermo era spento e muto come lo era stato tutto il giorno. Non aveva ricevuto nessun messaggio da Marie. Era anche vero che non gliene aveva mandato nessuno. Si era imposto di non scrivere per primo, una di quelle strategie miserabili che si adottano a vent’anni convinti che il silenzio volontario comunichi qualcosa di nobile, quando in realtà comunica solo silenzio. Aveva aspettato, controllando il telefono ogni quindici minuti con la disinvoltura di chi finge di guardare l’ora, e ogni volta lo schermo vuoto gli aveva restituito una risposta che non voleva interpretare per quello che era.
In fondo, ogni silenzio è già una risposta. Non la risposta che si cerca, non quella che si spera, ma una risposta completa nella sua assenza di contenuto. Il problema era che Winston non era ancora pronto ad accettarla come tale. Preferiva archiviarla nella categoria delle coincidenze, degli impegni, dei fusi orari emotivi che non coincidono.
Si chiese perché non riuscisse a smettere. Non di pensare a Marie — quello lo dava per acquisito, un rumore di fondo permanente — ma di fare ogni cosa in funzione di lei. Le canzoni erano per lei. I testi erano su di lei. Le passeggiate nei paesini castigliani erano occasioni per notare dettagli che avrebbe voluto raccontarle. Le birre nei bar erano pause in cui si immaginava seduto di fronte a lei. Persino il laptop, quel parallelepipedo di plastica scricchiolante, lo aveva comprato immaginando il momento in cui le avrebbe mandato i file e lei avrebbe premuto play. La sua intera permanenza in Spagna stava diventando una lunga, elaborata, unilaterale lettera d’amore scritta a qualcuno che probabilmente la stava leggendo come una cartolina.
Fuori, Soria dormiva con il suo solito silenzio minerale, rotto ogni tanto dal passaggio di un’auto. Winston sentì il freddo arrivare dalla finestra socchiusa e non si alzò a chiuderla. L’aria gelida aveva almeno il pregio di essere concreta, di appartenere al presente e non a un futuro immaginato o a un passato genovese che si stava già sfumando ai bordi.
Prese l’agendina e la riaprì. Sotto la cancellatura e il cerchio bucato scrisse un’altra frase in inglese, più corta delle altre, meno ambiziosa. Non era bella. Non era nemmeno particolarmente vera. Ma era lì, sulla carta, a quell’ora, ed esisteva, il che era più di quanto si potesse dire di molte altre cose in quel momento.
Chiuse l’agendina e la appoggiò sul petto. Fissò il soffitto. Una crepa sottile partiva dall’angolo sopra la finestra e si allungava verso il centro della stanza come un fiume visto dall’alto. L’aveva già osservata molte notti, abbastanza da averle attribuito una geografia mentale con tanto di affluenti e delta. La lampada da scrivania proiettava un cerchio di luce sul muro opposto che tremava appena, come se anche lei fosse indecisa se restare accesa o arrendersi.
Winston pensò che il giorno dopo avrebbe scritto a Marie. O forse no. Forse avrebbe aspettato ancora, per vedere se fosse lei a rompere il silenzio. Forse avrebbe registrato un’altra canzone, un’altra strofa storta e sincera da aggiungere alla collezione. Forse avrebbe fatto tutto questo e niente di tutto questo sarebbe servito.
Chiuse gli occhi. Non per dormire. Per smettere di guardare il soffitto che non aveva risposte.