Marco Delrio

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Mi Carolina Azul (II)

I libri erano aperti sul tavolo come pazienti in attesa di essere visitati. Quattro volumi presi in prestito dalla biblioteca dell’università, con le copertine rigide e le pagine che sapevano di polvere accademica e di dita altrui. La ricerca riguardava l’etimologia di alcuni neologismi spagnoli — un compito che in teoria avrebbe dovuto interessarlo, visto che le parole erano il suo mestiere non dichiarato, e che in pratica lo stava facendo sentire come un meccanico costretto a leggere il manuale di un’auto che non guiderà mai. Winston sfogliava le pagine con la stessa convinzione con cui si sfogliano i depliant pubblicitari in sala d’attesa: gli occhi si muovevano, la mente no.

La stanza era quella di sempre. Le pareti color crema, la lampada da scrivania, il letto sfatto con la chitarra adagiata sopra come un animale domestico in letargo. Sulla scrivania, accanto ai libri, il laptop scricchiolante era aperto con la cartella della musica in riproduzione casuale. Fino a quel momento erano passati tre o quattro brani senza che Winston ne registrasse consapevolmente nessuno: un sottofondo generico che serviva più a tenere compagnia alla stanza che a lui.

Poi iniziò una chitarra che Winston conosceva prima ancora che arrivasse la voce. Una serie di accordi che gli si depositò nello stomaco con la familiarità di una frase sentita mille volte e mai digerita fino in fondo. Blue Carolina. Alzò la testa dai libri e fissò lo schermo del laptop come se la canzone potesse apparire visivamente, come se le parole stessero per materializzarsi nell’aria giallastra della stanza.

La voce arrivò puntuale, ruvida e precisa.

[INSERIRE LYRICS: “It’s everything that I can do right now / To not think about you moving further off / With every passing second”]

Winston appoggiò la penna sul libro aperto e si reclino contro lo schienale della sedia. La frase gli era entrata dentro come un ago caldo nel burro. Era esattamente quello. Tutto ciò che riusciva a fare, adesso, in quel momento, con quei libri aperti e quella ricerca da consegnare, era non pensare a Marie. Ed era tutto ciò che non riusciva a fare. La canzone aveva appena descritto in una manciata di secondi quello che lui tentava di articolare da settimane nelle sue canzoncine sgraziate, e lo aveva fatto con una naturalezza che gli sembrò quasi offensiva.

[INSERIRE LYRICS: “And every night of this lonely summertime / I feel it missing from my heart / A part was kidnapped from my soul”]

Non era estate. Era ottobre, ed era la Castiglia, e fuori faceva un freddo che a Genova sarebbe stato dicembre. Ma il sentimento era lo stesso: ogni notte di quella solitudine aveva lo stesso sapore estivo e vuoto della canzone. Qualcosa che mancava dal petto, una parte sequestrata, portata via senza preavviso e senza riscatto. Winston sapeva che Dan Andriano stava cantando di un’altra persona, di un’altra storia, di un’altra distanza. Non importava. Le canzoni migliori funzionano così: ti convincono di essere state scritte per te, con una precisione che sfiora l’intrusione.

Quando arrivò il ritornello, Winston si scoprì a mimare le parole con le labbra.

[INSERIRE LYRICS: “Well, I can hardly wait / Until I get the sun and your lips both pressing on my skin”]

Le formava senza suono, come una preghiera laica recitata in una chiesa vuota. Le conosceva a memoria, ogni sillaba, ogni pausa, ogni punto in cui la voce di Dan saliva di mezzo tono per poi ricadere con quella stanchezza studiata che sembrava qualsiasi cosa tranne che studiata. Winston pensò quanto avrebbe adorato aver scritto lui un testo del genere. Non come omaggio, non come esercizio: proprio come espressione primaria, come prima formulazione di un sentimento che qualcun altro aveva già formulato meglio di quanto lui sarebbe mai riuscito a fare. Avere quella voce, quella padronanza degli strumenti, quella capacità di far sembrare semplice ciò che semplice non era. Invece aveva la sua voce da fondo di scatola, i suoi quattro accordi, le sue rime che inciampavano.

[INSERIRE LYRICS: “Well, I can hardly wait / Until I feel that thrill in my heart that starts inside your eyes / And a song in my head that burns so good on my tongue”]

Quel brivido nel cuore che comincia dentro i tuoi occhi. Winston chiuse i propri. Rivedè gli occhi di Marie, in un fotogramma preciso: erano seduti su una panchina a De Ferrari, una delle ultime sere genovesi, e lei lo aveva guardato per un istante di troppo prima di dire qualcosa di insignificante sul gelato che stava mangiando. In quell’istante di troppo, Winston aveva sentito esattamente quel brivido. Un brivido che non partiva dagli occhi di lei ma ci finiva dentro, come un sasso lanciato in uno stagno che produce cerchi concentrici in tutte le direzioni. Una canzone nella testa che brucia così bene sulla lingua. Sì. Proprio così. Il problema era che la canzone restava nella testa e sulla lingua bruciava solo il retrogusto della birra calda e delle parole non dette.

La canzone procedeva e Winston non aveva più nessuna intenzione di tornare ai neologismi spagnoli. I libri erano ancora lì, aperti e dimenticati, con le loro etimologie e le loro derivazioni latine che non lo riguardavano più. Aveva girato la sedia verso il laptop come ci si gira verso un interlocutore che sta dicendo qualcosa di importante.

[INSERIRE LYRICS: “The night is aging as the sun warms your face / Won’t you turn around and stay for good? / The air is getting much too cold”]

La notte invecchia mentre il sole ti scalda il viso. A Friburgo adesso era la stessa ora, forse Marie dormiva già, forse no, forse era sveglia con un libro tra le mani e nessun pensiero rivolto a un ragazzo in una stanza color crema dall’altra parte della penisola iberica. Non ti giri? Non resti? Winston sentiva l’aria fredda dalla finestra socchiusa e la canzone sembrava saperlo, sembrava aver previsto anche quello, anche il freddo, anche la domanda senza risposta. Girati e resta. La frase più semplice del mondo, che nessuno dei due avrebbe mai pronunciato.

[INSERIRE LYRICS: “I am nervous and anxious, it really counts this time / And you know all my favorite singers / Have stolen all of my best lines”]

Winston emise una mezza risata secca, da solo, nella stanza vuota, che nessuno avrebbe potuto sentire. I suoi cantanti preferiti gli avevano rubato tutte le frasi migliori. Era così dannatamente vero che faceva quasi ridere. Ogni volta che trovava le parole giuste per descrivere quello che provava, si accorgeva che qualcuno le aveva già scritte, già cantate, già registrate con strumenti veri e voci vere e sentimenti che sulla carta suonavano identici ai suoi ma nella forma erano inarrivabili. Dan Andriano e compagni, in tre minuti e mezzo, avevano detto tutto ciò che Winston cercava di dire da settimane con la sua agendina e il suo laptop scricchiolante. I suoi cantanti preferiti gli avevano rubato le frasi migliori. O forse gliele avevano solo prestate, in attesa che lui imparasse a scriverne di proprie.

Il secondo ritornello passò con Winston ancora immobile, le labbra che mimavano ogni parola, gli occhi socchiusi. Poi arrivò il bridge. La chitarra si spostò su un registro diverso, più urgente, come se anche la canzone fosse stanca di girare intorno alla questione.

[INSERIRE LYRICS: “Someday, I’ll burn this bed, only two feet wide / Where I’ll hide for the next seventeen days”]

Winston guardò il letto sfatto alle sue spalle. Due piedi di larghezza, forse qualcuno in più, ma la sensazione era quella: un giaciglio stretto in cui nascondersi per i prossimi giorni, settimane, mesi, tutto il tempo che mancava prima del rientro. Diciassette giorni, diceva la canzone. Winston ne aveva davanti molti di più e l’idea di contarli uno per uno lo stancava quasi quanto viverli.

[INSERIRE LYRICS: “I will ask myself, ‘How badly do I want this?’ / I really want this”]

La frase rimase sospesa nella stanza come fumo. Quanto lo vuoi davvero? Winston sentì la domanda arrivargli addosso non come un verso di una canzone ma come un interrogatorio. Quanto vuoi davvero tutto questo? Continuare a sperare. Continuare a scrivere canzoni che probabilmente non ascolterà nessuno. Continuare a suonare accordi che conosci appena. Continuare ad aspettare Marie in una stanza che sa di umidità e di anni Novanta, con le lattine di birra sulla scrivania e i libri di etimologia che non leggerai. Continuare a contare i giorni che ti separano dal rientro come un carcerato che segna le tacche sul muro. Quanto lo vuoi?

Lo voleva. Lo voleva davvero, anche se faceva schifo. Anche se i giorni passavano con la lentezza di un treno merci in salita e l’unica cosa che poteva fare era riempirli di canzoni storte e birre tiepide e notti in cui il soffitto con la sua crepa era l’unico interlocutore disponibile. Lo voleva perché l’alternativa era smettere, e smettere significava accettare che quei mesi sarebbero stati soltanto mesi, senza peso, senza direzione, senza Marie in fondo alla traiettoria. E questo, per qualche ragione che non sapeva ancora spiegarsi e che forse non avrebbe mai saputo spiegare, era peggio di qualsiasi attesa.

Il ritornello finale riprese con la stessa forza del primo, ma a Winston adesso suonava diverso. Non era più una descrizione: era una risposta. La canzone gli stava dicendo di sì. Sì, ha senso aspettare. Sì, ha senso scrivere. Sì, ha senso continuare a sentire quel brivido nel cuore anche quando il cuore non sa più bene da che parte battere. Ha senso perché lo vuoi davvero, e le cose che vuoi davvero non hanno bisogno di avere senso.

La canzone finì. Il laptop passò a un altro brano, qualcosa che Winston non riconobbe nei primi secondi e a cui non prestò attenzione. Rimase fermo, con le mani appoggiate sul bordo della scrivania e lo sguardo nel vuoto. Fuori, il silenzio di Soria era rotto soltanto dal rumore di un’auto lontana.

Aprì l’agendina. Trovò una pagina bianca. Scrisse in cima una frase in inglese che non era un verso e non era un titolo. Era qualcosa a metà strada tra una promessa e un appunto, il tipo di frase che si scrive sapendo che la si rileggerà mesi dopo senza capirla o capendola fin troppo bene.

Poi chiuse l’agendina, finì l’ennesima birra ormai irrimediabilmente calda, e rimise la canzone dall’inizio.