Marco Delrio

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Fernweh (II)

Friburgo, al mattino di un martedì di ottobre, aveva un odore che Marie non sapeva ancora classificare. Qualcosa tra il pane appena sfornato e la pietra umida, con una nota vegetale di fondo che poteva arrivare dai platani lungo la Dreisam o dai giardini nascosti dietro i portoni della Altstadt, quei cortili interni che si intravedevano da certi androni aperti e che sembravano esistere in una stagione tutta loro. Un odore che in un’altra città avrebbe attraversato senza registrarlo e che qui, al quinto giorno, le sembrava ancora una scoperta. Il che probabilmente significava che Friburgo le piaceva, o che il suo olfatto aveva abbassato la soglia critica per eccesso di entusiasmo.

Camminava lungo la Rathausgasse con il passo di chi non ha fretta e non ha una destinazione dichiarata, il che era vero solo a metà: una destinazione ce l’aveva, e consisteva nel trovare un posto dove fare colazione che non fosse quello del giorno prima. Era una regola che si era data fin dalla prima mattina, con la serietà con cui altri si impongono di bere due litri d’acqua o di non guardare il telefono prima delle otto: mai la stessa colazione nello stesso locale due giorni di fila. L’idea era che ogni mattina un bancone diverso significasse un angolo diverso della città, una faccia diversa, un modo diverso di sentirsi pronunciare «Guten Morgen» e di rispondere con il proprio tedesco che dopo due anni di studio suonava corretto e vagamente libresco, come una lingua imparata al pianoforte e ancora in attesa di essere suonata a orecchio. La somma di tutte quelle colazioni avrebbe composto alla fine una mappa di Friburgo più onesta di qualsiasi guida. Una mappa fatta di Milchkaffee, di Brötchen tagliati a metà con burro e marmellata, di camerieri mattinieri e di tovagliette di carta con il logo del locale.

Svoltò verso la Konviktstraße e rallentò il passo. La strada era stretta, acciottolata, con le facciate colorate che a quell’ora della mattina ricevevano il sole da un’angolazione quasi orizzontale che le faceva sembrare più alte e più sottili, come allungate da un obiettivo fotografico. Lungo il bordo del marciapiede correva uno dei Bächle, i canaletti d’acqua che attraversavano il centro storico con una determinazione quieta e insensata, come se qualcuno secoli prima avesse deciso che la città avesse bisogno di ruscelli in miniatura e nessuno da allora avesse avuto il coraggio di contraddirlo. Marie li aveva notati il primo giorno e le erano piaciuti immediatamente, con quella simpatia istintiva che si riserva alle cose inutili fatte bene. L’acqua scorreva trasparente e veloce sul fondo di pietra e Marie la seguì con lo sguardo per qualche metro, come si segue un gatto che cammina con aria di sapere dove sta andando.

Si fermò davanti a una Bäckerei che non aveva ancora provato, con la vetrina piena di pane scuro e di dolci che sembravano progettati per resistere all’inverno più che per essere mangiati. Entrò. L’interno era piccolo, caldo, con un bancone di legno chiaro e una donna sulla cinquantina che la guardò con il sorriso efficiente di chi serve colazioni dalle sei del mattino e ha perfezionato l’arte di essere cordiale senza rallentare.

«Guten Morgen. Einen Milchkaffee und ein Rosinenbrötchen, bitte.»

La donna annuì e si mosse con la precisione di un orologiaio. Marie pagò, prese il vassoio e si sedette a un tavolino vicino alla vetrina, l’unico libero in un locale che alle otto e mezza era già occupato per tre quarti da gente che leggeva il giornale o fissava lo schermo del telefono con la concentrazione di chi sta risolvendo un problema di matematica.

Il Brötchen era buono. Il caffè era accettabile secondo i parametri locali, che Marie aveva imparato a calibrare verso il basso rispetto agli standard italiani senza farne un dramma. Masticava e guardava fuori dalla vetrina, dove la Konviktstraße si stava popolando del traffico pedonale delle prime ore: studenti con gli zaini, una signora con un cane grosso e flemmatico, un ciclista che passò a una velocità inadatta al contesto. Friburgo si muoveva con una cadenza che Marie trovava piacevole, una specie di efficienza rilassata che non aveva mai incontrato in Italia e che sospettava fosse una caratteristica regionale più che nazionale.

Le piaceva, Friburgo. Le piaceva sinceramente, il che rendeva ancora più strano quello che aveva cominciato a sentire dalla sera prima: un’inquietudine sottile, localizzata da qualche parte tra lo stomaco e il diaframma, che in un primo momento aveva scambiato per nostalgia di casa. Aveva persino composto mentalmente un messaggio da mandare a sua madre, qualcosa sul freddo e sulla mancanza della moka, prima di rendersi conto che non era quello. Il freddo le piaceva. La moka non le mancava quanto avrebbe dovuto. E casa, in generale, era un concetto che nella sua testa occupava meno spazio di quanto la parola suggerisse.

Quello che sentiva era qualcos’altro. Era la consapevolezza, sottile e fastidiosa come un’etichetta che graffia sul collo, che Friburgo stava già diventando familiare. Cinque giorni, e già sapeva quale strada collegava la Bertoldstraße alla piazza del Münster. Cinque giorni, e già riconosceva il ragazzo con i dreadlocks che suonava la fisarmonica all’angolo della Kaiser-Joseph-Straße ogni mattina alle nove. Cinque giorni, e il profumo della città stava passando dalla categoria delle scoperte a quella delle abitudini. Quello che le mancava, capì con una lucidità che la sorprese, era il primo giorno. L’arrivo. Il momento in cui scendi dal treno con la valigia e la città è un alfabeto sconosciuto di strade, insegne, volti. Il fremito dello spaesamento, quella vibrazione elettrica che senti quando tutto è nuovo e tutto richiede attenzione, quando anche comprare un biglietto dell’autobus è un’avventura linguistica e ogni incrocio è una scelta che potrebbe portarti ovunque.

Bevve un sorso di caffè e si rese conto di una cosa che avrebbe fatto ridere chiunque la conoscesse bene: le mancava il viaggio. Mentre era in viaggio. Sentiva nostalgia del processo di arrivare in un posto nuovo mentre si trovava in un posto nuovo in cui era arrivata cinque giorni prima. Era come avere fame subito dopo aver mangiato, con l’aggravante di sapere che il pasto era stato buono.

Si chiese se fosse una cosa che le sarebbe passata. Se a un certo punto Friburgo sarebbe diventata abbastanza profonda da tenerla ancorata, abbastanza ricca di strati da offrirle ogni settimana qualcosa che somigliasse alla novità del primo giorno. Oppure se sarebbe successo quello che sospettava: che dopo un mese avrebbe conosciuto ogni Bächle, ogni scorciatoia, ogni panetteria del centro, e che il fremito si sarebbe spento come si spegne una candela in una stanza senza correnti d’aria, lentamente e senza un motivo preciso.

Nella tasca del cappotto, il telefono vibrò. Marie lo sentì contro la coscia e lo lasciò lì. Vibrò ancora dopo qualche secondo, poi una terza volta in rapida successione. Tre messaggi, o tre notifiche, o qualcuno che la cercava con l’insistenza di chi ha qualcosa da dire subito. Marie continuò a masticare il Brötchen e a guardare fuori dalla vetrina. Il telefono poteva aspettare. Aveva preso l’abitudine, fin dal viaggio in treno da Milano, di non tirarlo fuori durante le passeggiate e le colazioni, una specie di disciplina personale che non aveva mai teorizzato ad alta voce e che rispondeva a una logica semplice: se stai guardando uno schermo, stai guardando uno schermo.

Si chiese se esistesse un posto al mondo che lei avrebbe sentito davvero come casa. La domanda le si formò nella testa con la nitidezza di una frase letta su un libro e la scartò quasi subito, poi la ripescò, perché in fondo era una domanda onesta che meritava una risposta onesta. Genova, dove era cresciuta? Genova era il fondale della sua infanzia, il luogo dove era diventata sé stessa, e le voleva bene nel modo in cui si vuole bene a un parente che si rispetta senza sentire il bisogno di frequentarlo troppo spesso. Friburgo? Friburgo le piaceva adesso, in quel preciso istante, con il Brötchen e il Milchkaffee e la luce d’ottobre che colpiva le facciate colorate. Però «piacere adesso» e «essere casa» erano due frasi che abitavano in quartieri diversi della stessa lingua.

Forse la domanda era sbagliata. Forse la questione era un’altra: se davvero avesse bisogno di un posto del genere nella sua esistenza. Lei era il tipo di persona per cui casa era un concetto portatile, qualcosa che si montava e si smontava come una tenda da campeggio, ogni volta in un prato diverso. Ogni posto poteva essere casa, se lo decidevi. Ogni caffè sconosciuto poteva diventare il tuo caffè, ogni vicolo stretto poteva trasformarsi nella tua scorciatoia, ogni lingua straniera poteva diventare la tua lingua, con tempo e ostinazione e la giusta quantità di errori grammaticali. Marie aveva questa capacità, lo sapeva: sapeva arrivare in un posto e abitarlo subito, come certi animali che si adattano al terreno in poche ore. Il problema era che sapeva anche ripartire con la stessa facilità. E a volte la facilità della ripartenza toglieva peso all’arrivo.

Finì il Brötchen e rimase seduta con le mani intorno alla tazza, che ormai era tiepida. Pensò ai sei mesi che aveva davanti. Sei mesi a Friburgo, che al momento le sembravano una distanza sterminata, una prateria di giorni tutti uguali che si allungava fino a marzo. Poi pensò che dalla stazione centrale di Friburgo partivano treni per Basilea in quarantacinque minuti. Strasburgo era a poco più di un’ora. Colmar, con le sue case a graticcio e i canali, era ancora più vicina. La Foresta Nera cominciava praticamente dove finiva la città, e ci si arrivava con un autobus locale che impiegava meno tempo di quanto ne servisse a lei per decidere cosa mettersi la mattina. Sei mesi a Friburgo potevano essere sei mesi in una dozzina di posti diversi, se li organizzavi bene. Ogni fine settimana un treno, un autobus, una direzione diversa. Ogni lunedì un ritorno che somigliava a un nuovo arrivo. L’idea le accese qualcosa nel petto che somigliava al fremito del primo giorno e che bastò, per il momento, a placare l’inquietudine.

Si alzò, lasciò la tazza sul tavolo e uscì nella Konviktstraße. L’aria era fredda e pulita e aveva quel sapore di ottobre che in Germania è già un annuncio di novembre, una promessa che l’aria mantiene con una puntualità che Marie trovava rassicurante nella sua spietatezza. Il Bächle scorreva lungo il marciapiede con la sua solita indifferenza trasparente. Marie lo scavalcò e si avviò verso la Münsterplatz, dove le bancarelle del mercato mattutino stavano montando i loro teloni con una lentezza operosa.

Il telefono vibrò di nuovo nella tasca. Marie infilò le mani nel cappotto, sfiorò lo schermo con le dita, e continuò a camminare.