Caigo Como Lluvia (II)
Le strade di Almazán, nel primo pomeriggio di un giovedì d’ottobre, possedevano quel tipo di quiete che le città non conoscono. Non era silenzio: era un rumore di fondo talmente basso da sembrare il respiro stesso del paese, fatto del raschiare delle foglie sull’acciottolato, del cigolio di una persiana al secondo piano di un edificio color sabbia, del ronzio di un motorino che non sarebbe mai apparso in fondo alla via. Winston camminava con le mani affondate nelle tasche di una giacca di jeans che a Genova sarebbe bastata fino a metà novembre e che lì, nella meseta castigliana, aveva già dichiarato la propria inadeguatezza termica dalla prima settimana.
Era a Soria da tre settimane. Avrebbe dovuto studiare, frequentare lezioni, familiarizzare con il sistema universitario spagnolo. Invece passava le giornate a scrivere su un’agendina dalla copertina nera, a strimpellare la chitarra acustica nella sua stanza con le pareti color crema che sapevano di umidità e di anni Novanta, e ad aggregarsi la sera ai gruppi di amici — spagnoli, Erasmus, qualche sudamericano — per bere cañas e parlare di nulla con una naturalezza che a Genova gli sarebbe costata settimane di rodaggio sociale. Qui bastava sedersi ed esistere per essere accolti nella conversazione. Lo trovava disarmante.
A Genova i palazzi ti premevano addosso, il cielo era una fettina irregolare tra i tetti, e camminavi con la sensazione che la città ti stesse osservando dall’alto. Qui il cielo era enorme, sproporzionato, quasi volgare nella sua vastità, e le case sembravano appoggiate al terreno senza pretese. Winston alzò lo sguardo verso la plaza e notò un gatto che lo fissava da una finestra socchiusa con la supponenza di chi è nato lì e sa di essere più legittimato dell’ospite di turno.
Si fermò davanti a un bar dall’insegna sbiadita. Dall’interno arrivava il suono di un televisore sintonizzato su un notiziario che nessuno stava guardando. Entrò, appoggiandosi al bancone con la cautela di chi non è ancora sicuro di saper ordinare senza sembrare ridicolo.
«Una cerveza, por favor.»
Il barista, un uomo massiccio con i baffi spessi e il grembiule macchiato di qualcosa che poteva essere sugo o destino, lo guardò con un sorriso che iniziava dagli occhi. «¿De dónde eres?»
«Italia. Genova… Génova.»
L’uomo annuì con un’approvazione che sembrava riservata non tanto a Winston quanto all’Italia intera, come se il paese stesso gli avesse fatto un favore personale in passato. Gli servì una caña accompagnata da un piattino di olive che Winston non aveva ordinato e che probabilmente non avrebbe dovuto pagare.
Si sedette a un tavolino vicino alla vetrina. Il sole filtrava attraverso il vetro polveroso disegnando un rettangolo caldo sul legno scuro. Al tavolo accanto, un uomo sui sessant’anni leggeva un giornale con una lentezza che suggeriva non tanto interesse quanto abitudine. Aveva le mani grandi, abbronzate anche in ottobre, e un bicchiere di vino rosso fermo a metà che pareva dimenticato lì da ore. Abbassò il giornale e incrociò lo sguardo di Winston con la naturalezza di chi, in un paese piccolo, considera ogni volto nuovo una novità da esplorare con cortesia.
«¿Estudiante?» chiese, inclinando il capo.
Winston annuì. «Erasmus, en Soria.»
L’uomo sorrise e piegò il giornale sul tavolo come a sancire che la conversazione aveva appena sostituito la lettura. Parlava con una cadenza lenta, masticando le parole con una pazienza che a Winston ricordava certi anziani di Boccadasse. Si chiamava Tomás. Aveva fatto il muratore per trent’anni, adesso era in pensione e il suo programma quotidiano consisteva nel bar la mattina, l’orto nel primo pomeriggio, il bar di nuovo fino a sera. «Así es la vida aquí», disse, con un gesto circolare della mano che comprendeva il locale, la piazza fuori, il cielo e presumibilmente l’intero corso dell’esistenza umana. Poi aggiunse qualcosa che Winston tradusse con un paio di secondi di ritardo: che il tempo, nei paesi piccoli, non passa come nelle città. Nelle città il tempo corre e ti insegue. Nei paesi cammina con te, ti aspetta quando ti fermi, e se non stai attento ti siede accanto e invecchia insieme a te senza che te ne accorga.
Winston sorrise, ma la frase gli rimase addosso come un peso sottile. Pensò a Marie. Lo faceva venti, trenta volte al giorno, con una regolarità che avrebbe potuto cronometrare. Marie che era a Friburgo. Marie che studiava con una disciplina che lui ammirava e invidiava in proporzioni uguali. Marie che rispondeva ai suoi messaggi con gentilezza e con un ritardo che Winston interpretava ogni volta diversamente: impegni, distrazione, disinteresse, prudenza. Non erano insieme. Non lo erano mai stati, tecnicamente. C’era stato un principio di qualcosa nelle ultime settimane genovesi, una frequentazione che aveva il sapore di un preludio: serate che finivano più tardi del necessario, messaggi che si allungavano oltre la soglia dell’amicizia, uno sguardo di lei che Winston aveva archiviato nella memoria con la cura di un perito calligrafo. Poi la Spagna. E la Germania. Due frecce lanciate in direzioni opposte con la promessa vaga di ritrovarsi, prima o poi, allo stesso punto di partenza.
Winston sapeva che la distanza avrebbe ucciso tutto. Lo sapeva con la parte razionale della testa, quella che si occupava di pagare l’affitto e non perdere il passaporto. Ma c’era un’altra parte, più rumorosa, che si rifiutava di accettare il verdetto e che ogni mattina gli ricordava quanto avrebbe voluto sentire la voce di Marie al telefono, raccontarle la luce assurda dei tramonti castigliani, condividere con lei ogni frammento della giornata come se la distanza fosse solo un errore tecnico da correggere con sufficiente ostinazione.
Tomás si alzò, piegò il giornale sotto il braccio e gli diede una pacca leggera sulla spalla. «Cuídate, chico.» Disse qualcosa al barista che Winston non afferrò. L’uomo era già fuori dal locale quando il barista appoggiò un’altra caña sul tavolino con un cenno del mento verso la porta. Winston alzò la mano in un ringraziamento che arrivò in ritardo, quando Tomás era già una sagoma che attraversava la piazza con il passo lento di chi sa esattamente dove sta andando e non ha alcuna fretta di arrivarci.
Rimasto solo, tirò fuori l’agendina nera dalla tasca interna della giacca. La aprì a una pagina già mezza scritta: frasi in inglese, versi abbozzati, parole cancellate e riscritte sopra con una grafia che peggiorava proporzionalmente all’avanzare della birra. Erano testi di canzoni. O almeno, quella era la loro ambizione dichiarata. Li rileggeva e sapeva che erano banali, prevedibili, pieni di rime facili. «I’d cross the ocean just to hear you breathe» aveva scritto il giorno prima, e si era vergognato della frase quasi immediatamente, per poi lasciarla lì perché in fondo era vera, e forse essere veri contava più che essere originali. O almeno così si raccontava.
Scrisse ancora, chinato sul tavolino con la caña che si intiepidiva accanto all’agendina. Immaginava di registrare quelle canzoncine nella sua stanza e di spedirle a Marie in qualche modo — un file, una chiavetta, un piccione viaggiatore con cuffie miniaturizzate — sperando che lei ascoltasse e capisse tutto, che cogliesse in quelle rime maldestre l’esatta dimensione di quello che lui provava e non riusciva a dire a voce. Sapeva che nella sua testa questa scena funzionava splendidamente. Sapeva anche, con la stessa lucidità con cui sapeva che la giacca di jeans era inadeguata, che nella realtà Marie avrebbe probabilmente ascoltato venti secondi, sorriso con tenerezza educata, e riposto il tutto in qualche cartella del computer destinata all’oblio.
Non gli importava. O meglio, gli importava moltissimo, ma la speranza aveva la bella abitudine di ignorare le proporzioni.
Lasciò qualche moneta sul tavolino e uscì. Il cielo, che fino a un’ora prima era stato di un azzurro freddo e pulito, si era coperto di nuvole basse e compatte, appoggiate sui tetti come coperte grigie. Mosse i primi passi sulla piazza e sentì sulla fronte una goccia, poi un’altra, poi una pioggerellina fine che in meno di un minuto rese l’acciottolato lucido e scuro. Si fermò un istante e alzò il viso verso il cielo. La pioggia gli bagnava le guance con una delicatezza quasi affettuosa, come se il tempo atmosferico avesse deciso di partecipare alla scena con un tempismo da sceneggiatore navigato. Trovò la cosa ironica. Abbassò il mento e sorrise tra sé, con quel mezzo ghigno che faceva quando una situazione gli sembrava troppo da film per essere vera e troppo vera per essere da film.
Le strade del paese si somigliavano tutte sotto la pioggia, con i muri di pietra che si scurivano e le finestre che si chiudevano una dopo l’altra come palpebre stanche. Passò davanti a un altro bar, con la porta socchiusa e la luce calda che si riversava sul marciapiede bagnato. Si fermò. Guardò l’orologio. L’autobus per Soria non sarebbe passato per un’altra ora.
Entrò, ordinò un’altra cerveza e si sedette a un tavolino in fondo. Riaprì l’agendina.
Scrisse, cancellò, riscrisse. La pioggia batteva contro la vetrina con la costanza di un metronomo. Winston pensò che avrebbe dovuto scrivere una canzone sulla pioggia. Sulla pioggia e su Marie. Sul cadere lento, verticale, inevitabile di qualcosa che non sai ancora se è amore o soltanto la paura di non provarlo mai.
Girò la pagina e in cima scrisse un titolo provvisorio che gli sembrò meno ridicolo degli altri.
Lo cancellò dopo dieci secondi.
Ne scrisse un altro.