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Frammento #111
V’era, smembrato e malcustodito, ‘l groviglio de’ fogli, quartine disfatte, quarti d’ossa tipografiche, lembi d’alfabeto sfiatato, rime che non più rincasano ma rantolano, ché l’inchiostro, stanco d’esser segno, vi si torceva in morchia, e certe sillabe parean torba rappresa su falangi che più non tengon stretta, ché la stretta si fa vana, ché la carta non morde più, ché ‘l senso stesso vi si disfà tra le dita.
Nessuna direzione, ché ‘l tempo, qui, non s’allinea più, s’incurva, s’avvita, si spolpa, si screzia in flussi scoloriti che parean giri d’organetto guasto, e io, disteso più che seduto, sulla quadrella orfana d’orma, quella interclusa tra stipo e panneggio, lambita solo da fiati d’anni e risacche di silenzio, m’udii, per la prima volta, cassa da risonanza d’un’assenza che più non geme, che più non geme neppure, ché gemeva una volta, sì, ma ora solo sfiata, come vetro pannato che non riflette più, come ghiera smontata che non stringe più ‘l tempo ma lo lascia colare.
Ella? Dissoltasi prima del principio, ché non v’era figura nei fruscii, né respiro nelle pentole, né tremore nei margini, né vibrazione nell’angoli, nei soprammobili inerti, nei vetri che tremolano solo per cortesia d’abitudine. V’era il sospetto d’un ciglio, la bislunga d’un lembo, un gesto forse schiuso e poi abortito, una posa che non trovò mai corpo, una voce che non si dischiuse mai intera, ma nessun ritorno. Nessuna persistenza. Nessuna rivalsa. Restavano superstiti d’ombra: ‘l tratto interrotto d’un segnalibro, la grinza su ‘l cuscino che pareva d’anca, ‘l rantolo fermo del pettine. Ogni oggetto, stanco d’essere tale, parea rilasciar memoria come sudore, un umore mesto e senz’organo, ché l’organo è la forma della volontà, e qui più non v’è volontà.
I tetrametri, cent’undici, stavano come corpi sin crosta, lassati all’arsura, all’irrancidimento, all’ululare sommesso delle vocali disarticolate. Le rime, incancrenite. Le strofe, più marcescenze che versi. Ogni motto, o lo che ne restava, tentava l’aria ma trovava muffa, e l’eco d’essa parea cantillazione d’un dio cieco. V’eran suoni scomposti, tutti sfatti in zaffate di senso scucito, tutti privi del crisma, ché ogni uno, qui, è cosa consumata. Nessuna compostezza. Nessun intento. Solo detriti di lingua che più non osa dirsi, frantumi di fonema che attendon d’esser risputati a caso da bocche altrui.
Sedea, verbo bastardo, verbo bastato, verbo che si tiene insieme per impeto e non per fondamento, sin posa né vigore. La casa compiva per me l’agonia della nominazione: ‘l frigo spirava d’un rantolo vetusto, ‘l legno cigolava come plesso scisso, e l’intonaco sfrigolava in salnitro e silenzio, in sussurro stagnato di condensa. Tutto, intorno, parea sapere che si stava scrivendo l’ultima, l’ultima quartina, l’ultima parola, ma l’ultima non scende. Si trattiene, s’imbroglia, s’inciampa nel labbro e ricasca tra le costole.
Ella ancora? Da secoli non più ospitata. O forse mai. Forse fu solo tentativo. Forse visse solo nel desiderio dell’essere invocata. V’era, al suo posto, ‘l ricordo disarticolato d’una promessa mai emersa. Non volto. Non voce. Non rimpianto. Solo sfiato d’intenzione. Solo l’eco afona d’un nome mai sorto. E tutto ciò che volli trattenere, co’ versi, co’ lemmi, co’ frammenti, svanì nell’atto stesso della scrittura, ché scrivere per serbare è già tradimento, e ogni strofa compiuta è un abbandono consumato, è un diniego della vita. La lingua non trattiene. Solleva, poi lascia cadere. Cadere su se stessa, su la sua impotenza d’esistere.
Così rimasi, se restare si può dire, ché restare implica centro, e qui più non v’ha centro, a viso riverso su ‘l quadrello ancora vergine, e compresi, sin apprendere, ché l’apprendere è cosa viva, e qui tutto è smorto, che ‘l vero tetrametro vive solo in ciò che più non si lascia scrivere, che più non accetta inchiostro, che più non vuole verbo.
Non restò che polvere lessicale, impasti d’eco, un rantolo secco di giuochi sfiniti.
Né nome
Né supplica.
Né invocazione.
Solo il fremito sbiadito d’un gesto che non fu.
Solo ciò che fu vicino, ma non fu mai.
Solo ciò che langue, ma più non chiede forma.