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Frammento #110
Vi si tendea un vetro ch’era più screzio che lastra, strinato di salnitro e retto da capocchie d’ottone, ove ‘l riflesso si fea gualdrappa sfibrata d’un altro. Nessun volto, ché ‘l volto, in quel riverbero, non sapeva più formarsi: solo un guizzo, un’emanazione d’ossa mai nate. La tazzola, poggiata su lastra chiazzata di bruma, stillava ancora d’un sorso sperso, da mani che — pare — mai l’ebbero sollevata. Dal canton, per un rigagno che trapassava ‘l calcinaccio, colava un umore denso, più da giuntura che da piova. E su ‘l pavimento, dove ‘l lucido era rimasuglio, screpolava una filigrana di screzio, com’una pianta d’ombra che non chiede luce ma tregua. V’era chi sedea, o forse s’era fatta sedere, nella maniera che ‘l tempo infligge a certi oggetti lasciati ad assorbire: non poggiava, non attendeva, si dilatava. L’aria che s’esalava da lei — ché di corpo non vi restava che ‘l ciglio — recava un che di disumanizzante: non per ruggine o strazio, ma per assenza di soglia. Un gesto, mai compiuto, vi si rifrangeva in mille torpori, come chi ha tentato per anni di diventare legno e infine vi riesce, troppo tardi per tornare carne. E in fondo, presso l’anta schiusa, un frammento si scardinò da solo.
Nessun suono. Solo quell’accenno che compiono le case quando s’accorgono d’essere abitate da ciò che più non s’aspetta.