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Frammento #106
Sgualcia l’aria un fiato di timo guasto, ché fummo — pare — ‘ncisi in quell’ora d’ombra che gocciola tra le mattonelle, là ove ‘l piede infantile graffiò l’intonaco e ne fece mappa. La tovaglia pendea stortiva, come chi più non sa da che lato cominciarsi, e l’orlo si sfibrava d’istanti molli, smangiati dal chiudersi delle mani. Nissun chiasso, se non quello ch’ancora zampilla — fioco — dalla panca scrostata, che ‘l sole non vuole più toccare. Vi restò, in schiena, un ricoglio: ‘l piglio d’un gioco d’altri, che sopravvive non in risa, ma in certe scagliette d’unghia sotto ‘l cuscino, in uno sbuffo d’ossa curve che ancora spera l’invito. E se pur lo zoccolo giace, spaiato, presso l’antro, lo sporgere del legno stremato non pare attender passo — ma rimembrare.