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Frammento #102
Lo ravvisai, ché taluni posseggon l’arte del permanere — non ‘l sedile, né lo stazionare da corpo, ma quel restare stento che pare morire senz’eco. Movea l’arto sinistro con fremito d’asintassi, ché ‘l moto suo non diceva ma insinuava, come fa la reseda quando stagna d’ombra. La mano, per contro, tessea un gesto già infranto — d’altri, d’altronde, di mani consunte o smarrite per logorio di tempo.
Non v’ebbi verbo, né pensiero, ché ‘l silenzio che vi stava parve guaina più mia che sua. E io vi dimorai, divenuto pertugio.